Menopausa, che cosa faremmo se potessimo prevedere quando arriverà

Per alcune donne è precoce, per altre tardiva. Ma sapere quando finisce la fertilità potrebbe aiutare a programmare per tempo una gravidanza. Uno studio su Nature individua 290 determinanti genetici dell'invecchiamento delle ovaie. Anche se i geni sono solo una parte della storia
3 minuti di lettura

Sappiamo tutte che prima o poi arriverà, ma quando e come nessuno è in grado di predirlo con certezza. Almeno per ora. Stiamo parlando della menopausa: la media mondiale fissa un range di sei anni, fra i 47 e i 52, ma per una donna su 25 accade anche prima, già attorno ai 40. Quella che si chiama menopausa precose. I ricercatori internazionali del Qimr Berghofer Medical Research Institute di Brisbane, in Australia, sono andati ad analizzare i dati genetici di oltre 200 mila donne di origine europea – poi confrontati e validati con quelli di altre 100 mila di origine asiatica – che hanno avuto il ciclo anche fino i 60 anni e identificato 290 varianti genetiche associate all’età alla menopausa.

 

Stiamo parlando del più ampio studio genomico condotto sinora sull’argomento: è stato pubblicato su Nature e svela una serie di meccanismi biologici che regolano la durata della vita riproduttiva delle donne e che in futuro potrebbero essere utilizzati come nuovi approcci terapeutici.

Gli autori - John Perry, Anna Murray, Eva Hoffmann e Katherine Ruth - hanno analizzato qualcosa come 13,1 milioni di varianti genetiche: un lavoro lunghissimo, alla ricerca di quegli elementi che accomunano le donne che hanno avuto il ciclo più a lungo di altre e identificato così 290 “determinanti” dell’invecchiamento ovarico associati alla menopausa ritardata. È stato scoperto che “un’ampia gamma di geni di risposta al danno del DNA è associata all’età alla menopausa naturale, operando per tutta la durata della vita di una donna per controllare la funzione ovarica”, suggerendo “una relazione causale tra menopausa ritardata e miglioramento della salute delle ossa, nonché una ridotta probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2”. La brutta notizia è che “la menopausa ritardata è stata anche associata ad un aumentato rischio di tumori ormono-sensibili”.

“La longevità riproduttiva è essenziale per la fertilità e l’influenza che ha sull’invecchiamento femminile, ma sinora gli approfondimenti sui meccanismi biologici e i possibili trattamenti sono stati limitati. I 290 determinanti genetici dell’invecchiamento ovarico che abbiamo individuato, di cui sei sul cromosoma X che, a nostra conoscenza, non è mai stato precedentemente testato in studi su larga scala – scrivono i ricercatori coordinati dal dottor Perry, genetista dell’Università di Cambridge scopritore dell’“orologio della pubertà” –, agiscono nel corso dell’intera vita per modellare la riserva ovarica e il suo tasso di esaurimento. Una migliore comprensione di come e quando questi processi molecolari influenzano la costituzione e il declino della riserva ovarica informerà le strategie future su come preservare la fertilità e trattare l’infertilità”.

I tempi della riproduzione

Negli ultimi 150 anni, l’aspettativa di vita nei paesi sviluppati è passata da 45 a 85 anni, ma i tempi dell’età riproduttiva sono rimasti costanti. “L’integrità genetica degli ovociti diminuisce con l’avanzare dell’età e la naturale fertilità cessa già 10 anni prima della menopausa – proseguono gli autori –. Più donne stanno scegliendo di ritardare la gravidanza a un’età più avanzata, con il conseguente aumento di tecniche di procreazione assistita: la conservazione degli ovociti e del tessuto ovarico può prolungare la fertilità, ma è una cosa invasiva e c’è solo un 6,5% di possibilità di ottenere una gravidanza con un ovocita maturo scongelato”. Precedenti analisi hanno evidenziato il coinvolgimento della riparazione del DNA nella regolazione dell’invecchiamento ovarico. Ora “i nostri risultati supportano una gamma molto più ampia di danni genetici e di segnalazione metabolica, come la chinasi del checkpoint del Dna Damage Response e il ruolo di Chek1 e Chek2 nella rottura del doppio filamento”.

Non è solo questione di geni

“Il fascino di un futuro in cui le donne possono estendere la propria età riproduttiva si concentrerà ancora una volta sul bilanciamento dei rischi e benefici, come avviene ora per l’uso della terapia ormonale sostitutiva – commenta la dottoressa Krina Zondervan dell’Università di Oxford, non coinvolta nella ricerca –. Sicuramente i colleghi hanno aperto la strada a studi più dettagliati che potrebbero portare le donne a essere in grado di prevedere la loro età riproduttiva e considerare delle opzioni per allungarla. Essere in grado di prevedere quando si verificherà darebbe alle donne e ai loro partner maggiore flessibilità nella scelta di quando avere un figlio. Questa conoscenza, inoltre, potrebbe essere particolarmente utile per le donne ad alto rischio di menopausa precoce. Ricordiamo, però, che l’età della menopausa naturale è determinata da una complessa interazione di fattori non solo genetici, come una cattiva alimentazione infantile, il fumo e il sovrappeso”. E questo potrebbe rendere più complicato non solo trovare una cura efficace per tutte, ma anche determinare con esattezza la “data di scadenza” della nostra fertilità.