Covid e malaria: la relazione genetica che potrebbe proteggere dall'infezione

Un team di ricerca italiano ha evidenziato come le varianti genetiche che proteggono dall'infezione trasmessa dalle zanzare possano proteggere anche da Sars-CoV-2
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C'è una relazione genetica tra Covid-19 e malaria. A mettere in luce questa importante realtà scientifica è stato lo studio realizzato dal team di Computational and Chemistry Biology dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), insieme con l'ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, l'Istituto Giannina Gaslini di Genova ed il Policlinico di Palermo. La ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Frontiers In Medicine, ipotizza una correlazione inversa di alcune varianti in geni associati all'insorgenza della malaria con la diffusione del Covid-19.

In base allo studio si è giunti all'evidenza che tali varianti, a livello genetico, possano conferire una protezione dall'infezione del coronavirus. A riprova di ciò, il dato che in zone colpite dalla malaria in epoche passate, l'incidenza del Covid-19 è in effetti stata assai inferiore.

Le due malattie

Malaria e Covid-19 sono diverse fra loro sebbene entrambe siano generate da infezioni. La prima è scatenata da un plasmodio (un genere di sporozoi), la seconda da un virus, Sars-CoV-2, che da un anno e mezzo ormai tutti conosciamo.

La convivenza tra plasmodio e uomo dura da migliaia di anni ed è endemica nei paesi del mondo dov'è presente la zanzara che funge da conduttore per infettare l'uomo. In Italia la malaria è scomparsa, ma fino agli anni '50 circolava nelle zone costiere del Sud e delle Isole. All'inizio del secolo scorso ogni centomila soggetti, ne morivano per malaria 73 in Sardegna, 24 in Sicilia e 32 in Calabria, mentre non ce n'erano in Lombardia o in Piemonte. Le Province del delta del Po erano anch'esse flagellate dalla malaria, con mortalità all'inizio del secolo scorso analoghe alle regioni del Sud. Anche la diffusione del Covid, più di 100 anni dopo, ha risparmiato maggiormente le province di Ferrara (dove i casi di Covid-19 rappresentano il 6,5% della popolazione) e di Rovigo (con il 5,9% della popolazione risultata Covid positiva).

I risultati della ricerca

La nuova ricerca condivisa dimostrerebbe che i geni che proteggono la popolazione dall'infezione malarica possono fornire una forma di protezione anche per l'infezione da Sars-CoV-2. Lo studio ha inoltre cercato di spiegare l'effetto biologico che queste variazioni genetiche possono esercitare su Sars-CoV-2 e sulla progressione della malattia, suggerendo nuove possibilità terapeutiche. 


"L'idea di approfondire il legame tra Covid e malaria - spiega uno degli autori dello studio, Antonio Amoroso, genetista dell'ospedale Molinette e dell'Università di Torino - è venuta osservando la frequenza di Covid-19 nelle regioni italiane, con ampie oscillazioni tra regioni del nord (in Lombardia ad esempio l'8,1% della popolazione ha contratto la malattia) e quelle meridionali, dove il Covid-19 ha avuto una frequenza quasi dimezzata (il 4,4% dei siciliani si è ammalato, il 3,4% dei sardi o il 3.3% dei calabresi). Poiché erano disponibili i dati di mortalità nelle province italiane all'inizio del '900, è stato possibile confrontare la mortalità per malaria di allora con la frequenza attuale di Covid-19. Si è ottenuta una connessione molto chiara: nei territori dov'erano più frequenti i morti di malaria all'inizio del secolo scorso, meno frequentemente si sono registrati oggi i malati di Covid, e viceversa". 


Il collegamento tra le due malattie

Un collegamento tra le due malattie che forse potrebbe essere alla base delle differenti gravità fra i casi di contagio. "Come sappiamo - conferma il professor Amoroso - il Covid-19 colpisce con severità variabile: il 40% dei pazienti presenta pochi sintomi, un altro 40% ha segni più gravi, con coinvolgimento polmonare, un 15% ha una polmonite grave e necessita di supporto di ossigeno, un 5% ha una malattia polmonare grave con necessità di ricovero in terapia intensiva. Questa variabilità dipende sia da fattori genetici individuali, sia dalla genetica del virus, sia da fattori non strettamente genetici. Numerosi studi hanno analizzato come la variabilità genetica dell'ospite possa influenzare la gravità di malattia e la nostra ricerca ha messo in evidenza in maniera indiretta (utilizzando tutte le informazioni delle diverse banche dati disponibili) che alcune  caratteristiche genetiche che sono state selezionate per essere di resistenza alla malaria presentano una frequenza maggiore nelle popolazioni meno colpite dal Covid-19".

Le ipotesi allo studio

L'ipotesi avanzata dal nuovo studio è quindi che alcune delle caratteristiche genetiche risultate vantaggiose per contrastare l'infezione malarica potrebbero anche essere fondamentali per combattere il coronavirus.

"Nelle zone dove la malaria è più diffusa sono state selezionate le caratteristiche genetiche che davano maggiore capacità di resistenza alla malattia - spiega il professor Amoroso -. Questo è un fenomeno noto (la selezione naturale) e ne è un esempio anche il colore della pelle: nelle zone ad alta irradiazione di raggi UV (come all'equatore o nei territori in altitudine) nel tempo è risultato di maggiore vantaggio possedere caratteristiche genetiche che rendessero la pelle più scura. Il colore della pelle dipende da caratteristiche genetiche che sono facili da vedere e comprendere. Le caratteristiche genetiche di resistenza alla malaria - chiarisce ancora l'esperto - non sono visibili ad occhio nudo, ma sostanzialmente rendono i globuli rossi (le cellule bersaglio dell'infezione malarica) un preda meno facile da infettare, e il sistema immunitario più attento ad accorgersi del plasmodio della malaria, solo per citare alcuni esempi. Il nostro studio ha analizzato una cinquantina di caratteristiche genetiche che si conosceva già per conferire resistenza alla malaria, e ha evidenziato che una decina di queste sono anche in relazione con una minore diffusione della malattia nelle popolazione che presentano alte frequenze di queste varianti".


Le basi per future strategie mediche nella lotta alle infezioni, ma anche per tenere d'occhio le tipologie umane più a rischio in caso di epidemie. "Se i risultati della nostra ricerca saranno confermati, - dice il professor Amoroso - avremo maggiori possibilità di predire la gravità della malattie e di conseguenza monitorare con maggiore attenzione ciascun individuo, non solo in base a età, sesso e comorbidità, ma anche per le sue caratteristiche genetiche".