Covid: per i guariti è difficile reinfettarsi, ma la protezione aumenta con il vaccino

Chi ha superato la malattia ha minori probabilità di reinfettarsi grazie a un'immunità molto protettiva. Ma è importante vaccinarsi per amplificare la risposta
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Chi ha superato con successo Covid-19 corre un rischio di reinfettarsi decisamente più basso rispetto a chi non ha mai incontrato Sars-Cov-2. Ma chi, nonostante la malattia alle spalle, decide di sottoporsi alla vaccinazione risulta ancor più protetto rispetto a chi la malattia l'ha già fatta.

A dimostrarlo sono i sempre più numerosi studi sull'efficacia della risposta immunitaria uniti ai dati relativi alle reinfezioni nel tempo. Il messaggio è chiaro: vaccinarsi è sempre un vantaggio.

I vaccini funzionano

Che la vaccinazione stia cambiando radicalmente l'impatto della pandemia è fuori da ogni discussione. I dati "real-life" provenienti da ogni parte del mondo lo confermano: chi si vaccina ha un rischio nettamente inferiore di infettarsi e, di conseguenza, di sviluppare la malattia. Secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità il tasso di ricovero nei non vaccinati è 9 volte più alto rispetto ai vaccinati completi (187,8 vs 21,1 ricoveri per 100.000 abitanti). Non solo, il tasso di ricoveri in intensiva è 15 volte più basso nei vaccinati (1,0 vs 14,6). Numeri importanti che si traducono anche sulla mortalità: il tasso di decesso è 15 volte più alto nei non vaccinati rispetto ai vaccinati completi (5,3 vs 0,3 per 100.000 abitanti). Risultati straordinari, ottenuti grazie a tutti i vaccini oggi disponibili nel nostro Paese, che -è utile ricordarlo- si riferiscono alle infezioni in gran parte dovute alla variante Delta del virus.

Le reinfezioni, fenomeno raro

Appurata l'efficacia della vaccinazione nel proteggere dall'infezione e da tutto ciò che ne consegue, una fetta non indifferente della popolazione si ritrova nella situazione di aver contratto in passato la malattia e dover decidere se effettuare o meno la vaccinazione. I dati oggi a disposizione, ancora molto pochi a livello italiano, parlano di un rischio di reinfezione ad un anno dalla malattia abbastanza basso. Il primo grande studio a supporto di questa tesi è stato pubblicato a marzo su The Lancet: partendo dai dati relativi alle reinfezioni in Danimarca, l'analisi ha mostrato come solo lo 0,65% di chi era risultato positivo nella prima ondata ha contratto di nuovo il virus. Un dato simile con quanto ottenuto in uno studio italiano, realizzato in Lombardia dall'ASST Ovest Milanese, che ha mostrato - ad un anno di distanza dalla prima ondata - la bassa probabilità di andare incontro ad una seconda infezione. Risultati che hanno portato i ricercatori a stimare una protezione dell'80 per cento per le persone che hanno dovuto fare i conti con Covid-19. Dati però che rappresentano una media. Andando ad analizzare le probabilità di reinfezione nelle diverse fasce di età è emerso che l'effetto protettivo dell'infezione non è più così marcato negli anziani. Efficacia che sembrerebbe scendere al 50%.

Protezione contro le altre varianti

Quanto ottenuto però non deve trarre in inganno portando a considerazioni definitive. Sebbene le reinfezioni rappresentino un fenomeno raro, occorre attendere dati più consistenti relativamente alla variante Delta, estremamente più contagiosa delle versioni precedenti del virus. La speranza che l'infezione pregressa sia comunque protettiva c'è tutta: uno studio pubblicato a maggio su Science Immunology ha dimostrato che alcune componenti cellulari della risposta immunitaria, prodotte in seguito all'infezione da Sars-Cov-2, sono state in grado di riconoscere la presenza di cellule infettate non solo dal virus originale ma anche dalle varianti inglese e sudafricana. Ma c'è di più: a fine agosto uno studio pre-print su MedRxiv, ottenuto analizzando i dati relativi alle reinfezioni in Israele, ha dimostrato che l'immunità acquisita per infezione naturale è risultata protettiva anche nei confronti della variante Delta.

L'importanza del vaccino anche dopo l'infezione

Di fronte a questi dati incoraggianti, cosa fare relativamente alla vaccinazione in seguito ad una pregressa infezione da Sars-Cov-2? A fugare ogni dubbio ci hanno pensato diversi studi: il primo, realizzato dal CDC statunitense, ha mostrato come negli anziani delle case di riposo le probabilità di reinfezione nei non vaccinati (ma con pregressa infezione) sono 2,5 volte maggiori rispetto ai vaccinati; il secondo fornisce invece una prova indiretta della bontà della vaccinazione nonostante una pregressa infezione. Ad onore del vero gli studi a supporto sono molti. Il più significativo, pubblicato su Nature, ha dimostrato che con una sola dose di vaccino post-esposizione al virus la risposta immunitaria è di gran lunga superiore rispetto a quella già importante indotta dalle due iniezioni di vaccino. Una risposta quantificabile, in termini di produzione di anticorpi, tra le 25 e le 100 volte superiore. Ma c'è di più: lo stesso studio ha avuto il pregio di andare ad analizzare il comportamento delle plasmacellule della memoria in grado di produrre gli anticorpi in caso di incontro con il virus. Dalle analisi è emerso che queste evolvono portando alla produzione di anticorpi leggermente differenti rispetto a quelli originali. Anticorpi in grado di evolvere nel tempo neutralizzando in vitro altre varianti virali.

Risultati importanti che conferirebbero a chi ha avuto la malattia e una singola dose di vaccino una protezione addirittura maggiore rispetto alla sola vaccinazione anche contro varianti non incontrate in precedenza. La combinazione di infezione e vaccinazione (l'immunità ibrida, per gli addetti ai lavori), dunque, appare conferire una protezione maggiore rispetto a ogni altra possibilità. Ed è per questo che anche nel nostro Paese - ed in particolare negli anziani - la vaccinazione in singola dose entro un anno dall'infezione è fortemente consigliata. Ridurre ancor di più una rara probabilità di reinfezione rappresenta un mattoncino in più nel diminuire la circolazione virale e uscire dalla pandemia.