Coronavirus, il governo si divide sulla nuova stretta. Gli scienziati: “Bisogna chiudere le città”

Conte vuole ristoranti aperti fino alle 23. Il premier ai governatori: tocca a voi decidere i lockdown regionali

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Una riunione dopo l’altra, per accelerare sul Dpcm che Giuseppe Conte non avrebbe voluto firmare già così presto. «Calma e gesso», ha continuato a sostenere il premier, restio a farsi prendere dall’ansia di affastellare un decreto anti-covid sull’altro. Avrebbe voluto avere «dieci giorni di tempo per misurare gli effetti delle misure del precedente Dpcm».

Invece, oggi ne licenzierà un altro e lo farà in conferenza stampa dopo un lungo, aspro confronto tra capidelegazione di maggioranza e tra ministri, nell’eterno rimpallo di responsabilità con le Regioni, dopo aver ricevuto il parere degli esperti del Comitato tecnico scientifico che parallelamente sono tornati a riunirsi. Secondo le indicazioni consegnate dagli scienziati al governo andrebbero subito resi operativi lockdown totali nelle città più colpite dal contagio, dove l’indice Rt è schizzato.

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Tre su tutte, compresa le province: Milano, Napoli e Genova. Conte però vorrebbe che questa come altre decisioni fosse in capo alle Regioni. A partire dalla Lombardia. Tocca a loro questa volta indossare il cilicio delle scelte impopolari, secondo il premier, di fronte a un’economia in ripresa. Quel che è certo, sostengono gli scienziati, è che il tempo delle scelte è ora. La curva del Covid sale, inesorabile, giorno dopo giorno. Mille contagi in più: ieri erano quasi 11 mila, 10.925, con 47 decessi, in lieve calo sui 55 di venerdì. A fare più spavento è la percentuale tamponi-casi positivi, balzata quasi al 10%, su 103 mila test eseguiti. Gli epidemiologi e i virologi sono stati chiari con l’esecutivo: di questo passo si arriverà a 16 mila contagi in una settimana.

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Locali e ristoranti

A sera, quando i capidelegazione si incontrano, il menu delle decisioni da prendere è ancora provvisorio. Il ministro della Salute Roberto Speranza e il collega agli Affari Regionali Francesco Boccia hanno già riunito, di buon mattino, le Regioni e gli scienziati. Per tutto il giorno si dibatte sulla chiusura anticipata di attività di ristorazione, bar e pizzerie fino alle sei del mattino. L’obiettivo è sempre lo stesso: evitare gli assembramenti.

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Gli scienziati propongono la serrata dalle 22 minimo, come i più rigoristi nel governo. Il Piemonte è la prima Regione a prendere posizione contro questa ipotesi. Conte, la renziana Teresa Bellanova e il M5S spingono per salvaguardare i ristoranti. Lo chiarisce il capo politico reggente dei grillini Vito Crimi: «Mentre al ristorante si possono far rispettare le distanze, ciò non avviene per la movida, è necessaria dunque una stretta sulla somministrazione di alimenti e bevande al di fuori dei luoghi in cu non è possibile verificare il rispetto dei protocolli, dove l'aggregazione spontanea non è controllabile». Gli italiani a differenza degli europei del nord mangiano più tardi: chiudere alle dieci vorrebbe dire non garantire nemmeno un turno completo di servizio.

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Un aiuto economico il governo lo dà per certo, e conferma la proroga della cassa integrazione per i lavoratori di questi settori. L’orientamento generale pare quello di arrivare a una stretta sull’ asporto, anticipando dalle 18 alle 21 stop la vendita di alcolici. Senza questa misura i Navigli a Milano resterebbero comunque affollati all’aperitivo.

Le decisioni

Con le Regioni si fa strada il compromesso sulla scuola: didattica a distanza a giorni alterni per il biennio finale delle superiori e le Università. Sul tavolo ci sono anche doppi turni - siano «veri» dice Speranza - mattina e pomeriggio, o gli ingressi scaglionati, un’ora dopo, o alle 11. Sul fronte del lavoro, il ministro della Salute chiede di arrivare al 75% dello smart working, obbligatorio per il pubblico, raccomandato per i privati. Sono misure che servono a contenere la folla su bus e metro, altri focolai di contagi, mentre si dibatte se scendere al 50% della capienza.

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Per il resto, si va verso chiusura delle palestre, mentre si salvano parrucchieri ed estetisti, cinema e teatri. Stop agli sport di contatto anche in forma dilettantistica. Restrizioni che il presidente della Regione Campania, nel confronto con il governo, definisce «pannicelli caldi».

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A parte qualche ritocco, il modello usato è stata l’ordinanza varata 24 ore prima dalla Lombardia. Per Conte la strada è questa: «I governatori devono assumersi la responsabilità di chiudere dove serve». C’è un senso come di dejà vu in quello che sta succedendo. Dal Lazio anche Nicola Zingaretti, nella doppia veste di governatore e leader del partito più spinto sul rigore, ribadisce di non aver assunto alcuna nuova decisione in solitaria. Come a dire, si proceda uniti ma sta al governo dare la linea.

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I toni sono diversi, perché l’abrasione di sei mesi fa scotta ancora, ma ancora una volta si palesa la sotterranea sfida con i presidenti di Regione, a partire da Fontana, restio a fare lockdown mirati, anche di intere città, Milano in primis, o dell’intera Lombardia come vorrebbero gli scienziati. Perché con +2.664 casi è la più critica, con boom di ricoveri in terapia intensiva. Poi Campania (1.410), Lazio (994), Piemonte (972) e Toscana (879). Per evitare di intasare i pronto soccorsi dal Cts arriva il suggerimento di fornire il saturimetro per chi sta male a casa.

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“State a casa”

Per Speranza «va sposata la linea Merkel». Il ministro vuole fissare nella testa degli italiani un punto: «State a casa», come ha esortato la cancelliera tedesca. Ma siccome magari agli italiani serve qualche scossa in più, ecco gli altri due punti: lavoro (inteso come fabbriche-aziende) e scuola non si toccano, del resto (palestre, bar, trattorie, sport, movida) si può fare a meno.

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