Bulimia e anoressia: storia di Gaia e delle vite 'ostaggio' dei disturbi alimentari

In occasione del Fiocchetto Lilla, l'appuntamento dedicato ai Dca, il racconto in prima persona di chi è riuscita a uscirne

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AVER paura di mangiare una mela o di bere un caffè, perché l’anoressia si è già impadronita di te, dei tuoi pensieri, della tua vita e dei tuoi cari. Un peso carico di ansie e paure per tua madre, tuo padre e tua sorella. Ti avvolge in una nebbia che allontana interessi e amici. "Anche la cosa più leggera per me era la più pesante al mondo. La pasta era una di quelle cose che mi terrorizzavano di più. Prima di ogni pasto provavo razionalmente ad autoconvincermi che non mi avrebbe fatto nulla e che sarebbe andato tutto bene. Poi, quando mi mettevano davanti il piatto, tutto improvvisamente diventava nero. La mia testa si annebbiava e iniziava una vera e propria lotta fra me e il cibo”, racconta Gaia, studentessa di Psicologia di Velletri che ha combattuto con questo disturbo alimentare dai 15 ai 20 anni.

I dati 

In tutto sono oltre tre milioni le persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (Dca). Per lo più sono ragazze, ma anche i maschi stanno lentamente diventando prigionieri di anoressia e bulimia, dei disordini alimentari. Un problema che è aumentato del 30% nei giorni bui del Covid e che si celebra oggi, 15 marzo, in occasione di Fiocchetto Lilla. Vite spesso giovanissime, perché aumentano anche i bambini che già a otto anni decidono di digiunare o di abbuffarsi. Il 20% delle nuove diagnosi riguarda ragazzini tra gli 8 e i 14 anni. Un problema che tocca comunque anche tanti over-40 anche se l'89% dei pazienti è adolescente. Per tutti c’è il problema psicologico da affrontare, la mente da curare, ma anche il corpo. Ragazzine di 10 anni con l’osteoporosi, complicazioni per le continue corse al bagno per vomitare di nascosto, valori che schizzano per le abbuffate fuori controllo.

 

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Storie di ragazzi, donne e uomini ostaggio del cibo, come quella di Gaia e della sua famiglia. Per anni spezzettava le pietanze e perdeva peso, fino a rischiare tutto. “I pasti duravano ore, levavo condimenti, dividevo il piatto a metà e non esisteva che il piatto sotto di me si svuotasse: qualcosa doveva sempre avanzare. Era una vergogna e una sconfitta per me finire il pasto. E quando succedeva mi punivo pesantemente. Con allenamenti per perdere peso”. 

Il bullismo

Per Gaia tutto è incominciato a 15 anni con attacchi di bulimia e le prime abbuffate. Aveva pochi chili di troppo, tanti però per fare la differenza tra lei e una ragazza ‘popolare’. E creare disagio e malessere. Una situazione acuita dopo alcuni episodi di bullismo on line. Il perfezionismo l’ha spinta a dimostrare agli altri che poteva essere diversa. Ha incominciato, come fanno molti giovani in situazioni simili, una dieta fai da te. Una decisione all’apparenza innocua che l’ha portata a mangiare sempre meno. L’anoressia era già lì a minacciarla. "In realtà – racconta – non ho mai trovato una ragione a quello che mi è successo. Sono molto sensibile ai giudizi degli altri, avevo qualche problema ma nulla di grave. Avevo una famiglia tranquilla”. Ma Gaia ci tiene a sfatare tutti i luoghi comuni sui disturbi alimentari, che continuano ad essere avvolti da molti pregiudizi. “L’anoressia non è un capriccio. Non è vero, come viene spesso scritto che le ragazze vogliono essere simili alle modelle e che si digiuna per essere belle. Non è così. Sono dinamiche che fanno parte dell’inconscio. Quando mi sono accorta che avevo un disturbo era troppo tardi. Ero posseduta dall’anoressia, mi sembrava di impazzire".

