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Blursday, l'effetto 'spaesamento' che ci ha lasciato la pandemia

Blursday, l'effetto 'spaesamento' che ci ha lasciato la pandemia
Il nostro tempo è scandito da eventi che l'epidemia ha cancellato. E questo ci ha disorientati. Coe spiegano gli psicologi della Laval University di Quebec City
4 minuti di lettura

I giorni hanno iniziato a confondersi fra di loro. Poi le settimane. Ora gli anni. "Mi sento come se due anni fossero svaniti via". "Come può mio figlio essere già alle elementari se aveva appena iniziato la materna?". Se anche voi vi riconoscete in questi pensieri, vuol dire che state sperimentando il blursday, una sgradita eredità del Covid. Questo neologismo inglese, che letteralmente significa "giorno sfocato", è stato creato per descrivere lo spaesamento causato dal lockdown: quella sensazione di non ricordarsi a che punto della settimana si è arrivati, del tempo che si disintegra proprio come le nostre routine quotidiane interrotte bruscamente dalle restrizioni. Ma la brutta notizia è che per alcuni non è finita lì.

Un tempo scandito da eventi

Gli psicologi Simon Grondin, Esteban Mendoza-Duran e Pier-Alexandre Rioux della Laval University di Quebec City hanno scritto a riguardo un articolo sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology, spiegando che il nostro tempo è scandito da eventi, come un appuntamento per cena o gli orari per gli spostamenti. E quando mancano quei riferimenti, i giorni perdono di identità e il tempo la sua definizione. Parallelamente, in un recente studio condotto in Gran Bretagna, pubblicato su Plos One, il 57% degli intervistati ha affermato che gli ultimi 12 mesi vissuti gli sono sembrati più lunghi di un anno. Questi due fenomeni, che potrebbero sembrare diametralmente opposti, sono invece le due facce della stessa medaglia: le emozioni negative innescate dal Covid fanno sembrare il trauma più vicino di quanto non sia nella realtà, lasciando la mente ancorata al 2020 e dilatando i tempi successivi che sembrano più lunghi ma con meno ricordi. Insomma: una vera e propria distorsione nella percezione del tempo.

Mettere insieme passato, presente e futuro

"All'improvviso tutto si è fermato. Non potevamo più essere le persone a cui eravamo abituati - spiega Alison Holman dell'Università della California Irvine nello studio pubblicato su Psychological Trauma  - . Per alcuni le distorsioni nel tempo sono state un fenomeno inquietante, ma se le sono scrollate di dosso. Per altri, il trauma degli ultimi anni combinato con questa strana percezione del tempo è rimasto un mix preoccupante che ora li mette a rischio di persistenti problemi di salute mentale". E' dagli Anni 90 che questa psicologa studia come il senso distorto del tempo possa danneggiare il benessere delle persone e ha potuto verificare quello che sta succedendo oggi già venticinque anni fa, dopo il devastante incendio californiano del 1993: nonostante il tempo passato e il ritorno alla normalità, i sopravvissuti avevano perso il senso del tempo e si sentivano più angosciati di prima. "Le persone che sperimentano la disintegrazione temporale rimangono bloccate in quell'esperienza. Non riescono a mettere insieme il flusso dal passato e a relazionarlo con il presente e ancor meno con il futuro", conclude l'esperta.

Il trauma da Covid

Il concetto stesso di tempo cambia. "E' come se passato e futuro si fossero appiattiti in un eterno presente - spiega lo psicoanalista Stefano Candellieri del Centro Medico Psicologico Torinese, che lavora con il trauma da Covid dai tempi della prima zona rossa. "In molti non hanno voglia di ricordare, altri hanno perso la capacità di programmare il che li fa vivere in un presente che si è dilatato, in cui è collassato ogni aspetto prospettico".
 

Secondo Candellieri lockdown ha lasciato in tutti noi un "residuo traumatico" con cui dobbiamo fare i conti. Durante le restrizioni "non si voleva pensare al passato perché era doloroso, ma al tempo stesso non si pensava al domani per le incertezze che c'erano sul futuro, portandoci a vivere in un eterno Giorno della marmotta", ovvero in una situazione che non si evolve mai. "Abbiamo vissuto un periodo alienante, dove i mancati progetti portati a termine ci hanno fatto sentire prima in colpa, poi hanno portato alla frustrazione e ora a un sentimento depressivo".

Il lockdown invisibile

Candellieri, che è fra i contributor del libro "Lockdown Therapy" a cura di Stefano Carpani e Monica Luci, ricorda che "il Covid ha portato alla luce problemi che avevamo prima". "La nostra società stava già vivendo un lockdown invisibile: uno lockdown delle emozioni e dei rapporti sociali. In molti, soprattutto giovani, vivevano chiusi in una capsula fatta di social network e influencer. Il Covid ha fatto esplodere questa bolla, portando a galla e peggiorando questo aspetto di grande introversione, reso ancora più pericoloso dalla poca cultura e memoria del passato di cui da tempo soffre la nostra società, azzerando lo slancio verso il futuro. Da una parte questo background ci ha permesso di sottostare alle regole del lockdown, come se ne avessimo una sorta di predisposizione", spiega l'esperto.

Le cose sarebbero andate in un modo diverso se l'epidemia fosse avvenuta in un altro periodo storico? "Se fosse accaduto negli Anni 70, sono certo che ci sarebbe stata una guerra civile. Invece le restrizioni pandemiche - dice Candellieri - hanno creato solo dei grandi leoni da tastiera, dai negazionisti agli hater, facendo emergere anche un preoccupante livello di aggressività. I casi sempre più frequenti di impulsività e violenza sui social sono esempi eloquenti dell'impoverimento psicologico di cui stiamo parlando. Ci troviamo in una società ipertecnologica ma emotivamente primitiva. Le enormi potenzialità offerte dalle moderne tecnologie digitali sono in sorprendente contrasto con il cambiamento psicologicamente regressivo che abbiamo, ed è inevitabilmente associato a problemi di dipendenza e indebolimento dell'identità individuale. L'adozione, più o meno consapevole, di identità parziali offerti da profili digitali con poca o nessuna somiglianza con la realtà, porta a un progressivo ritiro dalla vita sociale e dal mondo esterno. Ancora più preoccupante è il fatto che la mancanza di supporto psicoterapeutico, così come l'impoverimento dei servizi sanitari, sta portando a un dilagante uso di psicofarmaci".
 

Secondo i dati Aifa, infatti, nel 2021 il consumo degli antidepressivi ha rappresentato il 3,4% dei farmaci in Italia, con un aumento del 2,4% rispetto all'anno precedente mentre negli anni precedenti era sempre stato sotto l'1,9%.

Come superare lo 'spaesamento'

Ma cosa possiamo fare per superare questo spaesamento e archiviare definitivamente i blursday? "Ciò di cui davvero necessitiamo è la cultura. Abbiamo bisogno di poeti, musicisti, attori e artisti che rappresentino ciò che ci sta accadendo a livello collettivo, innescando una svolta. Noi facciamo la nostra parte nelle stanze di psicoterapia, ma logicamente questo non basta e non è per tutti. Credo fermamente che una via di uscita da questo limbo sia la creatività - conclude Candellieri - . Il bonus psicologo, così come è stato pensato in Italia, purtroppo non è sufficiente: bisognerebbe aumentare il sostegno con progetti più strutturati, a partire dalla psicoterapia a carico del Sistema sanitario nazionale. A livello sociale, invece, bisognerebbe andare di più a teatro, al cinema, ai concerti. La cultura è da sempre la psicoterapia collettiva più efficace".