Vaccini Covid. Sputnik: come funziona, perché non arriva. E su cosa puntano i russi

(reuters)
Efficace e versatile. Ma non ancora autorizzato nei paesi europei. Ecco perché. E come il prodotto russo gioca la partita geopolitica più che quella sanitaria
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MOSCA. Nell’Europa sempre più affamata di vaccini anti-Covid-19, a causa di campagne di vaccinazione che stentano a decollare e problemi di approvvigionamento da parte delle aziende occidentali, molti guardano a Mosca. L’annuncio del presidente Vladimir Putin dello scorso agosto che la Russia aveva autorizzato l’uso del primo vaccino al mondo contro il virus Sars Cov-2 prima ancora che fosse stata completata la sperimentazione aveva suscitato scetticismo nella comunità scientifica internazionale. Ma ora la Federazione russa sta raccogliendo i frutti di quella che potrebbe essere la più grande svolta scientifica dai tempi d’oro dell’era sovietica. Sviluppato dal Centro di Epidemiologia e microbiologia Gamaleja e finanziato dal Fondo russo per gli investimenti diretti (Rfid), il vaccino russo Sputnik V è efficace al 91,6%, economico, facile da conservare e trasportare. E apparentemente disponibile.

La ricerca di un vaccino come la corsa allo spazio

Sin dalle prime settimane della pandemia, il presidente russo aveva ordinato ai funzionari scientifici, politici e militari di mettersi in assetto da combattimento perché la Russia fosse la prima ad avere un vaccino. Anche se ciò ha significato prendere delle scorciatoie. Nella primavera del 2020, il direttore del Centro Gamaleja, Aleksandr Gintsburg, si è vantato di essersi inoculato una versione sperimentale di quello che sarebbe diventato Sputnik V, un metodo che rompeva i protocolli usuali. L’11 agosto il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la registrazione del primo vaccino al mondo contro il Covid-19, chiamato non a caso come il primo satellite con il quale i sovietici batterono gli Usa nella corsa allo spazio, più la “V” di vaccino.  Annuncio accompagnato dal lancio di un profilo social seguito oggi da quasi 200mila follower e di un sito web ora disponibile in nove lingue.

Il 9 novembre Pfizer ha annunciato che i suoi dati provvisori di Fase III avevano dimostrato che il suo vaccino era efficace per oltre il 90%. Due giorni dopo l’Istituto Gamaleja ha diffuso un comunicato stampa affermando che lo Sputnik V era efficace al 92%, dato aggiornato due settimane dopo al 95% per rispondere al 94,5% dichiarato da Moderna, l’altro rivale americano.

Infine a dicembre, quando il Regno Unito ha annunciato l’avvio della vaccinazione con Pfizer, per non essere da meno la Russia ha anticipato la sua campagna. L’inoculazione sarebbe iniziata a Mosca, dapprima riservata a operatori sanitari e ad altre categorie che avevano un alto rischio di esposizione, inclusi insegnanti e assistenti sociali.

Una rincorsa quasi farsesca che ha destato il timore della comunità scientifica internazionale che le autorità russe stessero anteponendo il prestigio nazionale alla sicurezza. Del resto la stessa decisione di chiamare il vaccino Sputnik sottolineava la valenza geopolitica che il Paese attribuiva al traguardo: la lotta contro la pandemia come una moderna corsa allo spazio per rivendicare il ruolo di potenza mondiale come ai tempi della Guerra fredda e conquistare nuovi spazi d’influenza.

 

La sperimentazione

L’annuncio della registrazione di Sputnik V ha destato i sospetti degli esperti internazionali anche perché Gamaleja non aveva condiviso i dati della Fase 1 e 2 della sua sperimentazione, basata peraltro su un campione di soli 38 casi, e non aveva neppure avviato la Fase 3 che doveva coinvolgere decine di migliaia di volontari. In compenso, i ricercatori dell’Istituto e l’élite russa avevano già beneficiato del vaccino, compresa una delle due figlie del presidente russo.

