Tumore al seno, bere troppo latte aumenta il rischio?

Due studi indicano che questa malattia sia più frequente in chi consuma quotidianamente grandi quantità di latte di mucca. Facciamo chiarezza con Claudio Vernieri, group leader presso IFOM e oncologo della Breast Unit dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
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IL NESSO tra alimentazione e cancro è un tema caldo. Per la scienza, certamente, ma più ancora per chi ha avuto un tumore e vorrebbe informazioni affidabili e chiare. E infatti la domanda su cosa mangiare (o non mangiare) è ormai quasi immancabile tra quelle che le pazienti in cura per il tumore al seno rivolgono ai propri oncologi. Di studi ce ne sono tanti, le notizie si susseguono, ma spesso i risultati sono difficili da calare nella pratica, sembrano contraddirsi ed essere tutto meno che conclusivi. Sulla newsletter di Salute Seno di questa settimana (qui il link per iscriversi gratuitamente e riceverla ogni giovedì nella propria mail) cerchiamo di fare chiarezza su uno dei tanti dilemmi: il latte e i derivati aumentano il rischio? 

Partiamo da due ricerche in due popolazioni diverse, una statunitense e una svedese entrambe indicano che assumere grandi quantità di latte tutti i giorni aumenta il rischio di sviluppare un tumore al seno del tipo ormono-responsivo (ossia sensibile agli estrogeni) dopo la menopausa, in un caso di circa il 50% e nell'altro di circa un terzo. Come interpretarli alla luce di tutti i dati raccolti finora? È davvero così? E cosa significa “grandi quantità”? Consapevoli che un processo complesso come lo sviluppo di un tumore non può essere ridotto a un meccanismo semplicistico, che l'associazione non è prova di causa-effetto e che non è mai un solo cibo (o un solo fattore) a causare il cancro, abbiamo rivolto queste domande a Claudio Vernieri, group leader presso IFOM (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare) e oncologo della Breast Unit del Dipartimento di Oncologia Medica ed Ematologia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

Dott. Vernieri, di che studi parliamo e quanto sono “forti” le conclusioni?

“Si tratta di due studi prospettici, il che significa che sono stati progettati e condotti con l’obiettivo specifico di andare a constatare se alcuni alimenti, come il latte di mucca e i prodotti derivati, aumentino o meno il rischio di sviluppare il tumore al seno. Il fatto di essere stati pensati fin dall’inizio per questo scopo rende i risultati più solidi rispetto a simili ricerche condotte con disegno retrospettivo (cioè quelle che utilizzano dati ricavati da raccolte relative a mesi/anni precedenti al disegno e alla conduzione dello studio, ndr.). Esistono comunque alcune limitazioni, prima fra tutte il fatto che è difficile controllare l'alimentazione e lo stile di vita di decine di migliaia di persone per molti anni, e trarre da queste valutazioni dei dati che siano definitivi in termini di consumo di specifici alimenti o bevande. Detto ciò, questi studi osservazionali sono potenzialmente frutto di dati molto rilevanti: basti pensare che è proprio grazie a ricerche come queste che è stata dimostrata l’importanza del fumo di sigaretta come fattore di rischio per lo sviluppo del cancro del polmone. Non c’è un altro fattore legato allo stile di vita per cui sia stata dimostrata un’associazione con il cancro tanto ‘forte’ quanto quella con il fumo di tabacco, sebbene esistano associazioni comunque significative, come quella con l’alcool”.

 

Cosa ci dicono questi nuovi studi?

“Che chi consuma quotidianamente latte di mucca in una quantità equivalente a una grande tazza, circa 300 ml, per diversi anni consecutivi ha un maggior rischio di ammalarsi di carcinoma della mammella rispetto a chi ne beve meno o a chi non ne beve per niente. Uno dei due studi a cui facciamo riferimento è stato condotto in una popolazione statunitense, l’altro in una popolazione svedese: nel primo, l’aumento del rischio è risultato di circa il 50% in donne che hanno riportato elevato consumo di latte di mucca. Sono studi interessanti che si vanno a sommare ad altre evidenze emerse da studi simili: il consumo di latte e derivati è infatti associato a un incremento del rischio di sviluppare diversi tipi di tumore, tra cui quello della prostata. Il risvolto pratico di queste ricerche è che bere tutti i giorni tanto latte probabilmente non fa molto bene, in particolare perché si associa a un incrementato rischio di sviluppare specifiche forme di tumore, tra cui il tumore della mammella”.

