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È CHIARO CHE SIAMO NOI
Rimettersi in sella
È CHIARO CHE SIAMO NOI

Rimettersi in sella

Quel motorino così agognato, lo stesso che qualche tempo fa ho negato con secca risolutezza a mia figlia, sedici anni appena compiuti, era arrivato

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L’ultimo motorino della mia vita l’avevo dimenticato davanti al portone di uno studio medico esattamente quindici anni fa. Ero stato brutalizzato da uno zio dentista – mai fidarsi dei parenti in queste faccende – avevo camminato sotto anestesia fino a casa e la mattina dopo, certo che il mezzo mi fosse stato rubato, mi ero recato ligiamente dai carabinieri a denunciarne il furto domandandomi che ci avesse trovato il ladro in un vecchio due ruote più simile a un  triciclo che a un ciclomotore. Un anno dopo ero stato chiamato dai militari che con viva sorpresa avevano ritrovato il mezzo proprio davanti allo studio dentistico: «Sa cos’è strano? Era perfettamente legato». Avevo finto di cadere dalle nuvole, tenuto il segreto di tanta demenza per me e deciso che quel segno poteva bastare per chiudere una storia fatta di tanti rischi, qualche spavento, molto freddo e benefici tutto sommato relativi. Ero infatti caduto un paio di volte cavandomela con qualche escoriazione, mi ero salvato da guai seri in anni in cui si guidava senza casco e come si conviene a un uomo adulto avrei finalmente messo le mani sul volante di una vera macchina sopportando il traffico, i clacson e le ore perse tra le luci fisse davanti a un semaforo come milioni di altri concittadini. 
Non ho fatto il calcolo – ed essendo stato rimandato per quattro anni consecutivi in matematica al Liceo non ci provo certo adesso che i capelli imbiancano – di quanto tempo evapori fermi nel traffico di un agglomerato come Roma in un’intera esistenza. Ma deve essere tanto e tanto è parso ad Ilaria che invece al motorino non ha mai rinunciato fin dall’adolescenza e che qualche settimana fa con un sussiego solo ammorbidito dall’affetto mi ha guardato con commiserazione e mi ha detto: «Ma tu davvero a Roma giri solo in macchina?». 
Ho dovuto soppesare quanto mi fossi imborghesito, ammettere la colpa e ricordarmi che pazienza e che machiavellismi mi fossero serviti all’epoca per strappare un sì ai miei genitori. Gente libertaria che si era dimostrata condiscendente su ogni aspetto della vita, ma che sull’argomento si era invece orientata al diniego più assoluto. Gente che su quel Piave tenne la stessa inamovibile posizione per molto tempo proponendo soluzioni creative che andavano dal Tir al risciò: «Potresti avere un’ape, ti sembra una buona idea?». Quel motorino così agognato, lo stesso che qualche tempo fa ho negato con secca risolutezza a mia figlia, sedici anni appena compiuti, era arrivato, mi era stato poi sequestrato in coincidenza con qualche rovescio scolastico e alla fine era diventato la mia seconda casa in un’era senza telefonini in cui essere a bordo di quel manufatto di pedali, bulloni e motori significava vivere in mezzo agli altri, raggiungerli, fare parte di una tribù. Mi ero sempre detto che imparare a districarsi nelle strade di Roma tra persone che attentano costantemente alla tua vita per distrazione, per incuria o per palese disprezzo delle regole comunitarie equivalesse a guidare nel caos di Città del Messico. E che una volta strappata una laurea tra una buca e un sampietrino niente potesse farti più paura. Così, memore delle passate esperienze, mi sono fatto coraggio e ho acquistato un motorino usato. Quel gran genio del mio amico, meccanico, lo ha fatto risorgere. Me lo ha consegnato e sono montato sulla sella con la stessa solennità con cui si sale in groppa a un cavallo selvatico. Nel mucchio non meno selvaggio mi sono lanciato al galoppo dei miei cinquanta di cilindrata prima impaurito, poi liberato, infine felice. Ilaria mi ha accolto nel suo giardino come facesse spazio a una carrozza. L’ho appoggiato accanto al suo e poi l’ho legato come se fosse l’oggetto più prezioso del mondo. Abbiamo riposto i caschi. Posato le chiavi. Osservato il colpo d’occhio. Ogni cosa era al proprio posto. Quindi siamo usciti e abbiamo camminato a lungo. Liberi dal bisogno. Senza più contachilometri. Alle spalle, già lontano, il rumore del nostro desiderio.