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Parla la mamma cacciata: «Portare il velo? Un diritto»

San Vito al Tagliamento, ecco il racconto della donna che ha fatto interrompere il consiglio comunale dei ragazzi perché aveva il volto coperto in pubblico: «È una mia scelta, nessuno lo impone. E per la legge posso uscire coperta»

4 minuti di lettura

SAN VITO. È convinta che sia un suo diritto portare il niqab in ogni occasione, al supermercato come nelle sedi istituzionali. La donna musulmana che mercoledì non ha ceduto alle richieste del sindaco Antonio Di Bisceglie – mostrare il volto o uscire dall’aula del consiglio comunale – ha fornito la sua versione dell’accaduto. Lei e il marito, nella loro abitazione di Ligugnana, ci ha accolti – lei coperta da capo a piedi, eccetto gli occhi – stupiti dal fatto che sia diventata un “caso” la vicenda dell’interruzione del consiglio comunale dei ragazzi, che l’ha vista protagonista assieme al primo cittadino.

Dopo una chiamata al proprio legale, ha parlato dell’accaduto e della sua vita. Istruita quanto religiosa, ha messo in in chiaro: «Il niqab è una mia scelta, ma siamo occidentali e non estremisti, rispettiamo la legge». Tanto che da due anni è cittadina italiana e ha votato alle elezioni comunali: «Per Di Bisceglie», ha confessato.

In aula col niqab. «Sono stata invitata al consiglio dei ragazzi e sono andata vestita così, secondo la legge italiana è permesso – racconta –. Solo in caso di richiesta di identificazione sono tenuta a mostrare il volto. Il sindaco si è alzato dicendo: “Abbiamo qui in aula una signora che non è vestita in modo adeguato secondo la nostra tradizione. Si tolga il burqa o quello che è o esca dall’aula”».

Secondo la donna, infatti, il sindaco avrebbe parlato di “tradizione”, non di leggi o regole. «Un invito generale – ha continuato –, ma la mia posizione era giusta: sono rimasta seduta». Il sindaco ha ripetuto più volte l’invito, anche all’interessata.

«Ho chiesto di avvicinarmi. Ho usato la massima gentilezza, da madre e insegnante, in un contesto delicato». Nuovo invito del sindaco. «Ho detto di essere disposta a essere identificata, ma nessuno me l’aveva chiesto. Poi non ho potuto chiarire la mia posizione e ho fatto presente al sindaco che non è corretto fare questo davanti ai ragazzi, perché sono il futuro di San Vito.

Lui ha risposto: “Appunto”». Si è seduta di nuovo, in quanto «non mi ha chiesto di essere identificata e non ho l’obbligo di mostrarmi davanti a tutti». Accanto al figlio, «che tra l’altro non stava bene», in seconda fila. Le vigilesse l’hanno chiamata fuori: «Ho alzato il velo senza problemi. Ho chiesto se potevo rientrare, ma mi hanno detto che non si poteva. Ma ero stata identificata e, chiamando l’avvocato, ho avuto conferma che era mio diritto tornare in aula. Sono tornata per mio figlio».

Al rientro, il nuovo invito, ma diverso: “Si faccia identificare”». Ho risposto che l’avevo già fatto e il sindaco: “No, davanti a tutti”. Mi sono rifiutata: mi è sufficiente mostrarmi alla polizia locale e a mio marito. Lui ha detto che sarebbe stato costretto a chiudere la seduta. Così è stato».

Cittadini italiani. La coppia, originaria dell’Albania, è in Italia dal 1999, a San Vito dal 2000, residente a Ligugnana dal 2001. Marito e moglie sono diventati cittadini italiani nel 2014. «Siamo fieri di essere italiani e albanesi – hanno sottolineato –. Siamo venuti da giovani, siamo laureati e insegnanti». «In Italia ho fatto alcuni mestieri senza pretendere troppo, come la domestica o il lavoro nei campi – aggiunge la donna, che ha poco più di 40 anni –. A Bari ho seguito corsi di psicologia e pedagogia per lavorare come intermediaria tra italiani e stranieri: parlo francese, inglese, un po’ di arabo. Potevo continuare, ma ho deciso di creare una famiglia». Il marito è operaio in un’azienda della zona. I coniugi hanno cinque figli che frequentano le scuole sanvitesi.

