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Tumore del pancreas, come migliorare la cura

(Crediti: National Cancer Institute via Unsplash)
(Crediti: National Cancer Institute via Unsplash) 
Oggi più che mai a fare la differenza è la collaborazione tra centri che condividono strategie terapeutiche e informazioni su studi clinici. Come dimostra la storia di una paziente lungosopravvivente
3 minuti di lettura

Si chiude oggi il mese dedicato (anche) al tumore del pancreas. E proprio per non far calare l'attenzione su questa neoplasia ancora difficile da trattare, raccontiamo una storia di speranza. Non si tratta tanto - o non solo - della vicenda di una singola persona, bensì di come una strategia di cura condivisa da più centri - che lavorano realmente in rete - possa fare la differenza per la sopravvivenza e per la qualità di vita dei pazienti. Per ricordare che, sebbene ogni caso sia unico, un buon modello può migliorare la cura di molti.

Dalla diagnosi alla possibilità di uno studio clinico

Partiamo allora dalla storia di Elena (nome di fantasia): la diagnosi di tumore al pancreas in stadio avanzato, con metastasi al fegato, era arrivata nel settembre del 2017, quando aveva circa 60 anni. Un'età comune per questa malattia. "La paziente ci era stata inviata da un altro centro con cui lavoriamo in rete", racconta Michele Reni, direttore del Programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center del San Raffaele di Milano: "Le colleghe che l'avevano in cura sapevano che stavamo conducendo due studi clinici in cui, forse, sarebbe potuta entrare. Ciascuna sperimentazione, infatti, ha dei criteri di accesso molto stringenti, che è necessario rispettare per valutare correttamente l'efficacia e la sicurezza dei nuovi farmaci". Uno dei due studi non era adatto per la malattia di Elena. Per l'altro invece - lo studio POLO che riguardava l'utilizzo di un farmaco mirato olaparib (della classe dei Parp-inibitori) nei tumori con mutazioni nei geni BRCA - bisognava attendere l'esito del test genomico.

Chemioterapia a 4 farmaci

Nell'attesa, Elena era tornata in cura nel suo centro. Qui, vicino al proprio domicilio, per sei cicli aveva quindi ricevuto una combinazione di 4 chemioterapici (che in un precedente studio multicentrico italiano di fase 3 aveva ottenuto, per la prima volta nella storia del tumore del pancreas, risultati significativamente superiori all'uso di un singolo chemioterapico). Nel mentre era arrivato anche l'esito del test: il suo tumore presentava una mutazione BRCA e, finita la terapia, sarebbe potuta entrare nello studio POLO al San Raffaele. "Nei 12 mesi che hanno seguito l'inizio della sperimentazione, le metastasi al fegato erano completamente scomparse e la paziente è stata operata per rimuovere il tumore ancora localizzato nella coda del pancreas", prosegue Reni: "Analizzando a posteriori i dati, abbiamo poi scoperto che, in realtà, era capitata nel braccio del placebo e che quindi non aveva ricevuto il nuovo farmaco. La scomparsa delle metastasi si doveva, quindi, all'effetto prolungato della chemioterapia a 4 farmaci ricevuta in precedenza".

La recidiva e il nuovo farmaco sperimentale

Soltanto due mesi dopo l'intervento, però, il tumore era tornato. L'attendevano altri sei mesi di chemioterapia a 4 farmaci, quindi, che anche quella volta si dimostrò molto efficace nel suo caso. "Era il febbraio del 2020 - riprende l'esperto - e lo studio POLO su olaparib era ormai chiuso. Però, in attesa della decisione sulla sua rimborsabilità da parte dell'Agenzia italiana del farmaco, l'azienda produttrice aveva lanciato un programma di early access: tutti i pazienti con tumore del pancreas e con mutazioni BRCA, inclusi coloro che avevano partecipato allo studio POLO nel braccio placebo, avrebbero potuto riceverlo". Da allora, Elena è in cura con olaparib e le sue TAC continuano ad essere negative. "Non possiamo certamente definirla guarita - chiarisce Reni - Quello che possiamo dire, però, è che con questo farmaco stiamo osservando diversi casi di lunga sopravvivenza, anche a cinque anni dalla diagnosi: un dato mai osservato prima nel cancro al pancreas avanzato".


Non singoli centri di riferimento, ma una Rete

La 'lezione' da imparare nel mese dedicato a questa neoplasia, secondo gli esperti, è quindi l'importanza di collaborare tra medici. "Pensiamo che sia sbagliato, per questa malattia, avere pochi centri di riferimento in cui accentrare tutti i casi", sottolinea l'esperto: "Piuttosto, è importante consolidare una rete di centri hub e centri spoke che condividono le strategie terapeutiche, i trattamenti e le informazioni sugli studi sperimentali, che non è detto che siano la soluzione, ma rappresentano senz'altro un'opportunità. E, non in ultimo, che diano la possibilità ai pazienti di essere curati vicino alla loro casa".

 

La mancata rimborsabilità di olaparib

Un aspetto di questa vicenda tocca un tasto delicato: quello della decisione di AIFA - arrivata esattamente un anno fa - di non rimborsare olaparib per questi pazienti, perché lo studio POLO non ha dimostrato in modo chiaro di essere in grado di prolungare la vita dei pazienti trattati con il farmaco rispetto al placebo, ma 'solo' di consentire loro di evitare per un periodo più lungo il peggioramento della malattia e, di conseguenza, la necessità di usare chemioterapie più tossiche. "Il programma di early access è ormai chiuso, quindi chi si ammala oggi di tumore del pancreas e ha la mutazione BRCA non potrà ricevere il farmaco", ricorda Reni: "Il Parp-inibitore è raccomandato nelle linee guida internazionali, due associazioni scientifiche, 230 oncologi e le associazioni di pazienti hanno inviato lettere all'AIFA per chiedere una rivalutazione, ma ad oggi non c'è stata alcuna risposta".


All'ultimo congresso della Società europea di Oncologia medica (Esmo) sono stati presentati da Michele Milella, primario dell'Oncologia universitaria di Verona e responsabile della Patologia pancreatica, i nuovi dati proprio dal programma di early access nella pratica clinica quotidiana. In questa esperienza, il Parp-inibitore olaparib, somministrato come terapia di mantenimento dopo una chemioterapia a base di platino, ha raddoppiato la sopravvivenza a lungo termine: sopravvive oltre tre anni il 34% dei pazienti, rispetto al 18% di chi non ha ricevuto il farmaco. "Purtroppo, è verosimile che per Aifa questi risultati non possano rappresentare un'evidenza superiore a quella già fornita dallo studio clinico precedente, che è stato frutto di uno sforzo immenso", conclude Reni: "Ma allo stesso tempo noi clinici speriamo che l'agenzia ne possa tenere conto, perché confermano che le persone con questa malattia vivono più di quello che ci si sarebbe mai potuti aspettare finora, e avvii un dibattito al più presto".