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CITTA’INSIEME INFRASTRUTTURA E CONTENUTO DELLA CONOSCENZA

di PIERVINCENZO DI TERLIZZI La domanda sul futuro di una comunità – frutto, sempre, di un periodo di crisi di fondamenti precedenti – impone di chiedersi, prima di tutto, di quale comunità si stia...

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di PIERVINCENZO DI TERLIZZI

La domanda sul futuro di una comunità – frutto, sempre, di un periodo di crisi di fondamenti precedenti – impone di chiedersi, prima di tutto, di quale comunità si stia parlando, di quale sia l’idea condivisa che le si adatti. “Pordenone” è una città; è un territorio più o meno corrispondente alla sua provincia (chiamiamola ancora così); è un insieme dinamico di relazioni che vanno oltre i suoi confini fisici (i “Pordenonesi altrove”, come erano chiamati anni fa); è, infine, una serie di significati metaforici riconoscibili nell’immaginario collettivo (Pordenonelegge, Giornate del muto, Dedica, Electrolux, tanto per restare ai primi riferimenti che mi vengono in mente). Tutto questo è “Pordenone”, e ci chiediamo dunque “come” sarà. Il “come” viene prima del “cosa”, perché la condizione, per la quale possiamo parlare del destino di una comunità, è che essa si riconosca, in quanto tale, attorno a un’idea e a un progetto di sé (che è cosa ben diversa dalla somma delle singole attività che la attraversano). La mia tesi di fondo, che proporrò, a partire dal mio angolo visuale, che è quello di una persona che lavora nelle istituzioni scolastiche, è questa: la conoscenza condivisa è la condizione che salda l’identità di un territorio (reale e simbolico) e che costituisce le condizioni per la sua evoluzione. Proverò a esporre, in breve, cosa ciò possa voler dire per “Pordenone”.

Punto primo. La conoscenza condivisa è la chiave dell’identità di una comunità. Esiste un “sapere di città”, che è l’insieme delle esperienze, delle attività, delle comunicazioni di coloro i quali vivono un territorio e sentono di crescere, anche nella loro identità, attraverso questo sapere. La formulazione di cosa sia questo sapere è antica, e ci viene sin dal discorso di Pericle, come ce lo riporta Tucidide, in cui Atene è addirittura definita “scuola” e “spettacolo” dell’Ellade. Ciò presuppone che la città stessa sia infrastruttura e contenuto della conoscenza: infrastruttura, in quanto l’insieme di luoghi e relazioni fa circolare il sapere (un esempio, che tutti conosciamo, è quello offerto dalle strade del centro durante Pordenonelegge); contenuto, in quanto il sapere di una città si giova delle relazioni, per circolare e crescere. Punto secondo. L’infrastruttura di condivisione è la Rete. Ci sono molti modi per condividere il sapere, ma ce n’è, oggi, uno veloce, simultaneo, capace di raggiungere un gran numero di persone, capace di dar visibilità a ogni buona idea, capace di creare le condizioni per soppesare e discutere ogni idea, e quel luogo è la Rete. Questo, per “Pordenone”, significa avere un approccio cittadino alla rete: e questo significa decidere di avere una buona rete, e quindi investire (con scelte della polis, politiche quindi, prima di tutto) nella qualità e nella stabilità della banda. Questo significa assumere, come compito della polis, che la massima parte possibile di cittadini acceda alla rete con consapevolezza e cognizione. Ma “approccio cittadino” significa pensare anche a come la Rete possa mettere a sistema le esperienze di conoscere sociale e cittadino, valorizzarle, condividerle, ampliarle.

Ci sono quattro domande, a questo punto, in merito, e le porrò di seguito. Perché? Il “perché” è rappresentato dalla correlazione tra disponibilità di banda larga, conoscenza e sviluppo (che non sia quello prodotto da contingenze, quali lo sfruttamento di forza lavoro a basso prezzo). La rete è l’infrastruttura della crescita, e su questo c’è poco da dire. “Perché”, però, vuol dire anche: perché abbiamo una comunità occidentale, colta e aperta, checché ne pensiamo di noi stessi, e la rete vissuta consapevolmente è un risvolto dell’evoluzione moderna della nostra storia. Perché no? Certamente, ci sono paradigmi culturali che vanno mutati: in buona sostanza, sono quelli legati a un immaginario (e ai suoi correlati) costruito televisivamente. E forse, per il nostro territorio, c’è da liberarsi (pur se molto si è già fatto) di un altro paradigma, quello che vede con circospezione tutto ciò che ha a che fare col sapere. Perché noi? Perché abbiamo le condizioni per farlo: un sistema scolastico di buona qualità; esperienze culturali e imprenditoriali che creano aspettativa di sapere e identificazione; la mancanza di strutture rigide del sapere, come le università; la presenza, sul territorio, di esperienze di costruzione di socialità condivisa; le persone che sanno come si fa, e ne cito tre, diverse per età, interessi e cultura: Sergio Maistrello, Matteo Troia, Federico Morello. Perché ora? Perché il passaggio storico richiede, ora, scelte qualificanti, che vengano dal vissuto intero di una comunità.

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