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La Regione ribadisce: «Tranquilli, si può bere. Salute non in pericolo»

Il caso dell'acqua "malata" nel Pordenonese. Ma è in atto uno studio pilota per individuare le aree critiche. Durerà un anno: «Poi trasferiremo le informazioni agli enti»

2 minuti di lettura

PORDENONE. «Non esiste alcun “pericolo acqua” e non perché lo dica la Regione ma in quanto lo certificano gli enti competenti. Abbiamo reso pubblico - e quindi non è stato nascosto nulla - quanto emerso dalle analisi compiute sui campioni; ciò lo evidenzia sia una nostra prima comunicazione pubblica inviata a tutti gli organi di informazione a ottobre 2015 sia il dibattito in aula lo scorso marzo, quando è stato affrontato l'argomento rispondendo a una specifica interrogazione proposta dal consigliere Travanut. Ed infine, di fronte alla presenza di questa sostanza seppur nei limiti tollerati, stiamo lavorando per ridurla».

Questa la posizione dell’assesore Maria Sandra Telesca (Salute) e della collega all’Ambiente Sara Vito.

La comunicazione dello scorso ottobre è quella dal titolo «Acqua: in Fvg situazione conforme a norme potabilità» che meriterebbe di essere riletta alla luce dei dati e delle relazioni emersi lunedì in IV commissione consigliare. Oltre al tenore, risalta la totale assenza di riferimenti territoriali.

«Non corrisponde al vero – replicano i due assessori – che tutti sapevano e sono rimasti zitti. E ciò per diverse ragioni: quando il tema è venuto a galla, è stato dapprima analizzato da un specifica commissione competente. Ad agosto del 2015 era stato creato il Gruppo tecnico interistituzionale per la tutela della salute da rischi ambientali che, un mese dopo, su indicazione dell'Arpa si è occupato anche del caso Dact».

Gli assessori ricordano che nella nota della Regione «era stato detto espressamente che «non vi sono evidenze epidemiologiche di danni acuti o cronici precisando anche che il Dact è un metabolite dell’atrazina e che l’atrazina stessa non ha mai sforato i limiti da 20 anni”».

A tutto ciò si aggiunge che a marzo di quest’anno l'argomento è stato nuovamente affrontato e discusso pubblicamente in Consiglio regionale e quindi ne è stata data ampia diffusione».

Il gruppo tecnico, presieduto dal direttore centrale della Direzione Salute è composto dal direttore generale e un dirigente dell’Arpa, dal direttore dell’Area promozione salute e prevenzione, dal direttore del Servizio epidemiologia e flussi informativi, dal responsabile del registro tumori della regione Fvg, dal direttore della Soc Igiene ed epidemiologia clinica dell'Azienda ospedaliero universitaria di Udine ed infine dai direttori dei Dipartimenti di prevenzione delle Aas del Fvg.

Le funzioni del gruppo sono molteplici: innanzitutto deve garantire la coerenza delle azioni intraprese a livello regionale per la valutazione delle ricadute sulla salute connesse ai determinanti ambientali, comportamentali e sociali. Inoltre definisce protocolli di sorveglianza epidemiologica da applicare su aree critiche di particolare interesse nonché azioni urgenti a tutela della salute umana laddove la situazione lo richieda, proponendo, inoltre, modelli di intervento condivisi.

«Questo gruppo di lavoro – spiega poi Telesca – sulla base di 350 prelievi compiuti dalle Aas e delle analisi realizzate dall'Arpa, ne ha discusso i relativi risultati. La commissione ha inoltre verificato, attraverso la revisione della recente letteratura medico-scientifica, l’assenza di evidenze di associazioni tra l’esposizione all'atrazina e ai suoi metaboliti e l’insorgenza nell'uomo di malattie neoplastiche, di processi di mutagenesi, di disturbi della riproduzione. Pertanto non ci sono ragioni scientifiche tali da mettere in allerta la popolazione, azione quest’ultima che invece innesterebbe un inutile procurato allarme. Gli studi infatti non evidenziano, al momento, alcun pericolo per la salute».

A ciò ha poi fatto seguito la definizione di un programma straordinario per approfondire le indagini delle concentrazioni degli antiparassitari nell'acqua.

«Il Gruppo tecnico interistituzionale – spiegano gli assessori regionali – a febbraio ha deciso di proseguire i monitoraggi, realizzando uno studio pilota che permetterà di individuare con maggior precisione le aree in cui applicare le modifiche tecniche necessarie per ridurre la presenza di questa sostanza».

Lo studio durerà almeno un anno con «una cadenza trisettimanale».

Questa attività «permetterà di capire se la variabilità delle concentrazioni di Dact seguano un andamento stagionale, siano influenzate dalle condizioni metereologiche o dipendano dalla conformazione del terreno. Questo studio pilota – prosegue la nota della regione – permetterà al gruppo di lavoro di consolidare le conoscenze e di verificare ulteriormente la solidità dei dati analitici. L’intento è quello di trasferire le informazioni raccolte ai Dipartimenti di Prevenzione, ai Comuni e agli enti gestori degli acquedotti; ciò consentirà loro di mettere in atto le necessarie strategie di intervento. A tal fine si sta completando l’aggiornamento del protocollo di indagine, tenendo conto dei risultati del monitoraggio già effettuato e dall’esperienza maturata in questi mesi. Tutto questo permetterà di mettere a fuoco la situazione e di attivare fin d'ora gli opportuni interventi nel futuro».

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