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Demenza, così diabete e ipertensione aumentano il rischio

(Crediti: Silviarita da Pixabay)
(Crediti: Silviarita da Pixabay)
 
Diabete, ipertensione, malattie cardiache e ictus aumentano le probabilità di una demenza, ma in modo diverso a seconda dell’età. Un dato fondamentale per calcolare l’indice di rischio specifico di ogni individuo
2 minuti di lettura

Il rischio di demenza aumenta con l'età, ma per alcuni più di altri. E non c'entra solo la genetica. Così, per chi soffre di diabete e ipertensione a 55 anni (o poco più), il rischio di sviluppare una forma di demenza nei dieci anni successivi può essere quattro volte più alto rispetto ai coetanei. Può essere, invece, quasi il doppio se di anni se ne hanno 65 e si convive con malattie cardiache, e ancora più alto se a 70 si ha diabete e una storia di ictus alle spalle. Lo rivela uno studio della National University of Ireland Galway pubblicato su Neurology, la rivista dell’American Academy of Neurology, che ha individuato i fattori vascolari più importanti da includere nei punteggi di rischio di demenza specifici per età.

Ma cosa hanno a che fare diabete, ipertensione, malattie cardiache e ictus con la demenza? Più di quanto si possa immaginare. Possono, infatti, aumentare le probabilità di una degenerazione cerebrale, quindi perdita di memoria, cambiamenti di umore e di personalità, deficit del linguaggio, difficoltà a svolgere azioni quotidiane e depressione. I risultati del nuovo studio potrebbero quindi aiutare a prevedere il rischio di sviluppare la malattia con un grado di precisione più alto, e - cosa non secondaria - a tenere sotto controllo i fattori che con il passare degli anni potrebbero aumentare le possibilità di svilupparla.

 

 

Lo studio

I partecipanti  provenivano dal Framingham Heart Study, un’ampia indagine epidemiologica americana sul rischio di patologie cardiovascolari, che all’inizio includeva 4.899 persone di 55 anni, diventate poi 2.386 considerando i dati disponibili all’età di 80 anni. I fattori di rischio sono stati misurati in cinque fasi temporali tra la mezza e la tarda età, quindi a 55 anni e poi a 65, 70, 75 e 80 anni. “Abbiamo avviato il follow-up decennale sulla demenza a partire da ciascuna età, ad eccezione dei 55 anni per via di un numero di casi di demenza trascurabile – spiega a LabRevolution Emer R. McGrath della National University of Ireland Galway, membro dell'American Academy of Neurology e autore dello studio: “Abbiamo effettuato visite di controllo periodiche e test neuropsicologici fino agli 80 anni, associando il Framingham Stroke Risk Profile (una misura che tiene conto dell’età, del sesso e dei vari fattori di rischio, ndr.) al rischio di demenza a 10 anni. Siamo così riusciti a identificare i predittori vascolari più importanti specifici per età”.

Cosa è stato scoperto

Ebbene, per chi a 55 anni era diabetico o iperteso, le probabilità di sviluppare una forma di demenza nei dieci anni successivi sono risultate più alte di quelle dei coetanei sani. In particolare, il rischio è risultato quattro volte maggiore per chi soffriva di diabete, e cresciuto di circa il 12% a ogni aumento di 10 punti della pressione arteriosa sistolica negli ipertesi. Per chi invece a 65 anni aveva malattie cardiovascolari, le probabilità di andare incontro ad una demenza sono risultate quasi il doppio rispetto a chi alla stessa età non aveva avuto questo tipo di patologie. Mentre per gli ottantenni con diabete o un episodio di ictus, e abituati a usare antidepressivi, i ricercatori hanno calcolato un rischio dal 40% al 60% più alto di contrarre la malattia (da segnalare che coloro che avevano assunto farmaci per l’ipertensione avevano ridotto in qualche modo il rischio).

Risultati questi - sottolineano i ricercatori - che dovrebbero fare includere nei punteggi di rischio di demenza specifici per età questi fattori: diabete e pressione sanguigna sistolica nella fascia dei 55 anni; malattie cardiovascolari in quella dei 65; diabete e ictus in quella dei 70 e 75; e diabete, ictus e uso di antidepressivi nella fascia degli 80 anni. ”I risultati del nostro studio supportano i punteggi di previsione del rischio specifici per età al posto di un approccio generalizzato e valido per tutti”, commenta ancora McGrath.

Lo studio ha un limite: ha coinvolto partecipanti in gran parte di etnia caucasica. I risultati, quindi, potrebbero essere completamente diversi o addirittura non essere validi per etnie diverse. Occorreranno infatti ulteriori ricerche anche sugli altri gruppi, in particolare su quelli notoriamente a maggior rischio di malattie vascolari.