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Vaiolo delle scimmie, anche l'infezione protegge a lungo: i risultati di uno studio

Alla possibilità di prevenire i contagi oggi si aggiunge un'altra notizia incoraggiante. Le persone già entrate a contatto con Monkeypox potrebbero essere protette a lungo. Anche senza dover ricorrere alla profilassi
3 minuti di lettura

L'emergenza infettiva non è ancora svanita. Ma le possibilità di contenerla appaiono più concrete. Il vaiolo delle scimmie continua a diffondersi nei Paesi occidentali. Al 10 novembre, i casi registrati nel mondo erano poco meno di ottantamila. Significativa però la frenata registrata in Italia, dove il totale delle diagnosi ha raggiunto quota 915: con un incremento all'incirca di un nuovo caso al giorno in tutta la Penisola, da un mese a questa parte.

Alla possibilità di prevenire i contagi, anche attraverso la vaccinazione, oggi si aggiunge però un'altra notizia incoraggiante. Le persone già entrate a contatto con Monkeypox, il virus che provoca la malattia nota come vaiolo delle scimmie, potrebbero essere protette a lungo. Anche senza dover ricorrere alla profilassi, che oggi viene effettuata con il vaccino contro il vaiolo umano.

A caratterizzare per la prima volta l'entità della risposta immunitaria all'infezione naturale sono stati gli specialisti dell'Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, sotto l'egida di Andrea Antinori: direttore dell'unità operativa complessa dedicata alle immunodeficienze virali.

Rilevata per la prima volta la risposta immunitaria nelle persone già infettatesi con il vaiolo delle scimmie

I ricercatori hanno registrato la risposta immunitaria verificatasi in 17 persone contagiatesi con Monkeypox - di cui 7 positive anche all'HIV e soltanto una vaccinata contro il vaiolo umano: profilassi che protegge anche dal decorso più grave del vaiolo delle scimmie - e costrette al ricovero nel polo infettivologico della Capitale tra il 19 maggio e il 7 luglio scorsi.

A partire da dieci giorni dopo la conferma dell'infezione in laboratorio, gli specialisti hanno iniziato a ricercare nel plasma di questi pazienti le possibili "firme" della risposta immunitaria innescata dal vaiolo delle scimmie. Per un campione ridotto di questi pazienti (9), si è proceduto anche osservando l'adattamento delle difese nel tempo e confrontando queste con quelle registrate in un campione di dieci operatori sanitari sani reclutati all'interno dello stesso ospedale.

I risultati del loro lavoro, pubblicati sulla rivista The Lancet Infectious Diseases, evidenziano come la risposta immunitaria innescata dall'infezione sia significativa. E, con ogni probabilità, duratura nel tempo.

Anticorpi e linfociti T per una risposta efficace e duratura

Nello specifico, gli esperti hanno riscontrato un aumento della risposta dei linfociti T-CD4 (che preparano il terreno per l'attacco all'infezione e T-CD8+ (i cosiddetti linfociti natural killer): con il rilascio nel plasma di linfociti specifici per il vaiolo e di una serie di citochine infiammatorie (interleuchina-1 beta, interleuchina-6, interleuchina-8 e fattore di necrosi tumorale).

Un quadro significativo della risposta assicurata all'organismo dal sistema immunitario, sicuramente in risposta al contatto con il virus del vaiolo delle scimmie: vista la specificità dei linfociti rilevati nel plasma e la loro assenza nel gruppo di controllo. E che è stata registrata anche nei pazienti sieropositivi.

Un aspetto rilevante, perché a questo punto l'immunodeficienza provocata dall'HIV non sembrerebbe condizionare la risposta all'infezione da Monkeypox. Virus a cui queste persone risultano più esposte - così come ad altre infezioni sessualmente trasmissibili - considerando che la diffusione fino a oggi è avvenuta quasi sempre per via sessuale e tra uomini abituati ad avere rapporti sessuali promiscui e con persone dello stesso sesso.

Nonostante un fisiologico calo registrato a partire da venti giorni dopo il riscontro dell'infezione, la persistenza delle citochine proinfiammatorie nel sangue lascia supporre che la risposta sia anche duratura.

Vaccinazione non sempre necessaria per chi ha già avuto l'infezione?

Quest'ultima, non limitata ai soli anticorpi, sarebbe alla base della prognosi quasi sempre positiva dell'infezione. Ma non solo. Per la prima volta, sebbene con un orizzonte temporale limitato a venti giorni, la comunità scientifica è stata dunque in grado di riconoscere la risposta dell'organismo a questa epidemia di vaiolo delle scimmie. Un'emergenza che, come ricorda Richard Kennedy (immunologo e co-direttore del centro di ricerca sui vaccini della Mayo Clinic) in un editoriale che accompagna il lavoro, "è diversa da quelle precedenti: per la genetica dei ceppi circolanti, per le condizioni di partenza delle persone che ne sono colpite e per il migliore accesso all'assistenza sanitaria che si registra nei Paesi occidentali".

A differenza di quanto si osserva nei confronti di un virus come Sars-CoV-2, oggi in grado di eludere la risposta immunitaria, l'immunità cellulare garantita da questa infezione (e più in generale da quelle provocate da virus a Dna) potrebbe rendere inutile la somministrazione del vaccino contro il vaiolo a questi pazienti. E questo nonostante l'eventuale perdurare di comportamenti a rischio.

Per avere garanzie di una risposta costante nel tempo, bisognerà vedere l'effetto a distanza sulle cellule della memoria. Cosa che lo stesso gruppo di ricercatori sta già facendo a distanza di mesi dalla guarigione di questi pazienti. Il lavoro è in corso: nuovi risultati sono attesi nei prossimi mesi.

Twitter @fabioditodaro