L’utopia possibile: vaccinare il mondo

Gli impegni del G7 ribadiscono la necessità di proteggere i paesi poveri. Stefano Vella ci ha spiegato quali sono le difficoltà
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C’è poco da stare tranquilli. La maggior parte del mondo è ancora indietro con le vaccinazioni, troppo indietro: parliamo soprattutto di Paesi a medio e basso reddito, con sistemi sanitari arretrati, quelli che ancora più degli altri avrebbero bisogno di tanti vaccini, e alla svelta. Al momento, i governi dei Paesi che rappresentano circa un quinto della popolazione mondiale sono riusciti a opzionare sei miliardi di dosi; i restanti quattro quinti – i più poveri – se ne possono spartire soltanto due miliardi e mezzo, di cui uno proveniente da Covax, il programma sanitario di solidarietà internazionale della Gavi Alliance.

"A oggi, le vaccinazioni nel mondo stanno procedendo molto male", racconta Stefano Vella, docente di salute globale all’Università Cattolica di Roma. "Nei Paesi a medio e basso reddito, la copertura vaccinale è inferiore all’1%: questi Paesi hanno problemi sia nell’approvvigionamento che nella distribuzione. Mancano le dosi, manca la logistica per distribuirle, ci sono enormi problemi nell’allestimento della catena del freddo. Se le cose dovessero rimanere così, l’idea di vaccinare tutto il mondo resterà una chimera, purtroppo".

Il problema è che produrre e distribuire i vaccini è un affare complicato: per fare un vaccino possono servire fino a 200 singoli componenti, spesso prodotti in nazioni diverse, il che aumenta esponenzialmente la probabilità che si verifichino colli di bottiglia in qualche punto della filiera.  "I vaccini – dice ancora Vella – sono farmaci biologici, molto più difficili da confezionare rispetto ai loro corrispettivi “chimici”, che invece possono essere prodotti abbastanza facilmente: si pensi, per esempio, agli antivirali contro l’Hiv, che hanno salvato milioni di vite nel continente africano anche grazie agli accordi internazionali del 2001 che ne hanno reso possibile la produzione e la distribuzione a basso costo da parte dell’industria dei generici".

C’è poi la spinosa questione della proprietà intellettuale: India e Sudafrica, nella speranza di velocizzare la produzione, hanno chiesto alla World Trade Organization di sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini anti-Covid (o, più precisamente, sulle centinaia di tecnologie usate per produrli), e Stati Uniti e Unione Europea, per la prima volta al mondo, si sono espressi favorevolmente sul tema. È una mossa politica certamente molto significativa, che però da sola potrebbe non bastare: "È indubbio – dice Vella – che alcune cure dovrebbero essere considerate common goods, beni comuni: dal punto di vista etico l’allentamento della “tenaglia” dei brevetti è indiscutibile. Tuttavia, va ricordato che in questo momento non sono solo i brevetti a rallentare la produzione: in Africa, per esempio, mancano quasi del tutto degli stabilimenti in grado di confezionare i vaccini. Per uscire dall’emergenza è indispensabile, oltre a lavorare sulla proprietà intellettuale, potenziare la capacità produttiva e rendere più efficienti le collaborazioni tra accademia e industria".

E poi, ancora, bisogna ricordare che non di soli vaccini vive la sanità: "Al momento – conclude l’esperto – oltre ai vaccini sono allo sviluppo anche diversi farmaci specifici, tra cui per esempio gli inibitori della proteasi, che potrebbero aiutare a evitare ospedalizzazioni e morti e che, soprattutto, possono essere prodotti più facilmente dall’industria dei generici. Lo scenario più probabile, nel medio termine, è quello in cui Covid diventerà simile all’influenza: se riusciamo a tenere sotto controllo questo virus come sappiamo fare con quello dell’influenza, in futuro potremmo permetterci di tornare a vaccinare soltanto i più fragili". Ma per arrivarci c’è ancora molta strada da fare.