San Vito, primi colpi di piccone: parte il nuovo carcere

Nella vecchia caserma via ai lavori per la struttura che ospiterà 300 detenuti. «Sarà un penitenziario modello, il cantiere sarà chiuso in tempi record»

San Vito, al via i lavori di demolizione per il nuovo carcere di Pordenone

SAN VITO. Un penitenziario modello, la cui realizzazione è prevista in tempi più rapidi, almeno sulla carta, rispetto alle strutture carcerarie più all’avanguardia d’Europa. È quello da 300 posti di San Vito, una piccola città: giovedì, 29 marzo, la cerimonia con la quale sono state avviate le demolizioni degli stabili presenti nell’ex caserma Dall’Armi, della quale saranno conservate soltanto l’ex palazzina comando (sarà adibita a direzione del penitenziario), e la piazza d’armi con il monumento ai carristi. Per gli altri stabili il recupero non risultava conveniente ed efficiente: il progetto esecutivo è stato finalmente svelato e illustrato al teatro Arrigoni.

La cerimonia. Alla parete di uno stabile adiacente al campo base del cantiere, allestito nei mesi scorsi, sono stati dati i primi colpi di mazza e piccone simbolici che hanno dato il via alle demolizioni. A occuparsene, il sindaco Antonio Di Bisceglie, l’ingegner Giorgio Lillini, responsabile del procedimento e della sede regionale del provveditorato Opere pubbliche, ed Enrico Sbriglia, provveditore carceri del Triveneto. Con loro, rappresentanti delle imprese appaltatrici, cittadini e amministratori comunali. Di Bisceglie ha ricordato il travagliato iter, dagli anni ’90 in poi, tra dispute politiche e burocrazia.

I tempi. «Sono in corso le operazioni preliminari di installazione del cantiere, progettazione della bonifica bellica e avvio di alcune demolizioni – ha riferito Lillini –. Tra circa due mesi, approvati alcuni documenti, si avvieranno scavi e fondazioni. Il penitenziario sarà pronto in 540 giorni: entro la fine del 2019, sperando che non intervengano imprevisti. Poi i collaudi, prima della consegna al ministero della Giustizia». «Una tempistica inferiore – Sbriglia ha così incoraggiato le imprese – rispetto a quella servita per le carceri modello francesi». Al cantiere lavoreranno in media 100 addetti, ancor più nella fase finale.

La struttura. Le prime strutture a essere demolite saranno le tettoie già ricovero dei carri armati. Lì sorgerà il corpo detentivo, su tre ali, alto circa 18 metri: piano terra con mensa e servizi, tre piani per un totale di circa 100 celle (da tre detenuti ciascuna), quarto piano per attività ricreative, lavorative e di studio. Di fronte, le officine per le attività lavorative dei detenuti. Ancora, saranno realizzati aree per detenuti in semilibertà, palestra, edificio per il culto, palazzina per gli agenti, cucine, block house, direzione, campi da calcio, tennis e pallacanestro. Tutto circondato da muri in calcestruzzo: quello esterno ai 5 ettari sarà alto 3,3 metri, quellao della parte detentiva 6. All’esterno, parcheggi e ciclabili.

Il carcere modello. «Sembrava impossibile, 30 anni fa, arrivare a questo risultato – così Sbriglia –. Un’opera necessaria e attesa: porterà pace sociale e più sicurezza». Un carcere di media sicurezza, destinato a detenuti i vario genere, ma non a quelli di particolare pericolosità e criminalità organizzata (mafia, terrorismo). Al centro, il recupero dei detenuti. Le ricadute per il territorio: lavoro (almeno 150 addetti tra polizia penitenziaria, educatori, psicologi, amministrativi e via dicendo) e indotto economico rilevante.

Nessun problema sicurezza, anzi: «Un carcere garantisce più sorveglianza, mai il deprezzamento di case o negozi vicini».

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