Quale potrebbe essere il meccanismo alla base dell’associazione?

“Il latte bovino ha un contenuto di proteine elevato. Sappiamo che un consumo elevato di proteine, di qualsiasi origine, nella dieta di tutti i giorni può aumentare in modo significativo il rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore, come quello della mammella, della prostata, del colon e del polmone. Le proteine, infatti, sono costituite da amminoacidi, i quali stimolano il fegato a sintetizzare e a rilasciare nel sangue delle molecole note come fattori di crescita: tali molecole sono importantissime durante lo sviluppo dei tessuti normali durante l'infanzia e l'adolescenza, ma durante l'età adulta possono stimolare in maniera eccessiva la proliferazione delle cellule normali, favorendone la trasformazione in cellule tumorali. Lo sviluppo di un tumore è un processo complesso e questo meccanismo, da solo, non è certo sufficiente. Ma quando in una cellula avvengono determinate mutazioni, un eccesso di fattori di crescita nel sangue circolante può stimolare la sua crescita incontrollata”. 

 

Perché lo stesso non si osserva in chi consuma elevate quantità di yogurt, per esempio?

“Questo argomento è molto interessante: malgrado sia un derivato del latte di mucca, lo yogurt ha delle proprietà metaboliche che potrebbero avere effetti benefici sulla salute dell'organismo, tra cui la capacità di abbassare la glicemia. È ancora da dimostrare, ma sembra che lo yogurt stimoli meno del latte vaccino la sintesi dei fattori di crescita, forse come conseguenza del processo di fermentazione. Di fatto, alcuni studi non hanno osservato alcun nesso tra consumo di yogurt e rischio di sviluppare specifici tipi di tumore, mentre altri studi hanno addirittura messo in luce un possibile effetto ‘protettivo’. Ci tengo a sottolineare che parliamo di yogurt non addizionato con frutta, e quindi non dolcificato. Il consiglio che diamo alle nostre pazienti, spesso all’interno di un programma di alimentazione gestito in collaborazione con nutrizionisti dell'Istituto, è di variare il tipo di colazione: consumare magari yogurt 2 o 3 volte a settimana al posto del latte, alternandolo con una colazione salata. Nell'ambito di una dieta normo-calorica, la percentuale di proteine totali introdotte dovrebbe attestarsi attorno al 10%, quindi molto bassa. È Importante ricordare che quanto ho detto finora vale in un’ottica di prevenzione in chi non ha mai avuto un tumore o per ridurre il rischio di recidive”. 

E per chi, invece, ha un tumore al seno metastatico?

“Nel caso di tumori metastatici, spesso le cellule tumorali hanno una minore sensibilità ai fattori di crescita in quanto hanno acquisito la capacità di replicarsi indipendentemente dalla loro stimolazione. Ad ogni modo, nelle pazienti che non presentano particolari problemi di tipo nutrizionale, come perdita di peso eccessiva e malnutrizione, suggeriamo di non eccedere mai con consumo di proteine, perché è verosimile che parte delle cellule tumorali abbia mantenuto una certa sensibilità. Presso il Dipartimento di Oncologia diretto dal Prof. de Braud, stiamo da alcuni anni sperimentando anche in pazienti affetti da neoplasie più avanzate specifici regimi di intervento nutrizionale più drastico, note come diete ipoglicemizzanti, che hanno l'obiettivo di ridurre drasticamente la concentrazione di glucosio e fattori di crescita, con l'obiettivo di sensibilizzare le cellule tumorali all'attività' dei farmaci chemioterapici”.