Seconda dose vaccino, ecco perché cambiare non è una buona idea

Uno studio su Lancet rivela un aumento degli effetti avversi lievi se si utilizza un tipo diverso per il richiamo. Cassone: "E la risposta anticorpale? Potrebbe essere diversa"
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Cambiare in corsa la seconda dose di un vaccino proponendone uno diverso - come ha deciso di fare la Germania con chi aveva fatto la prima dose di AstraZeneca - potrebbe non essere una buona idea. Secondo uno studio dell'università di Oxford - infatti - ci sono più probabilità di effetti collaterali lievi e moderati negli adulti dopo il mix AstraZeneca e Pfizer. Niente di grave, beninteso, ma brividi, mal di testa e dolori muscolari sono gli effetti collaterali riportati più di frequente, comunque di breve durata.

 "È una scoperta davvero intrigante e anche inaspettata", ha dichiarato Matthew Snape, dell'Oxford Vaccine Group. Lo studio Com-Cov è cominciato a febbraio con l'obiettivo di verificare se un vaccino diverso per la seconda dose potesse portare a un'immunità più duratura, a una migliore protezione contro nuove varianti o semplicemente consentire di poter utilizzare al meglio le scorte disponibili, anche se di tipologia diversa.

Lo studio ha reclutato 830 volontari sopra i 50 anni. I dati preliminari (quelli completi saranno pubblicati a giugno) sono stati comunicati su Lancet nei dettagli: febbre a quattro settimane dalla somministrazione di due dosi del vaccino AstraZeneca in una persona su dieci. Risultati peggiori per la somministrazione combinata AstraZeneca e Pfizer: 34 per cento di leggeri effetti collaterali. "Le stesse differenze si applicano ad altri sintomi come brividi, affaticamento, mal di testa, malessere e dolori muscolari", ha aggiunto Snape.

 

Ad aprile, lo studio è stato ampliato, aggiungendo altri 1.050 volontari e stavolta si testeranno combinazioni diverse: Moderna e Novavax insieme ad AstraZeneca e Pfizer. In ogni caso qualcuno - le province canadesi di Quebec e Ontario per cominicare - ha già detto che utilizzerà vaccini di tipo diverso per prima e seconda dose, sia per evitare ritardi dovuti a carenza di forniture sia per la preoccupazione per i seppur rari casi di trombosi legati ad AstraZeneca.

 

Cambiare tipologia di vaccino può però non essere una buona idea anche per altre ragioni, che lo studio non considera e che riassume Antonio Cassone, membro dell'American Academy of Microbiology. "Bisogna fare delle riflessioni - comincia Cassone - la prima è che lo studio ha considerato soltanto persone sopra i 50 anni e quindi non sappiamo se nei più giovani gli effetti possano essere di più, o più gravi. La seconda ragione è il numero ristretto di soggetti studiati e il caso AstraZeneca ci ha dimostrato come ne servano centinaia di migliaia per individuare effetti rari, non individuabili con piccoli campioni".

 

La terza ragione è quella potenzialmente più importante, anzi dirimente: "Questo studio non ha indagato la risposta anticorpale - sottolinea Cassone - quindi non sappiamo se cambiare dose possa conferire maggiore risposta anticorpale. Teoricamente potrebbe darne anche di meno, perché il vaccino è composta anche da altro materiale che interagisce e si combina. E allora, se protegge di più ci sta anche che rischiamo qualche effetto collaterale leggero maggiore, ma se protegge di meno...Insomma, io non credo si possa fare a cuor leggero, almeno non senza dati di risposta anticorpale e con numeri maggiori. Siamo ancora in emergenza, lo capisco, però se dai il vaccino in modo diverso rispetto agli studi registrativi, o addirittura lo combini, siamo sicuri che l'efficacia dimostrata contro le varianti con gli studi venga mantenuta se cambiamo le regole in corsa? Soprattutto contro varianti che sembrano più pericolose, come quella indiana?". E allora la logica dovrebbe essere "se proprio non abbiamo alternative, facciamolo pure, ma non diciamoci che tanto è uguale. Perché potrebbe non esserlo".