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La solitudine del fumatore, in compagnia è più facile smettere

C’è una relazione causale tra dipendenza e socialità. A sostenerlo uno studio pubblicato su Addiction

4 minuti di lettura
C'E' un nesso causale tra solitudine e fumo? In altre parole: la solitudine favorisce il tabagismo e ne ostacola l’abbandono o sono condizioni associate ma non collegate da una relazione di tipo causa-effetto? Trovare una risposta a questa domanda è importante, perché capire come stanno le cose significa avere la possibilità di realizzare programmi più efficaci di cessazione dalla dipendenza dal fumo, che – lo ricordiamo – rappresenta la principale causa di morte prematura evitabile, uno dei maggiori fattori di rischio nello sviluppo di cancro e di patologie cardiovascolari e respiratorie e un enorme problema di sanità pubblica a livello mondiale, con 6 milioni di persone che perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo.

Ora uno studio pubblicato su Addiction (il titolo, Bi-directional effects between loneliness, smoking and alcohol use: Evidence from a Mendelian randomisation study) da ricercatori dell’università inglese di Bristol è arrivato alla conclusione che sì, tra esperienza prolungata di solitudine e sigarette un nesso causale c’è. Prove statistiche alla mano. “Abbiamo trovato evidenze che indicano che la solitudine porta a una maggiore propensione a iniziare a fumare e a fumare di più, e a una minore probabilità di smettere con successo” ha dichiarato Robyn Wootton, psicologa all’Integrative Epidemiology Unit dell’università di Bristol e primo autore della ricerca.

Nicotina e solitudine

Non solo questo. I ricercatori di Bristol hanno anche trovato indicazioni di una relazione inversa tra fumo e solitudine, cioè di una bi-direzionalità del nesso di causalità: come dire che il fumo potrebbe essere sia un effetto della solitudine ma anche una causa di solitudine. Sono indicazioni, certo, ma indicazioni in linea – dicono i ricercatori - con studi recenti secondo i quali il fumo è un fattore di rischio per la salute mentale. "Un possibile meccanismo alla base di questa relazione – hanno anche suggerito - è che la nicotina interferisce con i neurotrasmettitori cerebrali, come la dopamina". 

Per arrivare alle loro conclusioni Wooton e i suoi colleghi hanno utilizzato la randomizzazione mendeliana, un metodo statistico che utilizza i dati genetici di centinaia di migliaia di persone (nell’ordine delle 500mila e oltre) per determinare se tra un fattore di rischio e una malattia (o nel nostro caso tra fumo e solitudine) c’è una relazione di causa-effetto. "È la prima volta che la randomizzazione mendeliana viene applicata in questo campo, e quindi - ha detto Wootton - i nostri risultati sono nuovi, ma anche incerti".

Il lockdown

Incerti ma coerenti con le tendenze osservate nel corso della pandemia, visto che secondo il tracker internazionale sul Covid-19 di YouGov milioni di persone solo nel Regno Unito fumano più di quanto non facessero prima del lockdown. E coerenti anche con i dati italiani, giacchè stando allo studio dell’Istituto superiore di sanità Effetti del lockdown sul tabagismo in Italia realizzato nel mese di aprile scorso e pubblicato a fine maggio, gli italiani che hanno dichiarato di aver fumato di più nel periodo di distanziamento sociale (sigarette classiche elettroniche o tabacco riscaldato tutto compreso) sono stati quasi 4 milioni.

Il parere dell’esperta

“Utilizzare la randomizzazione mendeliana in epidemiologia è un vantaggio perché riduce il numero dei fattori confondenti. Si tratta di una metodica che si basa sugli aspetti genetici di numeri elevatissimi di individui, come nel caso di questo studio nel quale sono stati utilizzati campioni europei multipli di popolazione. Applicare la randomizzazione mendeliana in epidemiologia può essere utile, e in questo senso lo studio inglese è intrigante”, dice Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale dipendenze e doping dell’Istituto superiore di sanità.

“E i risultati ottenuti sono interessanti anche se confermano quello che precedenti studi osservazionali hanno già indicato – continua -. I ricercatori inglesi dicono in pratica che la solitudine è collegata alla predisposizione a iniziare a fumare, a fumare di più e che è la solitudine è una condizione che rende più difficile smettere. Questo messaggio è molto importante per chi si occupa di cessazione della dipendenza– dice Pacifici -. Chi opera nel settore deve sapere che l’isolamento, non solo quello dovuto alla pandemia ma lo stato di isolamento in generale, è un fattore che può condizionare il successo dei percorsi di abbandono del tabacco. E che quindi bisogna tenerne conto quando questi percorsi si disegnano”.

Più fumi più sei solo

Se è intuitivo che la solitudine possa portare a fumare di più, e anche a una maggiore difficoltà ad abbandonare il fumo, lo è meno l’inverso: insomma, semplificando un po’ perché fumare potrebbe aumentare la solitudine, come indicano i risultati dello studio di Bristol?  “Per esempio perché chi ha sviluppato una forte dipendenza dalla nicotina può preferire di stare in casa a fumare, piuttosto che andare al cinema o al ristorante con gli amici, se vive in un paese che impone restrizioni al consumo di prodotti che erogano nicotina nei luoghi pubblici”, riflette Pacifici.

Porta d’accesso per altre dipendenze

"Ma le riflessioni che si possono fare su questo tema sono tante: per esempio tanti studi osservazionali hanno dimostrato che le persone che fumano molto sono anche quelle che tendono anche a bere di più in maniera incontrollata o a fare più uso di cannabis. Un paio di anni fa abbiamo realizzato una ricerca su 18mila studenti dai 15 ai 17 anni scoprendo che il 50-60% di chi fumava abitualmente consumava anche cannabis, mentre nei loro coetanei non fumatori le percentuali stavano intorno al 4-5%. La nicotina insomma rappresenta un gateway, una porta, per entrare nelle altre situazioni di abuso". 

Sul tema l'Istituto superiore di sanità sta svolgendo diversi studi. E fra l'altro riesce ad avere un quadro interessante sulla situazione grazie al suo numero verde per smettere di fumare (800.554.088). "Anche dallo studio Iss che abbiamo presentato a fine maggio sugli effetti del lockdown sul tabagismo nel nostro paese emergono risultati che confermano quelli inglesi appena pubblicati. Tramite questionari online su oltre 6mila adulti abbiamo raccolto informazioni relative ai comportamenti prima e durante l’isolamento forzato dovuto alla pandemia. Dalle risposte è risultato che sia prima che durante il lockdown i fumatori consumano più alcol, più cannabis e sono più spesso ludopatici degli altri.  Parliamo di percentuali doppie: il 40% contro il 20%. E quando abbiamo analizzato i test di qualità della vita, i fumatori ottenevano punteggi più bassi, avevano cioè una tendenza all’ansia e alla depressone più elevata degli altri. Un altro dato interessante emerso dal sondaggio è stato che i fumatori che nel corso del lockdown hanno fumato di più, erano soprattutto persone che vivevano da sole, divorziati o separati. Il nostro era uno studio osservazionale, noi non abbiamo indagato nessi di causalità, però in effetti i conti tornano”.