Sassi contro l’auto della moglie, minacce e pedinamenti: condannato a 18 mesi

Pordenone: condannato per maltrattamenti il marito militare, infuriato dopo la richiesta di separazione. Non l’ha mai picchiata, ma la atterriva: «Ti sfregio, così nessuno ti guarderà mai più, ti uccido»

PORDENONE. Quando la moglie ha chiesto la separazione, dopo dieci anni di matrimonio, l’ha vissuto come un affronto. Si era figurato poi che lei lo tradisse con il suo nuovo datore di lavoro.

Gelosia e sospetti hanno innescato pedinamenti, minacce, esplosioni di violenza in un escalation che ha portato prima alla denuncia, poi al processo del marito, un militare di 38 anni.

Quattro le denunce sporte dalla moglie, all’epoca dei fatti – fra il 2014 e il 2015 – convivente. L’indagato è stato anche sottoposto a misura cautelare in regime di arresti domiciliari.

Non ha mai picchiato la compagna. Un giorno l’ha seguita fino al supermercato. È entrato contromano fino a bloccarle il passaggio, i due veicoli muso contro muso.

Lei era a bordo di un’auto con il datore di lavoro. Il militare ha urtato il loro veicolo con il proprio, poi è sceso e ha scagliato pietre contro la carrozzeria, senza però infrangere il parabrezza. Moglie e datore di lavoro sono riusciti a fuggire, lui li ha inseguiti.

Stalking, violenza privata, maltrattamenti, porto abusivo di arma impropria (la mazza di ferro che i carabinieri hanno trovato a bordo della sua auto): è l’elenco dei reati per quali il militare, difeso dall’avvocato Agostino Pavan, è finito a processo.

Il giudice monocratico Rodolfo Piccin lo ha condannato a un anno, sei mesi, quindici giorni di reclusione, pena sospesa per maltrattamenti (reato più grave nel quale dal punto di vista giuridico sono stati assorbiti i reati di stalking e violenza privata).

L’accusa, invece, aveva chiesto la condanna a tre anni di reclusione. Il giudice ha concesso le attenuanti generiche e ha ritenuto che non vi fosse l’aggravante dei futili motivi.

Il clima conflittuale è maturato, come ha sottolineato la difesa, nel contesto di una separazione. Le difficoltà coniugali sono sfociate purtroppo in litigi dai toni esasperati. L’imputato, tuttavia, non ha mai alzato le mani contro la compagna e nemmeno nei confronti del datore di lavoro di lei.

L’ha minacciata, invece, secondo la ricostruzione degli inquirenti, con frasi pesanti. «Ti sfregio, così nessuno ti guarderà mai più». È arrivato anche alle minacce di morte.

Seguiva la donna fino al suo posto di lavoro. Dava in escandescenze in casa e anche per strada. Non riusciva ad accettare che la moglie avesse deciso di vivere la sua vita e di lasciarlo: era una decisione inconcepibile nel contesto culturale di provenienza.

Lei non voleva più saperne, mentre lui cercava di recuperare il rapporto. Poi l’escalation, che ha portato alle conseguenze penali per il 38enne militare. La donna, peraltro, non si è costituita parte civile nel procedimento.

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