“Perplessità comprensibili”, ammette Svetlana Zavidova, a capo dell’Associazione russa delle Organizzazioni per le sperimentazioni cliniche (Acto). “Le autorità hanno messo il carro davanti ai buoi: prima la registrazione e la vaccinazione, poi la terza fase delle sperimentazioni. È come se nello slalom, invece di passare tra i paletti, avessero superato tutti tirando una linea dritta fino al traguardo e poi pretendendo una medaglia”.

I ricercatori di Gamaleja hanno pubblicato i risultati delle Fasi 1 e 2 su The Lancet solo all’inizio di settembre. Tre giorni dopo, una quarantina di scienziati, perlopiù occidentali, hanno evidenziato in una lettera aperta presunte “incoerenze” nei dati chiedendo un chiarimento. Il più significativo: i livelli di anticorpi riportati dei partecipanti sembravano stranamente simili. Dubbi tuttavia liquidati come il risultato dell’eterna “guerra dell’informazione” contro la Russia o “russofobia”.

I dubbi sono stati fugati solo dopo che lo scorso 2 febbraio uno studio di The Lancet ha fissato al 91,6% l’efficacia di Sputnik V contro le forme sintomatiche di Covid-19 mettendolo sul podio insieme a Pfizer e Moderna. “Lancio in orbita riuscito”, ha titolato il quotidiano russo Izvestija.

 

Come funziona Sputnik V

Come il vaccino sviluppato dall’Università di Oxford e AstraZeneca nel Regno Unito, CanSino Biologics in Cina e Johnson & Johnson negli Stati Uniti, Sputnik V è basato sulla tecnica del “vettore virale” usata da decenni nel campo dei vaccini. Usa virus disabilitati come “vettori” per iniettare un’istruzione genetica nelle nostre cellule e lasciare che producano l’antigene che scatena la risposta immunitaria. Il Dna inoculato è inserito nel genoma di un adenovirus, che causa il comune raffreddore.

I farmaci statunitensi sviluppati da Moderna e Pfizer e BioNTech si basano invece su una tecnologia relativamente recente che utilizza istruzioni genetiche in una molecola di acido nucleico chiamata mRna (o Rna messaggero) per programmare le cellule di una persona per produrre la proteina virale e innescare una risposta immunitaria.

Come i britannici, i russi prevedono una somministrazione in due dosi a 21 giorni di distanza. Ma mentre i ricercatori di Oxford usano due volte lo stesso vettore per trasportare il codice genetico, quelli dell’Istituto Gamaleja ne usano due diversi: Ad26 per la prima iniezione, Ad5 – un ceppo più comune - per la seconda.

Oltre all’alta percentuale di efficacia, Sputnik ha almeno altri due punti di forza: costa meno di 20 dollari (circa 16 euro) per un singolo ciclo di due dosi, più del vaccino di Oxford-AstraZeneca, ma meno dei vaccini di Pfizer e Moderna, e può essere conservato e trasportato in un frigorifero standard anziché in uno speciale refrigeratore come i rivali Usa che richiedono temperature molto basse.

 

La diffusione del vaccino all’estero

La Russia ha subito mostrato la sua volontà di distribuire il vaccino in tutto il mondo per dimostrare che sa fare altro oltre a esportare armi e idrocarburi. Vinta la diffidenza estera, oggi oltre 50 Paesi hanno autorizzato l’uso di Sputnik V. Non solo i Paesi emergenti o alleati, ma anche nazioni tradizionalmente vicine agli Stati Uniti come gli Emirati Arabi. Tra i suoi testimonial il vaccino russo vanta il presidente della Guinea Alpha Condé e il leader boliviano Luis Arce.

Sputnik V fa gola persino all’Ue. L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) ha avviato il cosiddetto processo di “rolling review”. Una revisione continua degli studi, da integrare via via in base alle richieste dell’ente, partita con almeno 20 giorni di ritardo rispetto alla richiesta di Rfid anche a causa di equivoci burocratici: secondo alcune fonti, il Fondo russo aveva inizialmente inoltrato la documentazione al Cesp, il portale del Comitato dei capi delle agenzie mediche dei vari Paesi, e non all’Ema.