Il percorso religioso. «Sono nata musulmana, ma non praticante – continua il racconto –: in Albania, sotto la dittatura, pregare significava andare in prigione. Quando sono arrivata in Italia già praticavo il Ramadan ma non sapevo nulla della mia religione. Vestivamo entrambi al modo occidentale. Poi, nel 2004, ho deciso di indossare il velo, col volto scoperto. Sei anni fa, il niqab. Fa parte della mia religione. Tutto – ha assicurato – per mia decisione e mio desiderio. La mia famiglia sta crescendo in un ambiente basato sia sulla nostra religione che sulla legislazione italiana. Cerchiamo di insegnare ai nostri figli, nati qui, prima la legge italiana: abitiamo qui, è giusto, siamo contenti di rispettarla».

«Coperta anche in questura». Perchè il niqab e non “solo” un velo che lasci scoperto il volto? Motivi religiosi sui quali la donna, ritenendoli personali, non è voluta entrare nel merito. Ma è certa del suo diritto a portare il niqab ovunque.

«Da sei anni mi faccio identificare, ma non da tutti, questo è contro la mia religione. Quando è necessario, negli uffici, lo faccio con piacere: in biblioteca a San Vito dall’impiegata, in posta nessuno me l’ha chiesto ma sono disposta a farlo, in banca ho fatto vedere volto e carta d’identità (dove compare con un velo ma a volto scoperto, ndr). Faccio la spesa ogni giorno: in caso di sospetti si chiamano i vigili e non c’è problema. Alle scuole, per ritirare i miei figli, mi faccio identificare: anzi, lo chiedo per evitare che qualcuno si sostituisca. P

rima di mettere il velo, mi sono informata con avvocati e polizia: è permesso per motivi religiosi. Quando facevo il colloquio per la cittadinanza italiana, in questura, indossavo il niqab. Nei tanti viaggi in Albania, alla frontiera mi faccio identificare, possibilmente da una donna, ma non è necessario: anche dai carabinieri, una volta, mi sono mostrata a un uomo. Mai opposta a queste disposizioni né sono a esse contraria».

«Mai una denuncia per il rifiuto di identificarci», ha specificato il marito.

Musulmani occidentali. «Siamo musulmani, crediamo nella nostra religione giusta – è il pensiero della donna –, se è successo qualcosa ieri è perché porto il niqab o un velo e credo che la gente non conosca bene la mia religione. Mi dispiace, perché la situazione oggi nel mondo è delicata, sulla posizione della nostra religione, però credo che la gente capisca che bisogna distinguere: c’è gente brava e persone che si dichiarano musulmane, ma in realtà non lo sono. Abitiamo qui da 16 anni, siamo occidentali, non estremisti, ho sentito il bisogno di trovare il mio Dio».

«Rispetto il sindaco». Un espisodio che l’ha fatta riflettere, quello dell’altra sera. «È avvenuto davanti a ragazzi e figure importanti per loro, quali genitori e insegnanti. Il sindaco è la figura più importante della città. Mi sono trovata male, però ho cercato di spiegare a mio figlio, al meglio, perché è stato interrotto il consiglio, ma anche cos’è il diritto che lui o io abbiamo.

Non so cosa pensino gli altri genitori. Non so perché il sindaco abbia agito così. So cosa mi permette la legge. Come madre, cittadina e insegnante pretendo di chiarire con il sindaco, che rispetto. Tra l’altro ho votato per lui (e ai seggi avevo il volto coperto), dopo aver seguito il suo percorso. Rispetto consiglio, insegnanti, genitori, amo i ragazzi che erano presenti e mi dispiace per l’accaduto. Vorrei soltanto fare da madre e insegnante ai miei figli e la moglie di mio marito». T

ornerà al consiglio dei ragazzi? «Mi inviteranno? Se lo faranno, sì». Ma l’unico obbligo, per lei, resterà l’eventuale identificazione di fronte a un agente.

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