Varianti del coronavirus, in futuro potremmo prevedere le possibili mutazioni

Fino ad oggi nessuna ha "bucato" il vaccino. Ma monitorarle è importante per capire come possiamo fronteggiarle: lo studio dei ricercatori della Penn State University
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La premessa è d’obbligo: ad oggi, nessuna delle varianti virali di Sars-Cov-2 emerse, è stata in grado di compromettere l’efficacia dei vaccini in commercio. Monitorarne però la presenza è di fondamentale importanza per conoscere il nemico che si ha di fronte. Ma poter prevedere eventuali mutazioni capaci di migliorare ancor di più l’efficienza del virus è l’obiettivo ultimo a cui tende la ricerca.

Uno studio pubblicato negli scorsi giorni dalla rivista Pnas ci è andato vicino: i ricercatori della Penn State Univerisity sono riusciti nell’intento di creare un modello di calcolo in grado di stabilire la forza con cui la proteina spike si lega alle nostre cellule. Così facendo in futuro si potrebbe arrivare ad identificare in anticipo le possibili mutazioni in grado di dare un vantaggio al virus.

Che cosa sono le varianti?

Qualsiasi virus, quando si moltiplica, porta con sé degli errori di “copiatura” nel proprio codice genetico. Sars-Cov-2 non è da meno. Dalla prima sequenza conosciuta e depositata ad inizio gennaio 2020 ad oggi sono moltissime le mutazioni che si sono andate a creare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale. Più il virus si moltiplica e più è soggetto ad errori. Quando le mutazioni si accumulano nel tempo o comunque quando si verificano alcune particolari condizioni (come l’infezione nelle persone immunocompromesse) può accadere che il virus cambi le proprie caratteristiche al punto tale da dare origine ad una variante virale rispetto al virus originale.

Delta, la più contagiosa

Anche se la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo a livello clinico, qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. Un esempio è la variante Delta - isolata in India nel dicembre 2020 e oggi responsabile della quasi totalità dei casi di contagio -, caratterizzata da una maggiore contagiosità (si parla di più del doppio) rispetto alla già estremamente contagiosa variante Alfa responsabile della seconda ondata in tutta Europa.

Lo studio dei ricercatori

Ciò che ha reso queste nuove varianti più contagiose rispetto alla versione originale del virus è la presenza di mutazioni nella spike, le proteine che ricoprono il virus e che servono a Sars-Cov-2 per legarsi al recettore ACE2 delle nostre cellule e penetrare all’interno del corpo. Partendo da questa considerazione gli scienziati della Penn State University hanno messo a punto un sistema di calcolo computazionale in grado di valutare la forza con cui avviene il legame tra spike ed ACE2. In particolare il gruppo di ricerca ha realizzato uno strumento capace di valutare la forza del legame a seconda del tipo di mutazione presente sulla spike.

“La forza di questo legame - ha affermato Suresh Kuchipudi, uno degli autori - influisce direttamente sulla dinamica dell'infezione e potenzialmente sulla progressione della malattia. La capacità di prevedere in modo affidabile gli effetti dei cambiamenti degli aminoacidi virali nella capacità della spike di interagire più fortemente con il recettore ACE2 potrà aiutare a valutare le implicazioni sulla salute pubblica e il potenziale di ricaduta e adattamento del virus nell'uomo e in altri animali”.

L’importanza del monitoraggio

Ed è proprio alla luce di quanto emerso dallo studio che il monitoraggio delle varianti, oggi, è più che mai fondamentale. Se eventuali forme virali “virtuali” dovessero migliorare la forza tra spike e ACE2 - il tutto valutato grazie al tool sviluppato dai ricercatori statunitensi- sarà molto importante verificarne l’eventuale presenza nella vita reale. Poter monitorare su scala globale il virus attraverso il sequenziamento è infatti importante per capirne la diffusione e la presenza di eventuali varianti più contagiose o che potrebbero ridurre l'efficacia dei vaccini (al momento, è utile ripeterlo, tutte le varianti sembrano essere neutralizzate -seppur con differente efficacia dai vaccini oggi in commercio).

Ma per farlo la sfida si chiama integrazione: poter conoscere quale virus si ha di fronte in relazione alle caratteristiche del paziente aiuterà enormemente nel contrasto a Sars-Cov-2. Capire se l'infezione è avvenuta in un vaccinato, se si tratta di una seconda infezione, se la persona ha avuto sintomi blandi o è deceduta in relazione alla variante individuata sarà utile per capire il nemico che abbiamo di fronte. Dati importanti per capire la pericolosità di nuove varianti, per poter pianificare nuovi interventi e per sviluppare, eventualmente, richiami vaccinali con caratteristiche differenti.

Spegnerle con la vaccinazione

C’è però ancora un dato da tenere bene a mente. Il virus più replica in maniera incontrollata e più aumenta le probabilità di generare varianti virali. L’unico modo a nostra disposizione per contrastare il fenomeno è ridurre la circolazione virale. Come? La vaccinazione rimane lo strumento principe: più vaccinati ci sono, meno il virus circola, meno varianti si generano. A tal proposito i dati a supporto sono inequivocabili: negli stati a copertura vaccinale bassa le mutazioni nel virus sono molto più frequenti.