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È CHIARO CHE SIAMO NOI
Malcom Pagani: è adulti, nè immaturi
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Malcom Pagani: è adulti, nè immaturi

Perché l’anagrafe può deragliare

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Qualche settimana fa, con l’aria leggera di chi ha capito ogni cosa, un sorridente signore senza cravatta e dall’aria felicemente stropicciata è salito di gran carriera su un palco per ritirare un riconoscimento. Ha detto di essere «moderatamente emozionato» per il suo settimo David di Donatello, ha reso omaggio a «Tutti quelli che sanno che li ringrazierei» e si è sottratto al rosario alfabetico che, prima di lui, aveva impegnato giovani e meno giovani nello sforzo di non dimenticare neanche un nome tra figli, mariti, mentori e fonti di ispirazione. Da molti decenni, Marco Bellocchio è la nostra. Un manifesto contro la senescenza. La dimostrazione che l’anagrafe, se la mente è vivace, può deragliare in una terra di nessuno in cui non si è mai né davvero adulti né immaturi, ma soltanto, ancora, curiosi. 
Lo scorso anno Marco Bellocchio ha girato una delle serie più moderne e visionarie dell’ultimo decennio, Esterno notte, sul rapimento di Aldo Moro e su quei 55 giorni tra l’inverno e la primavera del 1978 che cambiarono per sempre l’Italia. Lo ha fatto con il piglio umile di chi trova il linguaggio per parlare a chi, di quella vicenda sa poco o niente e con l’ardire del visionario che guarda oltre i faldoni, le teorie di comodo, la storia ufficiale. Per invecchiare come Bellocchio è utile scordarsi del proprio passato – il primo capolavoro è del 1965 – e girare sempre pagina. Guardare avanti abdicando alla tentazione di specchiarsi in ciò che si è stati per non ripetersi, non annoiare e non annoiarsi. Sapere, soprattutto, quando è il momento di uscire di scena perché – è fatale – ci si ricorda sempre dei congedi e quasi mai degli inizi. Se andrete a cena con Bellocchio, è quasi matematico, arriverà l’istante in cui il nostro citerà Dino Risi: «Se fossi a casa vostra io me ne andrei». E qualsiasi ora sia, a quel punto della serata, saprete che è il momento di alzarvi e levare le tende. Con il sorriso perché si possono scandagliare profondità abissali e nuotare leggeri o almeno, ci suggerisce la sua poarabola, è necessario provarci. Le occasioni conviviali in una città come Roma sono continue. A volte sono impegni sociali, altre circostanze liete. Non si conosce mai il risultato in anticipo e spesso si resta sorpresi. Ci si riunisce nelle case, si studiano i possibili invitati, le alchimie, le corrispondenze e poi ci si fa il segno della croce. 
Con Ilaria a volte improvvisiamo, consci del rischio, e proviamo a riunire comunità apparentemente inconciliabili. Quando si chiude la porta e oltre lo scalpiccio degli ultimi ospiti sulle scale si fa silenzio, non abbiamo neanche necessità di dirci come è andata: basta uno sguardo. L’altra sera però fibrillavamo. Eravamo stati, da ospiti, a una cena in cui la possibilità di scambiare opinioni era resa difficile dal protagonismo della padrona di casa. Ogni frase, detta con aria incongruamente sofferta, lasciata cadere come una verità assoluta, pesava come un macigno. Ma a tanta teatralità non corrispondeva un vero pensiero e non c’era neanche quella salvifica aria di cazzeggio che in mancanza di un Bellocchio al desco aiuta le lancette a rincorrersi. Dopo circa mezz’ora di soliloquio eravamo atterriti. Qualcuno ha iniziato a controllare l’orologio, qualcuno ha sperato nella chiamata dei figli per un’urgenza, anche soltanto inventata, altri ancora hanno pregato in cuor loro che finisse presto, ma quel presto, a ben vedere, non arrivava mai. La mattina dopo ne parlavamo ancora e, ignobili, eravamo già passati alle imitazioni. Era giusto? Era sbagliato? Non dobbiamo vergognarci – ho pensato – perché nel gioco balordo degli incontri e degli inviti, ridere di ciò che si è vissuto è comunque un esercizio di fantasia. Sarebbe stato d’accordo anche Bellocchio: «È necessario ricostruire la propria identità abbandonandosi alla fantasia. Dopo puoi andare dove vuoi: libero». Lo abbiamo letto a voce alta e, pur coinvolti, ci siamo sentiti assolti.