Covid: i rischi in gravidanza

Più probabile il parto pretermine. Il ricovero in ospedale. Anche se il virus non attacca il feto
4 minuti di lettura

“Categorie a rischio”. Questa è una delle espressioni che da un anno a questa parte sono diventate familiari a noi tutti. Entrata nel gergo delle nostre conversazioni quotidiane, insieme ad altre come “obbligo di mascherina”, “divieto di assembramento” e “solo servizio asporto”.

Rispetto a 12 mesi fa, oggi siamo più svelti e mentalmente efficienti nel sintonizzarci all’istante sui messaggi riguardanti l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19. Dunque, quando sentiamo parlare di “categorie a rischio”, anche se non siamo medici o scienziati, in un secondo, siamo capaci di mettere in fila nel nostro cervello tutti i soggetti potenzialmente classificabili sotto quella voce. Anziani, gente con patologie pregresse, immunodepressi, obesi e, last but not least, donne in gravidanza. Si parla poco di quest’ultimo sottoinsieme, ma la scienza lo sta monitorando attentamente ed è giunta ad alcune conclusioni.  


 
La prima è che le donne incinte e positive al COVID-19 hanno più probabilità di dover essere ricoverate in ospedale rispetto a donne della stessa età, ma non in attesa. E hanno maggiori probabilità di ammalarsi gravemente o addirittura di morire, le “gravide” appartenenti ad alcuni gruppi etnici minoritari.

Le ricerche hanno però evidenziato che i bambini, figli delle puerpere ammalate, non contraggono gravi infezioni respiratorie. In buona sostanza, il virus di rado viene trasmesso dalla madre al feto e questo è stato scoperto grazie all’analisi delle placente, dei cordoni ombelicali e del sangue delle donne partorienti.
Occorre però precisare che i dati riguardanti l'infezione da COVID-19 tra le donne in gravidanza, sono attendibili fino ad un certo punto poiché raccolti sulla base delle donne che hanno dovuto far ricorso all’ospedale per motivi di qualunque genere durante la gravidanza. 

Ora è indubbio che, nel periodo di gestazione, i polmoni siano sempre e comunque messi alla prova e risultino quindi più vulnerabili in caso di un attacco virale alle vie respiratorie. Man mano che l'utero si ingigantisce, spinge verso l'alto contro il diaframma, riducendo la capacità polmonare e l'apporto di ossigeno, condiviso tra madre e feto. La gravidanza indebolisce anche il sistema immunitario e questo rende le donne più suscettibili a complicazioni dovute alle infezioni di qualunque tipo, anche legate alle banali influenze stagionali.  

Andrea Edlow, ostetrica presso il Vincent Center for Reproductive Biology del Massachusetts General Hospital di Boston, racconta che fin dall’inizio della pandemia il suo gruppo di lavoro ha notato un aumento considerevole di donne incinte bisognose di ospedalizzazione.

D’altra parte 77 studi di coorte pubblicati lo scorso settembre hanno chiarito che le donne incinte sono senz’altro un gruppo a rischio. Sono stati presi in considerazione i dati di oltre 11.400 donne con COVID-19, conclamato o sospetto, ricoverate durante la gravidanza per un motivo qualsiasi.
Ebbene, le probabilità che le donne incinte e con una diagnosi di COVID-19 venissero ammesse all'unità di terapia intensiva erano del 62% più alte rispetto alle donne non gravide in età riproduttiva. Le probabilità di aver bisogno di ventilazione invasiva superavano addirittura l'88%. 


Uno studio dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha confermato questo panorama. Osservando più di 400.000 donne positive al coronavirus o con sintomi di COVID-19, di cui 23.434 in gravidanza, ha riscontrato dati analoghi sia per quanto riguarda le probabilità di ricovero in terapia intensiva sia per la necessità di ventilazione invasiva nelle donne prese in carico.
Shakila Thangaratinam, ricercatrice di salute materna e perinatale presso l'Università di Birmingham nel Regno Unito, che ha condotto l'analisi dei 77 studi, chiarisce che “il campione di donne preso in esame, si riferisce solo alle persone ricoverate, ma che senza dubbio la ricerca andrebbe allargata a tutta la comunità delle donne in attesa”.
Una certezza è che fra le donne incinte affette da COVID-19, era maggiore l’incidenza di parti pretermine. In Gran Bretagna, su 4.000 donne positive al COVID-19, risulta che il 12% abbia partorito prima della 37ma settimana. Negli Stati Uniti, le donne con COVID-19 che hanno partorito in anticipo, sono state il 15,7%. In pratica, come sottolinea la stessa Thangaratinam “donne con COVID-19 hanno tre volte la probabilità di partorire pretermine rispetto a quelle sane”.

La maggior parte dei parti pretermine nelle donne con COVID-19 si verifica negli ultimi tre mesi di gravidanza, quando il feto ha le maggiori probabilità di uno sviluppo sano. Questo elemento potrebbe giustificare il fatto che il COVID-19 non sia ancora mai stato collegato a un  aumento dei tassi di mortalità neonatale o a problematiche nello sviluppo fetale. "Non ci sono evidenze che il virus incida sulla mortalità o sulla crescita dei feti", afferma Christoph Lees, ostetrico dell'Imperial College di Londra, che ha fatto parte del team che ha messo a confronto i dati delle 4.000 donne negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Una grande incognita all'inizio della pandemia era se SARS-CoV-2 potesse essere trasmesso dalla madre al bambino. Andrea Edlow e il suo team di ricerca hanno quindi iniziato a raccogliere e studiare il plasma materno, il plasma cordonale e la placenta.
Gli studi pubblicati dal suo gruppo lo scorso hanno dimostrato che questa "trasmissione verticale" è rara. In 62 donne in gravidanza che sono risultate positive per SARS-CoV-2 mediante un tampone nasale o faringeo, il team di Edlow non ha trovato prove di virus nel sangue o nel sangue del cordone ombelicale e nessuno dei 48 bambini che sono stati tamponati è risultato positivo al virus alla nascita. Il team ha anche scoperto che i bambini nati da madri infette generalmente se la cavano bene. In uno studio che ha confrontato 179 bambini nati da donne che erano risultate positive al test SARS-CoV-2 con 84 nati da madri risultate negative, la maggior parte dei bambini era sana alla nascita e per 6-8 settimane dopo.

La questione se l'immunità di una madre si trasferisca al suo bambino è un po' più complicata. Il team di Edlow ha trovato anticorpi a SARS-CoV-2 nel sangue del cordone ombelicale di donne che erano state infettate, ma non è ancora chiaro quali livelli di protezione questo possa garantire al feto.

 

VACCINI

Anche i possibili effetti dei vaccini sulle donne in gravidanza sono ancora in fase di studio. Nessuno dei principali produttori di antidoti ha infatti arruolato donne incinte nelle fasi sperimentali degli antidoti e solo adesso si stanno cominciando a pianificare sistemi di monitoraggio sulla specifica categoria. 
Lo scorso gennaio, l'Oms ha raccomandato che i vaccini a RNA messaggero prodotti da Moderna e Pfizer / BioNTech fossero somministrati soltanto alle donne in gravidanza a più alto rischio – vale a dire quelle che lavorano in ambito sanitario oppure già in pregresse condizioni di salute precarie - e solo dopo aver consultato il medico di fiducia.

Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration e il CDC stanno a tutt'oggi monitorando gli effetti della vaccinazione sulle donne in gravidanza.