Amore alla catena

Amore alla catena
Oggi raccontiamo la storia di Elisabetta che non ha il coraggio di lasciare un uomo con cui non è felice, che la vuole sottomettere e annientare. La forza va trovato in se stesse con la consapevolezza che nessuno ha il diritto di mettere ipoteche patriarcali sulla nostra vita. Elisabetta riuscirà a fare la sua scelta?

Se volete scrivermi la vostra storia o anche solo una storia: maria.corbi@lastampa.it
3 minuti di lettura

Cara Maria, mi chiamo Elisabetta e ti scrivo forse per avere io stessa le idee più chiare, perché non mi riconosco più. Mi sento ancorata ad una relazione che mi ha alienato dal mondo. Ti racconto: sono sempre stata molto timida e taciturna, poi a 13 anni mio padre ci abbandona e da lì sono letteralmente cambiata. A 22 anni mi sposo e metto al mondo la mia vita, Sofia. Mi sentivo invincibile, ma avevo una zavorra: mio marito, bravo ragazzo, ma tanto noioso e privo di verve (mi sembrava romantico inizialmente). Lo lascio, vado a vivere sola con Sofia e nonostante le difficoltà (lui non mi ha mai dato un soldo) viviamo felici. 
Io ero veramente figa, avevo sempre le porte aperte. Incontro dopo qualche anno il mio attuale compagno, imprenditore, gentile, simpatico, aveva sempre voglia di viaggiare e mi adorava. Me ne innamoro e Sofia sembrava contenta. Lui comincia a dirmi che il mio lavoro ci ostacolava, perché io lavorando al ristorante avevo i weekend impegnati e lui con i cantieri aveva da fare la settimana. Mi faccio convincere a cambiare lavoro, uno «normale» (ero pure un po' stanca del ristorante, che però era anche la mia passione), così trovo un full time in un negozio. Non vedevo più Sofia, tanto più che è voluta andare a vivere col padre!! Io non mi sono più ripresa da quel distacco, ho perso ogni sicurezza e voglia di fare. In più casa mia cadeva a pezzi, così vado a vivere da Maurizio; altro trauma. Zona tutta diversa (io in campagna, lui in città), gente diversa, distanze allucinanti e ostruzionismo da parte del mio ex che mi allontanava sempre di più Sofia. Mi trovo un part time, piangevo sempre, volevo lasciare Maurizio e tornare a casa mia, che nel frattempo si era rovinata, ma nonostante lui avesse una ditta di ristrutturazione non mi ha mai aiutata a sistemarla. Lui mi rassicurava che l'avrebbe fatto e che non dovevo preoccuparmi. Resto incinta e da lì il mio mondo si sgretola; mi licenziano durante la gravidanza, resto senza nessuna entrata, in un anno muore mia madre e se ne vanno anche i miei suoceri, resto completamente sola, con Aurora che non dormiva mai e Maurizio che si lamentava e non rientrava a casa, volevo solo morire. Avevo la depressione post parto (durata 2 anni).
Ne sono uscita da sola, mettendomi a studiare, ho iniziato l'accademia di estetica, onicotecnica e tatuaggio. Aurora ha 7 anni ed io ho ripreso finalmente la mia vita in mano, tirando fuori le unghie per non farmi soffocare da Maurizio e la sua mascolinità: borbotta se non pulisco, se non cucino, se non mi metto i tacchi la domenica, se non mi trucco, se non lo aiuto a pagare le bollette, se non lo coccolo perché sono sempre incazzata, mi lascia le commissioni da fare, la spesa, le sue fatture da scrivere... sono oppressa. In più sta sempre in crisi di denaro però colleziona auto d'epoca con cui va in giro (quindi stanno sempre da meccanico e carrozziere). Non abbiamo un conto della famiglia e allo sport, all’abbigliamento e alla scuola di nostra figlia ci penso io. Poi è dolcissimo e coccoloso, ma litighiamo ogni giorno. Non so cosa mi frena nel lasciarlo, avevo anche messo l'avvocato, ma è finito tutto a tarallucci e vino. Sarà la mia paura a restare di nuovo sola? Anche se già mi ci sento. È come se lui smorzasse la mia energia. Ma quando conosco qualcuno mi sembrano poi così idioti e torno rassicurata a casa nella mia routine di borbottio, anche se non sono felice.
Elisabetta

Cara Elisabetta,

nessuno può dirti cosa devi fare della tua vita. Non conosco troppo le variabili per spingerti in una direzione o nell’altra. Per cui ti dico cosa farei io, cosa consiglierei a mia figlia, ma anche a mio figlio. E ovviamente il consiglio sarebbe quello di riprendersi la propria vita. 
In nome di un amore, soprattutto quando è farlocco, non si può rinunciare a se stessi e alla propria serenità. L’altra sera una mia amica mi confidava di avere sbagliato a lasciare il marito perché adesso era sola. Eppure non solo lui le ha messo le mani addosso, ma l’aveva anche derubata. E però, l’idea di non avere un uomo accanto la getta nella disperazione. Chiunque ma non sola. E questo «pensiero» rende deboli, facili prede di uomini che curano la loro debolezza, la loro frustrazione infierendo sulla preda. Il tuo compagno rappresenta il patriarcato, dove le donne devono alleviare la vita degli uomini, mostrandosi attraenti, seducenti ma anche servizievoli e affettuose. Mi chiedo come si fa a essere affettuose con un persecutore, uno che ti ruba la serenità ma anche, permettimi, la dignità. Tu lo hai messo sempre al primo posto, anche prima di tua figlia, da quello che mi scrivi. Soprattutto prima di te stessa.
Il tuo non è un amore infelice, è «malattia», è dipendenza affettiva. E non ti servono i miei consigli, né quelli di un amica, o di un parente. Devi farti aiutare da chi ha gli strumenti, da chi sa come riuscire a rompere questa catena che tu ti ostini a considerare un prezioso collier. 

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