Il coraggio di ricominciare. Storia di Veronica e del suo matrimonio tossico

Oggi racconteremo la storia di Veronica e del suo matrimonio. Anzi la racconterà lei, esponendo  il suo dolore, la sua fragilità ma anche la sua forza. È facile dire a una donna costretta in un rapporto malato: "perchè non te ne vai?. Ma le forze che condizionano e trattengono sono molte, soprattutto se ci sono dei figli. Rompere le catene, soprattutto quelle mentali, non è facile. E dobbiamo tutte imparare a chiedere aiuto. Una storia di esempio a tante donne che non immaginano di avere la stessa forza di Veronica, e che non devono smettere di cercarla. Per liberarsi e liberare anche le altre. Educando se stesse e un mondo ancora legato a logiche e a rapporti di forza maschilisti e "machisti". 
Chi volese scrivermi per raccontarmi la sua storia o semplicemente una storia può farlo a questa mail: maria.corbi@lastampa.it
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Buongiorno Maria,
mi chiamerò per questa lettera Veronica, portatrice di vittoria, perchè so che prima o poi vincerò. 15 anni fa mi sono sposata con lui, una persona strana, chiusa, i conflitti erano già iniziati prima, ma non ci davo molto peso, anche io ero testa calda, avevamo discussioni accese alternate a momenti felici e il nostro equilibrio era bene o male mantenuto. 
Pochi mesi dopo il matrimonio ho scoperto che lui si sentiva con un'altra, non ho mai voluto sapere se ci facesse anche altro, ma il fatto mi ha provata parecchio. Ho deciso di voltare pagina quando sono rimasta incinta della prima figlia nata nel 2008, io credevo nella mia famiglia e volevo andare avanti con lui. Ero incinta al settimo mese, quando per una mia innocua osservazione mi tirò uno schiaffo, e a ripensarci non è stato neppure il primo. Ho avuto la bambina, non dormiva mai, passavo le notti sul divano perché lui doveva riposare per andare al lavoro, mi affannavo per fargli trovare cena sempre pronta e casa a posto, io dovevo essere la moglie perfetta, non volevo dargli motivi di lamentarsi. Ma il modo per farmi sentire inadeguata lo trovava lo stesso. La seconda figlia, nata nel 2011, inconsciamente l'ho voluta perché sapevo già che il mio matrimonio sarebbe naufragato e volevo dare una compagnia alla mia prima figlia. È nata un'altra bambina, gioiosa, solare, un vero tornado. Un regalo di Dio. Io ero sempre più una serva, dovevo solo compiacerlo per farlo sentire importante e bilanciare la sua profonda insicurezza. Economicamente stavamo bene, con due lavori ben retribuiti. 
All'esterno eravamo la coppia perfetta, lui gentile, sempre pronto a dire una bella parola con amici e conoscenti. Poi in casa si trasformava, diceva che il mio lavoro era ridicolo, e quando andavo in trasferta era per fare la puttana. Non andavano bene le amiche che frequentavo, perché erano puttane come me. Io, proprietaria della casa dove vivevamo, con uno stipendio di poco inferiore al suo, che si è sempre fatta tutto da sola in casa senza ricorrere quasi mai a una donna delle pulizie , facevo secondo lui la vita della signora sulle sue spalle. Mi diceva che ero una “nana di merda", una volta sua madre disse che per lui ci sarebbe voluta una donna bella come sua sorella. Intanto gli anni passavano, le bambine crescevano, io mettevo in fila i miei giorni belli e quelli brutti quasi con un movimento automatico. Avevamo un'esistenza normale, intervallata dai suoi cambi d'umore, dalle sue percosse e dai suoi insulti. Una sera, era il compleanno di mia figlia maggiore, sono fuggita di casa dopo aver messo le bambine a letto e ho fatto segnalazione ai carabinieri. Mi aveva riempito di schiaffi, senza motivo, era il compleanno di sua figlia, avevamo la torta, ma lui era entrato in casa ombroso e arrabbiato e nulla ci si poteva fare. Io capivo che piega avrebbero preso le serate da come entrava in casa, da come chiudeva la porta. Lui non si divertiva mai. Lui mi controllava sempre, aveva questa sorta di ossessione nei miei confronti. La lite per lui era un modo per tenerci tutte e tre sotto il suo potere. Farci paura era la sua arma, così facevamo tutto quello che lui voleva. 
