Una sola pistola, dieci secondi, una fredda esecuzione

Fidanzati uccisi a Pordenone, il processo: la ricostruzione dei periti. Sentita l’istruttrice di yoga che scoprì il delitto: «Ho visto il ragazzo pieno di sangue e ho cominciato a tremare»

UDINE. «Ho visto il ragazzo pieno di sangue sul sedile del passeggero e ho cominciato a tremare. Sono corsa di nuovo in palestra, ho chiesto aiuto al segretario. Mi ha visto agitata ed è venuto fuori con me, ha attraversato tutto il piazzale, ma non c’era nessuno, poi ha chiamato i soccorsi».

Quei quattro minuti fra l’uscita dalla palestra Skorpion, alle 19.52, alla prima telefonata al 118, alle 19.56, sono rimasti incisi nella memoria di Cinzia Rossetti, l’istruttrice di yoga che la sera del 17 marzo del 2015 per prima scopre i corpi senza vita di Teresa Costanza e Trifone Ragone.

È la testimonianza della 39enne pordenonese ad aprire la seconda udienza del processo a carico di Giosuè Ruotolo. La sua deposizione durerà meno di venti minuti, eppure riuscirà a fissare nel suo racconto il subitaneo passaggio dalla quotidianità all’orrore che accomunò tante persone quella sera, al palazzetto dello sport di Pordenone.

Le prime note stonate si insinuano nel suo benessere a poco a poco mentre cammina con gli occhi bassi intorno alla Suzuki Alto bianca dove giacciono i corpi dei due fidanzati uccisi: lo scricchiolio dei vetri infranti sotto le scarpe da tennis, i capelli biondi di Teresa appoggiati al finestrino, la gamba ferma con l’infradito giallo di un ragazzo che sporge dalla portiera del passeggero.

«Ho pensato – rievoca Cinzia Rossetti che dovevo dirgli di chiudere la porta, perché altrimenti non sarei riuscita a entrare in macchina». E poi l’istruttrice di yoga è arrivata sul lato di Trifone.

E ha capito cosa era successo. Non vede nessuno nel piazzale. Solo un giovane che attraversa via Interna, venendo dalla sede dei pompieri e che poi avviserà i colleghi.

In aula il capitano Mauro Maronese, che ha diretto le indagini dal 21 marzo al 31 agosto (quindi ha preso il comando del nucleo investigativo il maggiore Pier Luigi Grosseto) ricorda come all’inizio si sia ipotizzato l’omicidio-suicidio. Sul capo di Trifone i tre fori di entrata dei proiettili sono coperti dai rivoli di sangue e così si pensa che sia stato sparato un unico colpo.

La pistola, però, non si trova e così gli investigatori capiscono che si tratta di un duplice omicidio. Sulla scena del crimine vengono trovati sei bossoli e due proiettili.

La dinamica dell’omicidio è stata ricostruita in aula grazie alle testimonianze dei consulenti medico legali Giovanni Del Ben e Renzo Fiorentino e del perito balistico Pietro Benedetti. Le vittime non hanno avuto il tempo di reagire.

Tre colpi, due sicuramente letali, colpiscono il capo di Trifone (un proiettile lo trapassa da parte a parte) a distanza ravvicinata, sparati dalla sua destra.

Il più vicino viene sparato da 5-10 centimetri di distanza. Poi il killer sporge il braccio all’interno dell’abitacolo e uccide Teresa.

Lei guarda in faccia l’assassino. Due colpi in testa, mentre un proiettile sfiora il labbro della giovane assicuratrice.

Un agguato compiuto in «dieci secondi in tutto» e con la stessa arma, secondo il perito Benedetti.

Da quella distanza e con quel calibro (7.65 Browning), con una pistola maneggevole, non occorreva una particolare abilità nell’uso delle armi: è quanto ha risposto Benedetti alla puntuale domanda dell’avvocato Serena Gasperini, che assiste la famiglia Ragone. (i.p.)

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