Le pandemie non si sconfiggono da soli

Alimenti che arrivano da lontano e allevamenti intensivi aumentano il rischio di parassitosi. E la deforestazione, privando gli animali del loro habitat, favorisce il salto di specie. Paolo Vineis a Trieste Next
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Sebbene il conio del termine one health sia relativamente recente, fin dall’Ottocento gli scienziati avevano notato alcune similitudini tra le malattie degli animali e quelle delle persone. Tuttavia, la consapevolezza dell’esistenza di un legame indissolubile tra la salute di uomo, animali e ambiente verrà definitivamente acquisita solamente due secoli più tardi, plasmando quel modello sanitario olistico adottato e promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ospite di Trieste Next, il festival della ricerca scientifica ospitato dal capoluogo giuliano, Paolo Vineis, professore di Epidemiologia ambientale all’Imperial College di Londra e vicepresidente del Consiglio Superiore di Sanità, è intervenuto alla tavola rotonda “La prevenzione ci salverà?”.
L’ultimo secolo è stato caratterizzato dalla quadruplicazione della popolazione umana, che ha superato i 7 miliardi, e da un’eccezionale crescita dell’economia planetaria, con un Pil globale aumentato di 20 volte. “Lo sviluppo economico ha portato numerosi vantaggi. Con qualche rara eccezione, negli ultimi decenni la speranza di vita è cresciuta in tutto il mondo: in Italia è aumentata da 73.6 anni per gli uomini e 80.2 per le donne nel 1990, a 80.6 e 84.9, rispettivamente, nel 2017” premette Vineis. Al miglioramento della salute hanno contribuito nell’ultimo secolo diversi elementi: scoperte come i vaccini e le nuove varietà di colture derivanti da incroci genetici, la potabilizzazione dell’acqua o ancora il diffondersi delle reti fognarie e la migliore alimentazione. “I vaccini costituiscono un esempio di guadagno netto nel bilancio tra costi, rischi e benefici: a fronte di 15 milioni di bambini che morivano per vaiolo nel 1967, e 2,5 milioni per morbillo, oggi questi numeri sono rispettivamente zero e 110.000”, enumera l’epidemiologo.

Il prezzo da pagare

Il prezzo da pagare per il nostro benessere è stato però salatissimo, e solo di recente abbiamo iniziato a quantificarlo: perdita di biodiversità, cambiamento climatico, consumo di suolo, sovrasfruttamento delle risorse naturali e contaminazioni ambientali diffuse. Nonché la possibilità che virus ospitati da alcuni pipistrelli delle grotte della Cina raggiungano l’Europa e l’Italia. “La globalizzazione ha moltiplicato gli spostamenti sia delle merci che delle persone. Basti pensare che, rispetto all’epidemia di Sars del 2003, quella di Covid-19 si è espansa come il fuoco nella prateria. Uno studio coordinato da Dino Pedreschi dell’università di Pisa ha evidenziato come in Italia l’indice Rt [il tasso di contagiosità dopo l’applicazione delle misure contenitive] sia crollato con l’istituzione del lockdown” nota Vineis.

Sempre meno biodiversità

Anche il trasporto di prodotti alimentari a grande distanza, coltivati in terre lontane per approdare sulle tavole occidentali, aumenta il rischio di proliferazione di malattie infettive e parassitosi tra i produttori. “Coltivazioni e allevamenti intensivi abbattono la biodiversità, riducendola alle poche specie di interesse umano. La combinazione di assembramento e scarsa variabilità genetica favorisce la diffusione di microrganismi patogeni”, riassume l’epidemiologo, ricordando inoltre il contributo della deforestazione nel salto di specie delle zoonosi: “Con la riduzione del loro habitat, gli animali sono costretti a spostarsi ed entrare più di frequente in contatto con gli esseri umani”.

Difficile fare previsioni

È difficile stabilire con certezza se il cambiamento climatico causerà un aumento nella frequenza delle pandemie. Né possiamo prevedere quando si presenterà la prossima o quale sarà il virus responsabile. Il sequenziamento massivo non è una soluzione percorribile. Innanzitutto, buona parte dei virus sono capaci di mutare in fretta. Inoltre, anche qualora riuscissimo a sequenziare il codice genetico di tutti i virus esistenti, esso non ci darebbe informazioni sulle loro capacità di fare il salto di specie. Piuttosto, la strada maestra sembra puntare verso una sorveglianza capillare, oggi insufficiente, resa possibile grazie una rete che raccolga sia le segnalazioni dei medici di famiglia che le ricerche dei pazienti in internet. Per funzionare efficacemente, questa rete dovrebbe essere il più possibile estesa. “Pandemie, cambiamento climatico e inquinamento atmosferico non conoscono confini. Per nessuno di questi fenomeni c’è una soluzione semplice, che possa essere affrontata da un singolo stato. Ecco perché i nazionalismi non fanno che ritardare la soluzione”, sostiene Vineis, sottolineando il ruolo cruciale di un coordinamento internazionale per affrontare simili sfide.

Lo stile di vita

Tuttavia, la prima cosa da ripensare sarà il nostro insostenibile stile di vita. “Il pianeta ci sta lanciando segnali d’allarme, che dovremmo cogliere prima che la situazione diventi irreversibile. Per questo credo che una decisa svolta verso l’economia verde, il cosiddetto green new deal lanciato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, sia ineludibile e comporti sia un forte impegno politico dall’alto che di partecipazione dal basso”, conclude l’epidemiologo. Nel nostro piccolo, tutti noi possiamo fare la nostra parte: rinunciare all’automobile in favore del trasporto pubblico, unitamente alla riduzione degli alimenti processati, riducono obesità e diabete ma anche inquinamento e cambiamento climatico.