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Pordenone, i profughi nell’accampamento del Beato Odorico

Un telo per ripararsi dal gelo: «A casa abbiamo i talebani, qui stiamo bene». Occupato un ingresso della chiesa e giovedì c’è un funerale

2 minuti di lettura

PORDENONE. In un paio di giorni sono arrivati in 18, tutti nel piazzale della chiesa del Beato Odorico, dove trovano coperte, materassini e un po’ di cibo garantito dalla Rete solidale.

E dove hanno praticamente invaso uno degli ingressi della chiesa accatastando le loro cose a ridosso di una delle porte utilizzate per l’entrata dei fedeli.

Stazionano sul sagrato, di sera si accovacciano negli angoli, riparati dal porticato, ricaricano i cellulari grazie alle prese che si trovano all’esterno, vanno in bagno dietro i cespugli. Il quartiere tace, ma sotto sotto la protesta cova e più di qualcuno sbotta, quando passa lì davanti.

Nuovi arrivati. Fino a martedì sera erano 12, poi durante la notte ne sono arrivati altri e ieri mattina, alla conta, erano 18, tutti afghani e pakistani. La Rete solidale ha portato loro coperte, teli, materassi. Ha coperto una parte del porticato con un telo, creando di fatto una parete.

Quello che si vedeva mercoledì era una nuova tendopoli. Durante la giornata i profughi vanno in giro, passeggiano. Tre erano seduti al sole di mezzogiorno, sopra alcune coperte. Tolte le scarpe, erano appoggiati a un muro. «A casa nostra ci sono i talebani – ha detto uno in un inglese stentato –. Qui stiamo bene».

E lo ha detto dopo aver trascorso la notte all’addiaccio. Fino a lunedì scorso a tutti i profughi in città era stato trovato un posto al coperto. Poi ne sono arrivati tre, quindi altri due, che hanno passato lunedì notte al parco San Valentin, forse credendo ancora di trovare la tendopoli, seduti sulle sedie del bar.

Martedì sera erano 12,, durante la notte 18. Di fatto, una porta della chiesa è ora inagibile e i fedeli possono entrare soltanto dal lato opposto.

Il quartiere. L’area è densamente abitata, lungo viale della Libertà c’è un quartiere residenziale. Siamo nel semicentro cittadino. E proprio qui, in questa oasi di pace, la presenza dei profughi non passa naturalmente inosservata.

Lo si capisce chiaramente chiacchierando tra la gente, anche solo osservando come vengono guardati di sfuggita i rifugiati seduti a terra da chi passeggia lungo il marciapiede. Il sentimento è un misto tra compassione e rabbia.

Compassione per queste persone, che hanno attraversato centinaia di chilometri a piedi sperando in una vita migliore e che si ritrovano a dover dormire per terra, rabbia per il fatto che hanno “occupato” il quartiere, che hanno deciso di stabilirsi davanti alla chiesa, uno dei luoghi di riferimento per gli abitanti della zona.

«Non è questo il modo di fare accoglienza» dicono i residenti, ammettendo però che una soluzione alternativa loro non ce l’hanno. L’unica sarebbe trovare un alloggio, una tendopoli da allestire in Comina, in attesa di marzo, quando sarà disponibile la caserma Monti.

«La soluzione non è l’Antares, dove tra poco comincia la stagione sciistica, nè la Casa del popolo. Ma non lo è neanche il sagrato di una chiesa» dice la gente.

La questione divide, ognuno la vede a modo suo. Ma il dito è puntato anche contro chi «porta le coperte e così si pulisce la coscienza». Oggi pomeriggio, intanto, si celebrerà un funerale: il feretro giungerà nel sagrato, tra i profughi e i loro oggetti.

La rete solidale. «In tanti passano qua davanti e ci dicono che non è questo il modo di fare accoglienza. Hanno ragione: non è questo il modo di fare accoglienza, ma lo vadano a dire al sindaco».

Luigina Perosa, della Rete solidale indica, il telo steso durante la sera per limitare gli spifferi d’aria e creare un riparo per i diciotto profughi che si trovano a dormire fuori la chiesa. «Non è questo il modo di vivere, ma se non ci fossimo noi non si pensi che il flusso si arresterebbe.

Anzi, ci sarebbe lo stesso gente fuori dalla chiesa, e dormirebbe senza neanche una coperta addosso». La Rete solidale continua a invocare come soluzione ottimale, da parte del Comune, il reperimento di una struttura di prima accoglienza per ospitare i richiedenti asilo che, senza preavviso, continuano intanto ad arrivare in città.

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