Con due figlie e un lavoro da 36 ore alla settimana a 20 km da casa io mi sono tirata avanti da sola una famiglia. Ringraziavo Dio che lui in casa ci fosse poco, almeno potevo dedicarmi a loro. Quando partivamo per le vacanze, i primi 3 giorni li passavo con l'ansia. Decidevo e prenotavo sempre io, lui mi dava carta bianca, salvo dirmi di tutto se qualcosa non era di suo gradimento o non andava per il verso giusto. Temevo ogni imprevisto, persino la pioggia. Una volta sotto la neve ho montato le catene alla macchina mentre lui mi prendeva a calci e mi insultava. Ho fatto 6 mesi di psicoterapia, per imparare a gestirlo, ma non è servito a nulla. Lui mi prendeva in giro e secondo lui ero pazza. Tutto finché il bisogno di essere amata, abbracciata, ascoltata non ha preso il sopravvento. Un giorno mi scrive un ragazzo, un uomo, uno di quelli delle compagnie da giovani, uno di quelli che ti restano impressi per gli occhi azzurri, occhi che negli anni ti capita di riconoscere per strada o sotto un casco. Ci vediamo, un caffè, un pranzo, dopo 10 giorni sono a casa sua. Lui separato da poco con una bambina piccola. Un lavoro da eroe, uno di quegli uomini che con lui ti senti al sicuro. Gli racconto la mia storia di violenze, mi aiuta, ci desideriamo, mi fa ridere, ci coccoliamo. Mio marito scopre tutto, ha sempre avuto l'abitudine di controllarmi il telefono. Me ne ha anche rotto uno. Arriva il lockdown, mio marito chiuso nel suo studio a lavorare e basta, io a gestirmi lavoro e figlie in DAD allo stesso tempo. Un periodo durissimo. Riesco ogni tanto a fuggire, il mio amante è sempre lì che mi aspetta. A maggio 2020 dico a mio marito che mi voglio separare. Lascio il mio amante, stavo per distruggere la mia famiglia e volevo essere sicura al 100% di quello che stavo facendo. Dopo essere stata dai carabinieri e fuggita dai miei genitori con le bambine e uno zainetto per la notte, a settembre mio marito se ne va di casa. Non conto i mobili e gli oggetti che mi ha rotto da maggio a settembre, non conto gli insulti ricevuti davanti alle figlie, agli amici, ai parenti. Una volta fuori di casa è iniziato lo stalking, la persecuzione, la paura. Ricevevo squilli anonimi ad ogni ora, venivano controllati i miei movimenti e quanto stavo on line. Mi telefonava alle 23 o 24 per insultarmi. Non voleva mai stare con le figlie in mia assenza, perché non voleva lasciarmi libera. Ma intanto il mio nuovo lui era tornato, mi vuole bene. Una mattina si offre di accompagnarmi a un centro antiviolenza che ho contattato grazie al 1522. Mi spiegano tutto, racconto la mia storia, mi fanno avere una consulenza legale con una penalista, mi offrono sostegno psicologico. Potrei denunciarlo, ma non lo faccio. Non è facile denunciare il padre delle proprie figlie. Ma mi muovo con circospezione, e in casa si sta chiuse con il ferro alla porta. Iniziamo le pratiche per la separazione, per mesi da lui non vedo un soldo. Separarsi sembra facile, lo è per certi aspetti, ma non quando hai a che fare con una persona instabile e disadattata. Delle volte penso di non farcela, altre mi sento forte come un leone. Delle volte sembra che i soldi non mi bastino, altre mi sento ricca. Delle volte mi sento innamorata e pronta ad una nuova vita, altre mi sento fallita perché le mie figlie non avranno mai più una famiglia. Ho chiuso fuori dalla porta ciò che mi faceva male, sarà sempre parte della mia vita e di quella delle mie figlie, ma essere tranquilla tra le mura domestiche, essere se stesse e avere a fianco qualcuno che apprezza quello che fai e che ti offre una spalla quando ti vede giù è un sacrosanto diritto di ogni essere umano. Il mio ex ora è uno sbandato, non ha una casa, da 10 mesi non passa una sera e una notte con le sue figlie. Io ho tutto quello che in termini di affetti e di beni mi sono costruita con il tempo.
Veronica 

Cara Veronica,

ho lasciato tutto lo spazio alla tua lettera perchè bastano poche parole per commentare questa storia. Hai avuto la forza di salvarti e con te le tue figlie. Al primo schiaffo, al primo insulto si deve reagire, andarsene, denunciare. E spero che leggendo questa tua lettera altre donne troveranno il tuo coraggio.