Nuovi modelli: si parta dalla “cittadella”

Urbanistica e partecipazione: l'intervento di Giuseppe Vespo e Michele Negro a proposito del futuro di Pordenone

PORDENONE. In questi giorni di aprile, salendo dall’Ospedale su via Montereale verso la Comina, attraversato viale Venezia, a destra, dopo distributore e ristorante cinese, si apre una distesa di campi appena arati, fossati, gelsi e altri arbusti su cui stanno germogliando le prime foglie, con poche case.

Insomma un bel colpo d’occhio di colori della terra e di vegetazioni: uno dei pochi grandi spazi a vocazione agricola della città che “abbiamo preservato” per le prossime generazioni.

Era imminente, due anni fa, la stipula di un accordo di programma per la realizzazione su quell’area di un mega ospedale (“mangiando” posti letto al resto della provincia) che avrebbe impegnato 20 ettari di terreno (oltre a quello per strade e altre opere), svenduto la sanità pubblica e aperto le porte alla finanza privata.

Trasversalmente tutti i politici, regionali, provinciali e comunali (Tondo, Ciriani, Pedrotti e Bolzonello) d’accordo. Un movimento di cittadine e cittadini, al di sopra dei partiti, che chiedeva di fermare quella speculazione, di ripensare ad un diverso modello di sanità e ai veri bisogni di salute li ha fermati costringendoli a mantenere il nuovo Ospedale cittadino nell’area di via Montereale.

Una vera e propria “rivoluzione culturale” per Pordenone “abituata”, fin dagli anni ‘50/’60, a pesanti interventi di demolizione, ricostruzione, ampliamenti che hanno nascosto la sua storia, il verde dei prati/campi e il blu delle sue acque.

Con questa iniziativa, secondo noi, si è aperta per Pordenone una nuova fase. Una visione sul futuro della città e di tutto il territorio limitrofo, costruita attraverso le numerose sollecitazioni e i tanti interventi dei cittadini, non limitata ai “soliti noti” o alla forma della “rappresentanza” politica/partitica.

Un cambiamento rispetto a quanto è avvenuto negli ultimi cinquant’anni, dove le protezioni che erano state poste a rispetto dell’identità della civiltà locale sono crollate per lasciare spazio al proliferare della città moderna che ha occupato tutti gli spazi perimetrali, dalle sue mura ai suoi giardini soffocando/nascondendo le parti significative dall’aspetto paesaggistico che lo caratterizzavano.

Una prima invasione-sopraffazione è avvenuta con la costruzione dei palazzoni di Piazza XX Settembre che hanno, per primi, nascosto il centro storico. Il complesso edilizio che nasconde sia Villa Ottoboni che il centro storico di corso Garibaldi sono un altro esempio di pianificazione antitetica; poi il Centro Direzionale (meglio conosciuto come Bronx), altra piaga nel fianco della città storica; poi ancora, ai piedi del Duomo, fra mura, scarpata e fossato, l’area insediativa Tomadini, a due passi dal fiume e dalle sue esondazioni.

Si tratta di un disprezzo verso la storia dei fondatori della città e un continuo annullamento delle cose del passato: perché il nuovo è più bello, più facile ed economico da realizzare. Non basta riempirsi la bocca di paroloni come “sostenibilità”, “rigenerazione”, “resilienza”, “inclusioni”, se poi al momento di prendere decisioni strategiche sul territorio si propongono soluzioni completamente in contrasto con gli enunciati.

Pordenone, prima ancora che vittima della crisi produttiva, sta diventando “ città gruviera” dove ogni anno si aggiungono “buchi”, spazi vuoti, non utilizzati o peggio abbandonati, come i due storici insediamenti dei Cotonifici, la caserma Monti e la Mittica, di fatto per più di metà vuota.

Sappiamo che altri edifici comunali (ex Biblioteca e ormai ex Prefettura) subiscono o stanno per subire destino analogo. Tra qualche anno anche il Castello (“liberato” finalmente dal carcere) e i due grandi attuali padiglioni “A” e “B” (una volta completato il nuovo Ospedale) resteranno vuoti senza ipotesi di riutilizzo.

Pensiamo che tutto ciò possa esser risolto con la loro demolizione? Forse pensiamo di riproporre il modello anni 50-60 con l’abbattimento di molti edifici preesistenti lasciando però questa volta spazi vuoti? Questa si può chiamare pianificazione?

Già altri hanno rilevato l’alto numero di appartamenti, abitazioni singole o addirittura palazzi interi non utilizzati: oltre 2000. Eppure, a testimonianza di un numero crescente di famiglie che non riescono più a sostenere un affitto sul libero mercato e che avrebbero bisogno di un sostegno, le richieste di case popolari inevase sono centinaia.

Negli ultimi decenni, pur registrando una costante diminuzione degli abitanti, c’è stato chi ha continuato a progettare una città di 80-100.000 abitanti prevedendo e consentendo nuovi insediamenti edilizi. Come possono questi amministratori erigersi ora a competenti pianificatori?

Peggio ancora per il tema del commercio dove a fronte dell’autorizzazione a sempre nuovi centri commerciali si è di fatto messo in atto un piano di svuotamento delle attività commerciali medio – piccole, oltre agli errori di delocalizzazione delle attività che hanno messo in crisi anche il sistema delle connessioni fra le varie parti del territorio aumentando i livelli d’inquinamento.

Pordenone non può più sopportare questi modelli di vita urbana o di non regolamentazione urbana. A tutt'oggi non c'è apertura, autenticamente partecipata, per una oculata pianificazione della città e del suo territorio: è importante, invece, il coinvolgimento -in un processo continuo- di cittadine e cittadini per intervenire sulle scelte urbanistiche delle varie zone della città.

Perciò, secondo noi, bisogna iniziare a pensare oggi come riutilizzare/ristrutturare l'esistente dandogli valore per la comunità ma anche osando nei confronti dei privati della speculazione edilizia e mettendo mano ai loro patrimoni abbandonati

Prima esercitazione di partecipazione e di pianificazione dal basso deve essere la cosiddetta “Cittadella della salute”. Pensata oltre una decina di anni fa, viene elaborata e finanziata tra il 2009 e il 2010 con vari atti della precedente Giunta regionale con le stesse delibere con cui si dava luogo al trasferimento dell’Ospedale in Comina.

Ora, a meno che non si voglia reiterare ossessivamente il motto “demolire e costruire” per spendere decine di milioni di euro, qualcuno può spiegare perché bisogna costruire edifici di quattro e tre piani su quella punta delicata del viale Montereale, per realizzare sostanzialmente uffici, quando 200 metri più in giù si renderanno liberi due grandi padiglioni (“A” e “B”) che agevolmente potrebbero contenere tutte le sedi di uffici e servizi dell’Ambito e del Distretto ma anche nuove residenze per anziani autosufficienti soli, in “difficoltà” (come una Rsa) o altre fasce di popolazione che non trovano risposte?

 

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