In Italia solo l'1,4% del Pil è destinato alla ricerca

(agf)
La media europea è del 2,07%.  Sono alcuni dei numeri contenuti nel Libro Bianco "La ricerca biomedica e il rapporto pubblico-privato"
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L'Italia investe in Ricerca e Sviluppo complessivamente circa l'1,4% del Pil contro il 2,07% della media europea. La quota di questo 1,4% tradizionalmente dedicata alla "promozione e protezione della salute" corrisponde a circa il 10%. Sono alcuni dei numeri contenuti nel Libro Bianco "La ricerca biomedica e il rapporto pubblico-privato" presentato oggi dalla Fondazione Fadoi e Fondazione Roche.


Numeri che devono tenere conto di come l'Italia sia "un Paese che, più di altri a livello europeo, ha negli ultimi decenni sofferto in termini di crescita e di investimenti". In particolare, si legge nel documento, "tra il 1999 e il 2019 in Italia il Prodotto Interno Lordo (Pil) è cresciuto del 7,9% contro il 30,2% della Germania, 32,4% della Francia e 43,6% della Spagna. Nello stesso periodo gli investimenti totali nel nostro Paese sono cresciuti del 66%, a fronte del 118% della zona euro".

Covid e i vaccini

La pandemia, con la corsa ai vaccini e alle cure a base di monoclonali e antivirali, ci ha insegnato quanto sia importante far convergere sulla ricerca clinica gli sforzi tanta del privato che del pubblico. Ma in Italia i trials clinici che erano 880 nel 2008, scendono a 672 nel 2019. Un meno 23% all'interno del quale a uscirne ancor più penalizzata è la ricerca indipendente no profit, che se nel 2018 si attestava al 27,3% del totale delle sperimentazioni, l'anno successivo ha subito una contrazione al 23,2%, tanto che oggi il 90% degli investimenti per la ricerca clinica è sostenuta dall'impresa privata.

Una sproporzione che dovrebbe preoccuparci, perché gli studi indipendenti, condotti in una logica di collaborazione tra aziende e pubblico, rispondono a esigenze meno stringenti rispetto alle esigenze di mercato e possono portare a scoperte in ambiti che non suscitano interesse negli investitori privati.

La collaborazione con il privato

Che in Italia una collaborazione pubblico-privato nella ricerca medica sia una necessità e che occorra superare burocrazia e pregiudizi per valorizzare le eccellenze e creare valore per il Paese lo dice il secondo Libro bianco sulla ricerca clinica, curato dalla Fondazione Fadoi, la federazione delle società scientifiche di medicina interna, e la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia.

I tempi troppo lunghi della burocrazia erano e sono un fattore che limita la partecipazione dell'Italia ai trials clinici. A dirlo sono i numeri, perché se nel nostro Paese se ne conducono ogni anno 4,6 ogni 10mila abitanti, in Germania sono 5,6, in Spagna e Francia 6, in Gran Bretagna 6,8, in Olanda 16,7, per non parlare del record danese fissato a 25,5. "Un gap dove a rimetterci sono soprattutto gli assistiti, perché dove si fa ricerca ci si cura anche meglio", spiega il presidente Fadoi, Dario Manfellotto. "Infatti -sottolinea- nei Paesi dove si fa sperimentazione clinica solitamente arrivano prima anche i farmaci innovativi e si diffonde più rapidamente la loro conoscenza tra i medici che possono poi utilizzarli al meglio".

Un vantaggio dal punto di vista assistenziale, ma anche economico, perché come rimarcano i curatori del Libro bianco, per ogni euro versato dallo sponsor all'ospedale o all'istituzione scientifica per una sperimentazione clinica si genera un risparmio per il Servizio sanitario d 2,2 euro grazie alla fornitura gratuita dei farmaci. Per non parlare del fatto che, secondo alcuni studi, un impianto normativo più strutturato e organico potrebbe generare una crescita del 30% degli studi clinici, con un vantaggio economico stimato in oltre 700 milioni di euro, derivanti sai dagli investimenti delle aziende che dal risparmio per il Ssn.

I tempi

Ma se in generale per lo sviluppo dei trials occorre sburocratizzare per accorciare non solo i tempi di approvazione di Aifa e dei Comitati etici, ma soprattutto i ritardi che bloccano i centri di ricerca si aspetti amministrativi e contrattuali, sul piano della ricerca no profit il rilancio "passa dallo scardinamento del principio di non utilizzo a fini commerciali", sostengono i curatori del Libro bianco. "Se viene ammesso il principio che, quando è documentato un vantaggio indiscutibile per il paziente e per la comunità, il gruppo no profit può trasferire i risultati a un ente commerciale che ha intenzione di utilizzarli ai fini registrativi, e ciò a fronte di un rimborso di tutti i costi sostenuti e di un riconoscimento economico per l'idea innovativa che ha portato alla realizzazione del progetto, si arriverebbe a innescare un circolo virtuoso in cui il sistema pubblico riceverebbe finanziamenti dall'industria privata, tali da consentire allo stesso pubblico di reinvestire in altra ricerca indipendente di successo".

"Con Covid-19 abbiamo compreso il ruolo significativo che il supporto pubblico può esprimere per accelerare e amplificare lo sviluppo e la disponibilità per i cittadini e i pazienti delle tecnologie per la salute", afferma il direttore scientifico di FADOI, Gualberto Gussoni, che insieme a Sergio Scaccabarozzi della Direzione Scientifica della Fondazione IRCCS Policlinico S. Matteo di Pavia ha curato la realizzazione del Libro Bianco.  "Il rapporto pubblico-privato - ha aggiunto - non è da intendersi solo a livello finanziario, ma anche come contaminazione culturale e di obiettivi, che nella ricerca biomedica devono trovare una sintesi perché il fine ultimo deve comunque essere per tutti quello della salute dell'individuo e della comunità". Un obiettivo che richiede anche il superamento di pregiudizi e vecchi retaggi. Come quelli di chi nelle aziende vede il diavolo orientato solo al profitto e nel pubblico l'acqua santa alla quale è però impossibile attingere per la lentezza dei meccanismi burocratici.