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Il viaggio del paziente per perdere peso

Il viaggio del paziente per perdere peso
Nei centri di eccellenza per la cura dell’obesità il percorso di cura è ritagliato sulle esigenze di ciascuna persona. In Italia non mancano, e iniziano ad essere sempre più diffusi anche al Sud
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Quella del viaggio è una metafora quasi abusata nel mondo della salute. Ma è davvero difficile non utilizzarla quando si parla di obesità. Un problema che affonda le radici nei comportamenti alimentari scorretti, è vero, ma che va ben oltre. E le cui cause biologiche, psicologiche e sociali vanno prima scovate e poi sconfitte, per dare le migliori chance al paziente di affrontare con successo il viaggio verso il dimagrimento.

“Quando vediamo per la prima volta un paziente cerchiamo di comprendere la persona che abbiamo davanti. Non soltanto il problema dell'obesità, perché questa spesso ha anche risvolti psicologici e sociali”, spiega Alessandro Giovannelli, Direttore dell'Istituto Nazionale per la Cura dell'Obesità (INCO) dell’Ospedale Galeazzi. “Cerchiamo di capire la persona, valutare il percorso che ha già effettuato nella sua vita, se ha tentato interventi nutrizionali, psicologici, o farmacologici. Valutiamo quindi se rientra nei parametri per accedere a una chirurgia, e a questo punto, se è sua intenzione, ipotizziamo con lui l'inizio di questa avventura bariatrica”.

Quando si rivolge a un centro specializzato nella cura dell’obesità, il paziente viene quindi preso in carico da un team multidisciplinare che studierà tutti gli aspetti del suo problema. Si inizia con la ricerca di cause organiche dell’aumento di peso, come endocrinopatie, o importanti squilibri metabolici che possono determinare lo sviluppo di un eccesso di tessuto adiposo. Vengono quindi valutati gli aspetti psicologici che hanno causato un disagio nel rapporto con il cibo: il rapporto che il paziente ha con la propria immagine corporea, con la famiglia, la società. Si esclude la presenza di patologie psichiatriche che possono rappresentare una controindicazione per l’intervento. Nutrizionisti e di dietologi indagano le sue abitudini alimentari, e il suo assetto nutrizionale, che spesso, a dispetto delle quantità di cibo ingerito, può risultare carente.

Solo dopo aver ottenuto un quadro a 360 gradi si discutono con il paziente le varie strategie terapeutiche: dietologia, farmacoterapia (quando possibile) se questa è già stata tentata senza successo. E infine l'atto chirurgico, di cui oggi esistono molte tipologie, e che deve essere scelto dal team in base alle caratteristiche e alle aspettative del paziente, in modo da massimizzarne l’efficacia. Anche una volta usciti dalla camera operatoria, poi, il viaggio continua:  a differenza di altre malattie, per un obeso la chirurgia è ancora solamente l’inizio del percorso, e può solo aiutarlo in quello sforzo, del tutto personale, che nei mesi e negli anni seguenti lo porterà a controllare quando non a sconfiggere i suoi problemi di peso. Per questo, il follow up per i pazienti bariatrici non finisce mai: nel primo anno è più costante, con visite ravvicinate per verificare che non siano insorti problemi e che la perdita di peso si stia effettivamente producendo; ma continua anche in seguito, per evitare che possa ricadere nei vizi e negli errori, e identificare precocemente i rischi di ricaduta.

E se le cose, nonostante tutto, non funzionano, si apre nuovo capitolo: quello della chirurgia revisionale. “Nella nostra esperienza quasi il 10% dell'attività bari-chirurgica oggi riguarda interventi revisionali, e i numeri crescono di anno in anno”, racconta Giovanelli. “Cosa vuol dire? che a volte i pazienti possono andare incontro o a problemi legati alla chirurgia, o a insuccessi. In questi casi è necessaria una nuova presa in carico totale, ancora più mirata e di squadra, per valutare cause e soluzioni, chirurgiche e non, per l’insuccesso originario”.

Come è evidente, tutte le fasi di questo impegno multidisciplinare prevedono una squadra di professionisti: internisti, endocrinologi, cardiologi, dietisti, psicologi e psichiatri, e ovviamente chirurgo e anestesista, che portano a termine gli interventi. I centri in cui queste figure sono presenti e lavorano di concerto, con strutture pensate specificamente per gli interventi di chirurgia dell’obesità, sono riconosciuti dalla Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità e delle Malattie Metaboliche con un bollino di eccellenza. E sono i luoghi dove il viaggio per uscire dall’obesità si può intraprendere con più sicurezza e garanzie di riuscita.

Un tempo erano appannaggio principalmente delle regioni del Nord, verso cui si assisteva ad un autentico esodo sanitario dal Sud della penisola. Oggi fortunatamente le cose stanno cambiando, e anche se la strada per le pari opportunità geografiche è ancora lunga, anche nelle regioni meridionali sono presenti diversi importanti centri di eccellenza per la chirurgia bariatrica.

“In Puglia ci sono cinque centri riconosciuti dalla Sicob, di cui uno certificato come centro di eccellenza”, spiega Antonio Braun, che nel centro di eccellenza pugliese, Ospedale Santa Maria di Bari, è responsabile dell'Unità Operativa di Chirurgia Generale. “Nel nostro istituto, che è un centro ad alto volume, facciamo 14-15 interventi al giorno, e circa 1.500 ogni anno. In totale nella regione se ne faranno un 3mila l’anno, ma se pensiamo che le persone con obesità operabile in Puglia sono oltre 380mila, è facile capire che ancora oggi l’offerta purtroppo è sottodimensionata. Questo crea liste di attesa piuttosto lunghe, che spingono ancora moltissimi pazienti verso il Nord Italia, dove i centri sono di più e hanno una maggiore capacità di attrazione. L’augurio è che migliorando le capacità tecniche e la formazione dei giovani chirurghi ci sia in futuro la possibilità di sviluppare quanti più centri possibile. Il bisogno c’è ed è destinato a restare, visto che l’obesità è ormai una malattia endemica, e per noi che lavoriamo al Sud la priorità è certamente quella di arginare quanto prima l’emorragia di pazienti costretti a spostarsi verso i centri del Nord”.