In lotta contro il cibo

Nei giorni, nei mesi, Gaia è diventata sempre più magra. Non aveva altri pensieri se non quello di combattere il suo unico nemico: il cibo. Una situazione che l’ha isolata sempre di più. “Gli amici non mi sono stati vicini, anzi la malattia è stato l’inizio della fine di molte mie amicizie. Alcuni ci hanno provato ma devo ammettere che non era facile rimanere vicino ad una persona che stava così male. Ad averne avuto il coraggio sono stati davvero pochi. Il mio sembrava un capriccio, una semplice voglia di essere magra. Detto sinceramente sarebbe stato tutto molto più semplice se fosse stato così”, racconta.

Gaia racconta di essere stata ossessionata da una voce interna che la faceva muovere a comando impedendole di mangiare bene e fare una vita sana. Nella sua testa rimbombava il pensiero del numero delle calorie, dei grassi contenuti nei cibi e degli esercizi per polverizzare tutto quello che poteva farle acquisire peso. Tutto questo per cinque lunghi anni.

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La ricerca disperata delle cure

A poco più di un anno dall’inizio dell’incubo, i genitori si sono accorti di questo disturbo che sa nascondersi con furbizia. E’iniziato così un lungo percorso fatto di visite, ambulatori e ricoveri. Una strada complicata, visto che l’anoressia consuma corpo e mente, ma  porta i pazienti anche ad affrontare tante difficoltà per trovare strutture adeguate dove curarsi. "Senza l’impegno anche dei miei genitori, ora molto probabilmente non sarei qui. Si sono fatti in quattro per farmi avere le cure necessarie anche se è paradossale dover lottare così per ottenere delle terapie decenti. Abito nel Lazio, a Velletri, dove c’è carenza di strutture specializzate. In un primo momento andavo in un ambulatorio a Roma, ma mi pesavano vestita. Non sono migliorata, ho perso tempo e in quella situazione ogni giorno è prezioso. Poi a 16 anni sono entrata nel centro per i disturbi alimentari di Todi dedicato ai Dca ma il mio ricovero non è andato bene, perché non avevo nessuna intenzione di uscirne. Pesavo 38 chili. Mi hanno dimessa perché non aderivo al trattamento e, dopo un periodo a casa, sono finita in ospedale".

In pochi giorni Gaia ha perso altri 6 chili, una situazione definita dai medici “irrecuperabile”. “L’affetto della mia famiglia non mi bastava per riprendermi. Solo quando ha toccato il fondo ho deciso di reagire. Quando si è così malati non si pensa ai propri cari, agli altri. Dopo sei mesi in ospedale però ho deciso di chiedere a Palazzo Francisci di Todi di accogliermi di nuovo. Non è stato facile perché in Italia ci sono pochi centri specializzati come quello e le liste di attesa sono lunghe. Una volta arrivata lì, già dal primo giorno cambiò tutto. Ero felice, mi sentivo a casa, potevo essere me stessa”.

Nei sei mesi passati a Todi nella prima struttura pubblica dedicata ai disturbi alimentari, Gaia è stata seguita da un’équipe multidisciplinare composta da medici, nutrizionisti, psichiatri e infermieri. "Mi hanno salvato la vita accogliendomi nella struttura. La psicoterapia è stata molto utile, ma anche il lavoro della nutrizionista e la compagnia di tutte le ragazze con le quali mi capivo con un semplice sguardo. Solo così ne sono uscita".

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Oggi la parola anoressia non le fa più paura. Ha ripreso peso e ha una vita normale, come tanti ragazzi. Cosa consiglieresti agli altri ragazzi in questa situazione?  “Fidatevi, lasciatevi andare, solo così potete ottenere la vita che volete. Bisogna trovare la via per sfidare la malattia. Non è importante capire come ci si si è ammalati, né se ci sono responsabilità. Non se ne esce colpevolizzando i genitori. Oggi a 22 anni ho un peso normale e studio psicologia all’università. Ho ripreso a mangiare perché ho capito che il problema non era il cibo, ma forse solo la paura di vivere”.