HIV, così la scarsità di cure può 'aiutare' il Covid a creare nuove varianti

L'accesso universale ai farmaci e vaccini e Covid-19 sono legati a doppio filo. Perché è negli individui con infezioni croniche come i malati di AIDS che il virus trova terreno fertile per evolvere
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"Nessuno si salva da solo". Suonano ancora una volta profetiche le parole lanciate da Papa Francesco in una deserta Piazza San Pietro nel marzo 2020. Profetiche perché se non "vacciniamo il mondo" la pandemia durerà più a lungo. Ma c'è un particolare aspetto che lega a doppio filo l'accesso universale a farmaci e vaccini e Covid-19. Il primo dicembre si celebra la Giornata Mondiale contro l'Aids.

Di cure efficaci ne abbiamo abbondantemente, ma non sempre queste sono distribuite equamente. Ed è proprio la mancata cura delle persone sieropositive una delle possibili cause della genesi di nuove varianti. È infatti negli individui con infezioni croniche come i malati di Aids che il virus trova terreno fertile per evolvere. Ecco perché affrontare le sfide globali di salute nella loro interezza è più che mai fondamentale.

Cosa sono le varianti virali?

Qualsiasi virus, quando si moltiplica, porta con sé degli errori di "copiatura" nel proprio codice genetico. Sars-Cov-2 non è da meno. Dalla prima sequenza conosciuta e depositata ad inizio gennaio 2020 ad oggi sono moltissime le mutazioni che si sono andate a creare. Si tratta di un fenomeno del tutto naturale. Più il virus si moltiplica e più è soggetto ad errori. Quando le mutazioni si accumulano nel tempo o comunque quando si verificano alcune particolari condizioni (come l'infezione nelle persone immunocompromesse) può accadere che il virus cambi le proprie caratteristiche al punto tale da dare origine ad una variante virale rispetto al virus originale.

Omicron, ancora presto per trarre conclusioni

Anche se la maggior parte delle mutazioni non ha un impatto significativo a livello clinico, qualcuna può dare al virus alcune caratteristiche come un vantaggio selettivo rispetto alle altre attraverso una maggiore trasmissibilità, una maggiore patogenicità con forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l'immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. Per quanto riguarda la variante Omicron, isolata l'11 novembre in Sudafrica e ora già segnalata in Europa e Stati Uniti, ad oggi tutte queste caratteristiche devono essere ancora valutate.

Le scarse vaccinazioni...

Nell'attesa di conoscere nel dettaglio l'impatto delle mutazioni della Omicron -in particolare sull'eventuale riduzione dell'efficacia vaccinale tutta da dimostrare-, gli scienziati sono al lavoro nel tentativo di decifrare l'origine di tale variante per comprendere se si tratti di un qualcosa che circolava già da alcuni mesi o se è frutto di un "salto evolutivo" recente. Un dato è certo: laddove un virus circola incontrollato le probabilità di generare varianti è più elevato. Non solo, tale fenomeno accade con più probabilità in quei Paesi dove la copertura vaccinale è molto bassa come, ad esempio, il continente Africano.

...e il ruolo dell'HIV

Ma in quest'area del mondo c'è un altro virus, HIV, che può giocare un ruolo importante nella genesi di nuove varianti. Diversi studi nei mesi scorsi hanno mostrato che infezioni croniche da Sars-Cov-2 in individui immunocompromessi (o trattate con plasma iperimmune) possono portare allo sviluppo di varianti virali. Una sorta di "incubatore" che darebbe modo al virus di selezionare le mutazioni a lui più vantaggiose. Ed è quello che sembrerebbe accadere negli individui sieropositivi non trattati adeguatamente. Analizzando l'evoluzione delle tante varianti emerse in questi mesi, molte sono originate proprio nel continente Africano e in particolare nell'Africa meridionale.

Per quanto riguarda la Omicron, pur rimanendo da dimostrare la nascita proprio in Sudafrica, i dati sull'HIV lasciano poco spazio alle interpretazioni. In questo stato un individuo su 5 è sieropositivo ma solo il 70% di queste persone ha accesso alle terapie antiretrovirali che consentono di controllare HIV in maniera ottimale. L'HIV dunque -e in particolare il suo mancato trattamento- potrebbe rappresentare un fattore trainante nella genesi di nuove varianti e come tale l'accesso alle terapie antiretrovirali dovrebbe essere ancor più prioritario non solo per la salute della persona ma in ottica di contrasto a Covid-19.

L'HIV in Italia

Attenzione però a pensare che la difficoltà di accesso alle terapie per HIV sia caratteristica del solo continente Africano. Nel nostro Paese, ad esempio, pur avendo a disposizione farmaci antiretrovirali efficaci, l'accesso non avviene per mancata diagnosi di sieropositività. In Italia, come ribadito dall'Istituto Superiore di Sanità, da tempo cominciamo ad assistere a diagnosi sempre più tardive.

Sei su dieci delle nuove diagnosi di HIV vengono identificate in ritardo, ovvero in persone con una situazione immunitaria gravemente deficitaria o addirittura già con sintomi di AIDS. Un ritardo che pregiudica l'efficacia delle terapie antivirali. Oggi, se trattata precocemente, una persona sieropositiva ha la stessa aspettativa di vita di una persona che non è mai entrata in contatto con il virus. Un risultato impensabile solo ad inizio anni '90 quando la diagnosi equivaleva ad una condanna.