Nonostante le frizioni con Mosca per il caso Navalnyj, la cancelliera Angela Merkel si è offerta di accelerare il processo che dovrebbe concludersi con un via libera a fine aprile o, più probabilmente, a maggio.

Ma l’Ungheria per accorciare i tempi ha deciso di fare da sola diventando il primo Paese dei Ventisette ad autorizzarlo, seguito dalla Slovacchia, con Lussemburgo e Repubblica Ceca che si apprestano a farlo.  La stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aperto al vaccino russo purché ci sia piena trasparenza e venga approvato dall’Ema.

Dopo mesi passati a difendere la qualità del suo prodotto, la Russia potrebbe faticare a soddisfare la domanda. Il vero tallone d’Achille di Sputnik V è la produzione. Il Centro Gamaleja fa ricerca, non produzione su larga scala. Il Rfid ha stretto accordi di “trasferimento di tecnologia” con produttori in patria e all’estero.

Le dosi prodotte in Russia da sei produttori autorizzati sono riservate al mercato russo. Quelle destinate all’esportazione sono prodotte all’estero, in una decina di Paesi partner, tra cui Kazakhstan, India, Cina, Corea del Sud e Brasile. In Europa Rfid ha firmato un accordo con l’azienda biofarmaceutica svizzera Adienne Pharma&Biotech, che ha il laboratorio a Monza, con fabbriche in Spagna e Francia e ha contattato i tedeschi di Idt Biologika. Ma è complesso garantire l’omogeneità del prodotto che è uno dei fattori che le agenzie di regolamentazione come Ema stanno verificando.

Finora, inoltre, i lotti consegnati all’estero sono stati spesso simbolici. L’Argentina ha segnalato i primi ritardi. E in patria le regioni spesso denunciano difficoltà di rifornimento. Se per il momento il vaccino è ampiamente disponibile nelle grandi città, è solo per via della diffidenza della popolazione.

 

La campagna di vaccinazione in Russia

Mentre all’estero la sfiducia si è diradata, in patria il 58% dei russi diffida del vaccino nazionale secondo l’ultimo sondaggio di Levada Tsentr. Una percentuale che, secondo il direttore del dipartimento di ricerca socio-culturale dell’istituto indipendente Aleksej Levinson, è strettamente correlata con l’eccesso di propaganda. “La gente non si fida del potere. Capisce che il Cremlino sta usando il vaccino per scopi politici”. Quando il 4 dicembre è partita la vaccinazione a Mosca, gratuita e volontaria, è stato aperto un centro persino nei grandi magazzini del lusso Gum sulla piazza Rossa. Ma l’affluenza è andata a rilento.

Non ci sono statistiche ufficiali. Al 13 marzo, secondo il sito Gogov.ru che si basa su media e autorità, 8,3 milioni di persone avevano ricevuto almeno una delle due dosi del vaccino su una popolazione di 146 milioni. Cifre gonfiate, secondo alcune inchieste indipendenti, perché non corrispondono alle statistiche diffuse dalle singoli regioni.

Dall’alto non è arrivato l’esempio. Il presidente russo sessantottenne Vladimir Putin non si è ancora vaccinato. A dicembre aveva detto di attendere il via libera per la sua fascia di età e, ora che è arrivato, di evitare sovrapposizioni con i richiami contro influenza e pneumococco. Tra i funzionari russi solo il ministro della difesa Serghej Shojgu e il deputato ultranazionalista Vladimir Jirinovskij hanno ricevuto il vaccino.

Tuttavia, c’è un bisogno urgente. Le autorità hanno deciso di non imporre nuove restrizioni per preservare la già fragile economia, benché la Russia sia il quarto paese più colpito al mondo dalla pandemia, con quasi 4,5 milioni di positivi e circa 94mila morti. Ma l’Istituto di Statistica Rosstat ha ammesso che i morti potrebbero essere tre volte il conteggio ufficiale il che farebbe balzare la Russia al terzo posto per decessi. Perdite che però non sono coperte dai media né dalle autorità. “Invece che ‘il nostro vaccino è il migliore’ – lamenta Levinson – il messaggio dovrebbe essere ‘il virus è pericoloso’”.