Vaccino Covid: perché servono i test sierologici

Inizia la campagna vaccinale. ma chi ha già avuto la malattia e ha ancora anticorpi sarà in fondo alla lista. Quali sono i criteri e come si misurano
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ALTRO che Natale. Nel desiderio di archiviare il prima possibile questo annus horribilis, e augurarci che il 2021 restituisca una parvenza di normalità, il giorno più atteso delle festività 2020 non sarà la natività bensì la domenica seguente. Il 27 dicembre partirà infatti l’offensiva vaccinale contro Covid-19. La più grande campagna di sempre nel nostro Paese procederà per categoria di priorità: operatori sanitari e sociosanitari, residenti e personale delle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) e ultraottantenni saranno i primi. Poi sarà la volta degli altri. Ma in quale ordine? Dal Ministero della Salute trapela che chi ha già contratto l’infezione non sarà in pole position. E così, si è tornati a parlare di test sierologici.

 

La scorsa primavera, nel bel mezzo della prima ondata, i test sierologici erano saliti alla luce della ribalta come possibile viatico per il rilascio di una fantomatica patente di immunità. Fortunatamente, non se ne fece nulla: a differenza dei tamponi, che forniscono un’istantanea dell’infezione, l’esame delle immunoglobuline rivela l’esposizione recente del nostro sistema immunitario al virus, cioè se una persona è venuta o meno a contatto con esso. Tuttavia, la maggioranza dei test sierologici – e in particolare quelli rapidi – all’epoca non forniva indicazioni sui cosiddetti anticorpi neutralizzanti, cioè quelli che effettivamente ci proteggono dal virus. Sebbene per stabilire la contagiosità delle persone non servano a molto, i test sierologici sono di grande importanza negli studi di popolazione. “La loro affidabilità dipende dalla prevalenza dell’infezione nella popolazione considerata. I test sierologici restituiscono infatti un alto numero di falsi positivi e di falsi negativi. In altre parole, non forniscono certezze definitive sull’infezione del singolo individuo. Tuttavia, a livello epidemiologico, più test vengono effettuati più l’errore diminuisce, permettendoci di stimare la diffusione del virus” ricorda l’immunologa Antonella Viola dell’Università di Padova.

È quanto accade negli studi di sieroprevalenza, nei quali un campione rappresentativo della popolazione generale viene sottoposta al test. Grazie a queste analisi è possibile conoscere la reale letalità della malattia, la diffusione geografica e per fasce di età. Indicazioni utili per pianificare quando, come e quanto allentare le misure restrittive ma non per stilare graduatorie su chi dovrà vaccinarsi per primo. “Per quanto ne sappiamo, il titolo degli anticorpi di chi è stato infettato dura dai 3 ai 5 mesi, ma in alcune persone crolla prima. Pertanto, i risultati di un test sierologico fatto ad aprile non dicono nulla, o quasi, sull’attuale livello di protezione del soggetto: se sei mesi fa erano positivi, oggi potrebbero benissimo essere negativi” prosegue l’immunologa, chiarendo che non è previsto un test sierologico pre-vaccinazione perché, semplicemente, non sarebbe molto utile. Anche perché la vaccinazione non contrasta con una precedente infezione da Covid-19 ma al contrario, potenzia la memoria immunitaria del soggetto. Ecco perché le persone che hanno contratto la malattia senza saperlo, perché presa in forma asintomatica, non devono temere il vaccino contro Covid-19. Dall’epatite B all’antitetanica, la maggior parte dei vaccini prevede più dosi: in un certo senso, l’infezione naturale potrebbe essere considerata come la prima dose e la vaccinazione il suo richiamo.

Smetteremo dunque di sentire nominare i test sierologici? Proprio no, perché il loro utilizzo è cruciale per valutare l’effettiva risposta immunitaria indotta dal vaccino in diversi gruppi di popolazione, in particolare su durata e qualità della risposta. È infatti in corso un'indagine sierologica su un numero rappresentativo di individui vaccinati con i singoli vaccini utilizzati nel nostro Paese, con l'obiettivo di valutare la specificità della risposta immunitaria e la durata della memoria immunologica. Il monitoraggio, coordinato dall'Istituto superiore di sanità, coinvolgerà un campione rappresentativo di vaccinati stratificati per area geografica, età, genere e stato di salute. Gli esami saranno eseguiti immediatamente prima della vaccinazione (tempo zero) e a distanza di 1, 6 e 12 mesi e i risultati saranno pubblicati e utilizzati a fini informativi e valutativi. Ma questa è un’altra storia.