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Così i test su misura svelano il rischio di infarto in chi ha dolore al torace

Così i test su misura svelano il rischio di infarto in chi ha dolore al torace
Gli esami mirati aiutano a capire se le arterie coronariche ristrette sono alla base del sintomo. Si apre la strada ad una riduzione del rischio in chi ha una sospetta patologia dei vasi. E si riducono i rischi di test invasivi non utili
2 minuti di lettura

Dolore dietro lo sterno, che risale verso l'alto e magari si porta verso il collo, le spalle e le braccia. Quando si pensa all'infarto e all'angina pectoris, questo è il sintomo più classico che viene alla mente. È fondamentale, in queste circostanze, chiamare subito i soccorsi perché il tempo è basilare per proteggere il cuore. Ma il sintomo dolore al torace, a prescindere da queste condizioni di urgenza, in tutti i casi va comunque studiato con cura. Anche per capire se e quanto dipende da eventuali ostruzione della circolazione all'interno delle arterie coronariche, che portano sangue e ossigeno al cuore.

Ora una ricerca internazionale dimostra che grazie a tecniche di imaging mirate si può arrivare a ridurre addirittura del 65% il rischio di infarto di decesso e di esami invasivi inutili in soggetti con sospetta malattie delle coronarie. A dirlo sono i risultati dello studio internazionale Precise, cui ha partecipato per l'Italia il Centro Cardiologico Monzino, presentati poco tempo fa al congresso dell'American Heart Association.

Quali sono i due esami chiave

Due sono gli esami fondamentali in questo percorso di studio: la TC cardiaca e soprattutto il test FFRCT (Fractional Flow Reserve CT-derived), parametro che permette di capire se i restringimenti riscontrati nelle arterie hanno effettivamente la capacità di causare una ostruzione rilevante al flusso di sangue.

"I risultati dello studio Precise hanno una grandissima rilevanza per la pratica clinica perché offrono per la prima volta una soluzione ottimale e non invasiva al complesso problema della diagnosi del dolore toracico in pazienti senza precedenti problemi di cuore - spiega Gianluca Pontone, Direttore del Dipartimento di Cardiologia Peri Operatoria e Imaging Cardiovascolare del Monzino. In tutto il mondo occidentale questo diffusissimo disturbo porta a  un enorme volume di test ogni anno (4 milioni solo negli USA) con costi altissimi per i pazienti, in termini di stress e invasività, e per i sistemi sanitari. Il nucleo del problema è che non c'erano fino a ieri sufficienti evidenze per percorsi che aiutassero il medico a scegliere se fare un esame oppure no e soprattutto, di fronte a un paziente a rischio basso, ad accettare di non fare nulla ed aspettare".

Cosa dice lo studio

Lo studio Precise ha arruolato in Europa e in USA, nel periodo dicembre 2018-maggio 2021, 2103 pazienti "al momento sani", cioè senza precedenti episodi cardiovascolari, con sospetta coronaropatia. "Al Monzino ne abbiamo reclutati 270, il numero più alto per singolo centro - fa sapere Andrea Baggiano, responsabile dell'Unità RM Cardiovascolare Monzino e referente per il reclutamento di pazienti PRECISE".

I partecipanti sono stati randomizzati in due bracci, mettendo a confronto due diversi approcci diagnostici: un braccio ha applicato l'approccio tradizionale, che prevede che ogni medico scelga uno o più dei diversi score clinici utilizzati internazionalmente per la stratificazione (cioè attribuzione del paziente a una determinata classe di rischio) e poi prescriva, a sua discrezione, una serie di test funzionali, che possono andare dal test da sforzo e dall'ecocardiografia da sforzo, fino alla coronarografia.

L'altro braccio ha seguito l'approccio di precisione, che prevede invece che tutti i medici applichino un unico score clinico (PMRS) e lo utilizzino per decidere cosa fare. "Se il PMRS era basso il paziente non faceva nulla, se era alto veniva sottoposto a TAC cardiaca e, se risultava necessario, i dati della TC venivano anche analizzati con FFRCT - commenta l'esperto".

I risultati dello studio hanno dimostrato che nel braccio seguito con l'approccio di precisione i pazienti hanno avuto una probabilità di infarti miocardici, decessi ed esecuzione di esami invasivi non necessari ridotta del 65% rispetto ai pazienti del braccio tradizionale. Secondo Pontone, "dopo il Precise e il consolidamento del ruolo dell'imaging avanzato nella diagnosi della patologia coronarica, la nuova frontiera è quella dell'uso di tali tecniche per guidare il trattamento sdoganando l'uso dell'imaging non invasivo nell'arena delle terapie interventistiche" .