Covid: così la pandemia ha rallentato la ricerca sul cancro

A causa dell'emergenza sanitaria i laboratori impegnati sul fronte oncologico hanno subìto nel 93 per cento dei casi una riduzione delle attività
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Veloce come un ghepardo, ma anche lenta come una tartaruga. È la ricerca. Così ha funzionato (e tutt’ora funziona). C’è quella che ha spinto sull’acceleratore, ottenendo in tempi record il vaccino contro il Covid. E poi però c’è anche l’altra ricerca, quella sul cancro, costretta a rallentare e, in alcuni casi, a fermarsi.

Non è questione di lana caprina. Il rovescio della medaglia è evidente e uno studio lo conferma. Perché se da una parte la pandemia ha segnato una battuta d’arresto delle diagnosi precoci a causa dello stop obbligato di consulti clinici, esami di laboratorio e accertamenti tecnologici come Tac, Pet e Risonanza, dall’altra ha messo il bastone tra le ruote anche all’attività dei ricercatori impegnati nella lotta ai tumori.

Con il risultato di un conto salatissimo che, ancora una volta, si ripercuoterà pesantemente sulla nostra salute. In definitiva sulle nostre vite. L’Italia, è universalmente riconosciuto da tutti, occupa un posto di rilievo nella comunità scientifica mondiale per la qualità della sua ricerca. Ma oggi, e da un anno a questa parte, l’emergenza Covid-19 l’ha colpita molto duramente, come dimostra l’indagine Epidemic strongly affected cancer research in Italy, pubblicata una settimana fa su Esmo Open, la prestigiosa rivista organo dell’European society of medical Oncology (Esmo).

Nel maggio 2020, la Società italiana di Cancerologia (Sic), la prima associazione fondata dagli scienziati che operano in oncologia sperimentale e clinica, ha avviato un sondaggio tra ricercatori attivi nelle università, Irccs ed enti specialistici, per analizzare la situazione. In particolare, per capire cosa sia accaduto nei laboratori durante e immediatamente dopo il primo lockdown nazionale scattato a marzo 2020.

Hanno risposto in 570, di cui 178 responsabili di strutture di ricerca da 19 regioni italiane. Desolante e soprattutto allarmante, il quadro emerso dall’indagine. In sintesi, spiega Nicola Normanno, direttore del dipartimento di ricerca del Pascale e presidente della Sic: “Ha rivelato che, nonostante la ricerca non rientrasse tra le attività da interrompere, i laboratori impegnati sul fronte oncologico hanno subìto nel 93 per cento dei casi una riduzione delle attività, con una sospensione del lavoro in presenza totale per il 48 per cento dei partecipanti, e parziale per il 36”.

E non è tutto. C’è stata anche una “distrazione”, chiamiamola forzata perché dettata dagli eventi e dall’etica professionale, dai campi individuali dei singoli ricercatori. In qualche modo costretti a riconvertirsi sul fronte Covid. Dallo studio infatti si viene a sapere anche che l’88,6% degli scienziati ha svolto la sua attività in smart-working, mentre il 29 si è occupato di ricerca, attività diagnostiche o comunque attività di supporto relative all’emergenza per Sars-Cov-2. L’impatto maggiore è stato riscontrato soprattutto sul lavoro affidato agli Junior group leader che si identificano nei giovani responsabili di gruppi di ricerca.

“Tanto che al termine del lockdown – riferisce Fabrizio Bianchi, segretario della Sic e responsabile dell’unità Biomarcatori tumorali dell’Irccs Casa sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (Foggia) - il 19,5% dei partecipanti non era tornato ai suoi studi, e nell’85 per cento dei casi era stato organizzato un sistema di turnazione per ricominciare”.

Ancora. Solo per il 61% dei ricercatori, la struttura di lavoro aveva previsto una redistribuzione degli spazi dedicati, mentre per il 74 per cento sono rimaste in piedi le restrizioni di accesso ai laboratori per alcune categorie di personale anche nella fase di rientro.

“Tutto ciò dimostra come la risposta alla pandemia sia stata frammentata – riflette Normanno - perché in molti casi sono state adottate strategie diverse, spesso volte a limitare possibili contagi ma senza un piano di emergenza chiaramente definito”.

Le porte così a lungo sprangate di molti centri avranno conseguenze nefaste. In primis, sulla possibilità di individuare nuove tecnologie per la diagnosi e il trattamento dei tumori. “Negli ultimi anni abbiamo registrato un enorme progresso nella terapia, anche delle forme più aggressive di cancro – ragiona ancora Normanno – e proprio grazie ai progressi della ricerca che adesso a causa della pandemia subisce un forte rallentamento. Ecco perché la Sic, data la situazione di emergenza che persiste in molti paesi europei, ritiene urgente e indispensabile una riorganizzazione dei centri di ricerca. Per esempio, adottando un piano di contingenza nazionale che, nel rispetto della sicurezza degli operatori, consenta la prosecuzione del lavoro nei laboratori qualora si dovessero ripresentare emergenze epidemiologiche. E soprattutto sono necessari investimenti adeguati per recuperare il tempo perduto: la ricerca sul cancro dovrebbe essere al centro dell’agenda per il Recovery Plan italiano”.