Come funziona il cervello delle persone empatiche

La mente elabora in maniera differente i contesti sociali e non sociali, riuscendo a interagire più efficacemente con gli altri
2 minuti di lettura

COSA determina la personalità di un individuo? Generazioni di psicologi, questionari alla mano, hanno tentato di schematizzare e quantificare i diversi tratti della personalità. Tuttavia, la comprensione dei meccanismi neurofisiologici che li caratterizzano rimane un terreno relativamente vergine, esplorato solamente da una decina di anni. In questo filone si inserisce lo studio pubblicato nella rivista NeuroImage dalle ricercatrici Sandra Arbula ed Elisabetta Pisanu della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste che, sotto la supervisione di Raffaella Rumiati, professoressa di Neuroscienze cognitive, hanno esaminato l’attività del cervello di persone con differenti gradi di empatia. Secondo i loro risultati, l’attività del cervello dei soggetti più empatici e altruisti cambia a seconda che il contesto sia sociale o meno, permettendogli di sfoderare quelle abilità che risultano importanti e più utili per la riuscita dell’interazione con il prossimo. Ciò non avviene, o avviene in misura ridotta, nel cervello delle persone più distaccate e individualiste. I tratti della personalità riflettono degli aspetti chiave della variabilità individuale. Per cercare di comprendere i meccanismi alla base di queste differenze occorre indagare i comportamenti associati a ciascuno tratto e le loro basi neurali.

Il questionario

Innanzitutto, l’equipe della SISSA ha selezionato, attraverso la somministrazione di un questionario, decine di volontari in base al loro grado di amicalità. Secondo il modello teorico dei cosiddetti Big Five, questa è – insieme a estroversione, l'essere coscienziosi, stabilità emotiva e apertura mentale – uno dei tratti fondamentali della personalità. L’empatia è associata a caratteristiche quali l’empatia, la cooperazione e la generosità che richiedono la capacità di cogliere aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali dell’altro nelle situazioni sociali. I partecipanti allo studio osservavano stimoli visivi che descrivevano situazioni diverse, alcune caratterizzate da contenuti sociali e altre da contenuti non sociali. La loro attività cerebrale è stata quindi registrata utilizzando la risonanza magnetica funzionale, che permette di rilevare le aree cerebrali che si attivano durante l’esecuzione di un determinato compito. “Abbiamo osservato che nella corteccia prefrontale dorsomediale si forma una rappresentazione dei contenuti sociali estratti dalla percezione di una scena. Quando, in uno specifico individuo, il pattern di attività dell’area è simile nelle situazioni sociali e in quelle non sociali, siamo in grado predire che quella persona è dotata di una bassa amicalità. Quanto più è marcata la differenza, invece, tanto più questo tratto è probabile che sia più sviluppato” spiega Rumiati.

L'istruzione conta

Le radici dello studio, che è parte di un progetto più ampio, affondano nell’esperienza della neuroscienziata presso l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), dove ha approfondito il ruolo di predittori quali il tipo di scuola frequentata e il livello di istruzione dei genitori. “Sia la nostra esperienza come studenti che quella di docenti ci suggeriscono che per andare bene a scuola e all’università non basta essere intelligenti ma bisogna anche sapere come studiare, pianificare l’apprendimento, sapere dosare le nostre risorse. Questi aspetti diventano più comprensibili se prendiamo in considerazione anche la personalità” spiega la neuroscienziata, che prosegue: “Trovo di grande interesse svelare i punti di sovrapposizione tra personalità e funzioni cognitive si intrecciano, anche a partire da dove avviene nel cervello. Questi primi risultati ci permettono di capire un po’ meglio le interazioni tra i meccanismi neurali sottostanti personalità e capacità cognitive e sociali, almeno per ciò che riguarda l’amicalità”. In prospettiva, i risultati potrebbero contribuire allo sviluppo di test di personalità più obiettivi ed efficaci, includendo per esempio una verifica dell’empatia di un individuo sulla base della sua risposta cerebrale a stimoli diversi. “Ciò permetterebbe di aggiungere un livello di complessità alla definizione della personalità: non più limitata ai costrutti psicologici individuati tramite questionari ma integrata da correlati neurofisiologici” conclude Rumiati.