Discussioni, risate e pizze insieme. Il mio amico Luca Attanasio pensatore geniale

Nel 2007 Luca, appena trentenne, è primo segretario a Berna. Da lì poi la sua carriera lo porterà a Casablanca, Abuja e infine a Kinshasa

Scorgo d’improvviso i lineamenti del volto terreo di Luca Attanasio. É steso su una jeep, un uomo di pelle scura e dal volto angosciato gli sorregge il capo e gli stringe una mano. Dietro un enorme pneumatico di scorta un giovane, anche lui di pelle scura, osserva la scena con stupore. É l’immagine di una Pietá, come l’ho vista tante volte raffigurata in una pala di altare o in una statua di marmo. Simboli di martiri del passato. Questa volta é la prima pagina di un quotidiano. Documenta una tragedia appena accaduta. E il protagonista, incredibilmente, é lui, il Luca collega ed amico fraterno con cui ho scambiato messaggi vocali fino a due giorni prima. Cinquanta minuti, si dice, é durata la sua agonia nelle braccia del suo soccorritore, con un dolore lancinanante all’addome e le forze che se ne vanno poco a poco mentre avanza l’emorragia. Un nodo mi afferra la gola e non riesco a non pensarci: quale sará stato il filo dei suoi pensieri in quei fatidici cinquanta minuti?

Per 17 anni ci siamo cercati frequentemente proprio per condividere il filo dei nostri pensieri e vedere il mondo, per qualche minuto, con gli occhi dell’altro. Di dieci anni piú giovane e con una storia molto diversa dalla mia, Attanasio era il pensatore fuori dagli schemi, l’entusiasta contagioso, l’ottimista trascinatore con cui confrontarmi, si trattasse di vita personale, sfide professionali, riflessioni sul mondo o semplicemente per una grassa risata, quando ce n’era piú bisogno. Ai suoi occhi ero forse un grillo parlante di cui aveva bisogno per far atterrare la sua immaginazione, testare le sue ipotesi alate e mettere alla prova i propri disegni sull’avvenire. Il futuro era la sua dimensione naturale, l’innovazione il suo DNA, l’imprenditorialitá il suo metodo, anche nel contesto del servizio pubblico.

Luca era atterrato come un oggetto volante non identificato nell’ufficio della Farnesina di cui ero reggente, in un giorno d’inverno del 2004. Ero appena rientrato nel grande parallelepipedo bianco alle pendici di Monte Mario dopo i miei primi otto anni di servizio all’estero, felice di potermi occupare di sostegno imprese all’estero in una squadra di funzionari e funzionarie trentenni e motivati. Luca arrivó alla mia scrivania sorridente, gentile ed impacciato. Mi raccontó del percorso che lo aveva portato dalla provincia brianzola alla Bocconi e poi alla consulenza aziendale. Aveva potuto assistere varie aziende, ma si era incuriosito all’idea di mettersi alla prova al servizio non di questa o di quell’impresa, ma del Paese nel suo insieme. Gli brillavano gli occhi all’idea di poter fare una differenza per gli altri col proprio impegno.  La famiglia, la parrocchia, l’ambiente limbiatese lo avevano formato nella cultura del fare e del servire la comunitá.

Frutto di quella cultura, oltre che della sua indole, era l’umiltá. Si considerava “fortunato” nell’aver superato il concorso diplomatico, in effetti uno dei piú selettivi dell’Amministrazione italiana. Il francese era il suo tallone d’Achille e si vedeva come un sopravvissuto per aver passato l’esame. Racconta la collega Sarah Castellani che aveva sviluppato un rapporto quasi filiale con il professore di francese, tenendosi in contatto negli anni e invitandolo al suo matrimonio. Il professore, racconta Sarah, le ha appena scritto commosso, ricordando come Luca attribuisse a lui il merito di aver superato il concorso e non mancasse mai di abbracciarlo, ridendo del suo pudore.

Alla prova dei fatti, Attanasio svettó. Lavorando in team con un collega di studi entrato alla Farnesina nel suo stesso concorso, il siracusano Marco Midolo (“siete come gemelli siamesi uniti per la calotta cranica”, gli dicevo), cominciarono ad sviscerare il tema di come integrare gli uffici delle Ambasciate con quelli dell’Istituto del commercio estero per fare sistema: un percorso ad ostacoli tra questioni autorizzative, logistiche, finanziarie e, ancora piú temibili, “concerti interministeriali”. Luca sapeva guardare ai problemi in maniera non convenzionale. Ogni vincolo diventava per lui un invito a scoprire modi nuovi di affrontare la questione. Gli dava fastidio chi pensava alle difficoltá per rimanere immobile. La carica di energia e il buon umore che metteva nel lavoro trascinava in avanti chi lo circondava e dava a tutti una spinta per fare meglio e di piú.

Fu in quei giorni che si piantarono i semi dell’amicizia tra di noi. Anche dopo che il suo apprendistato nella mia unitá terminó, alle otto di sera prendemmo l’abitudine di fare lunghe camminate avanti e indietro nei corridoi della Farnesina, vuoti e un po’ spettrali. Si iniziava col lavoro, ma non c’era argomento tabú da passare ai raggi X. Spesso dibattevamo due tesi contrapposte per il puro gusto di convincere l’altro. Passati i mesi Luca lasciava trasparire qualche segno di insofferenza. Soffriva quel processo di omologazione che naturalmente ogni grande organizzazione mette in atto sui nuovi entranti. In Farnesina questo é un processo che tutti i diplomatici conoscono bene e che si traduce in senso della gerarchia e codici di comportamento e comunicazione interna ben definiti.

Attanasio aveva il dubbio, in quella fase, se questo nostro mondo sarebbe stato il suo e se avrebbe risposto alla suo desiderio di costruire, di fare cose grandi. Il privato gli avrebbe fatto ponti d’oro se avesse voluto mettersi sul mercato.

Alla fine Luca rimase nei binari. E fece la cosa giusta. Si rese presto conto che la vita diplomatica gli permetteva di reinventarsi daccapo ogni tre o quattro anni, affrontando nuovi Paesi, nuovi incarichi, nuove sfide. Una grande soddisfazione morale gli arrivó nel luglio del 2020, quando il Ministero lo promosse al grado di Consigliere di Ambasciata, nel quadro di una tornata con pochissimi posti a disposizione per molti talenti. Attanasio scaló la graduatoria alla grande. “Sono fortunato”, ripeté.

Ho seguito da distanza la sua ascesa da Berna a Casablanca, da Abuja a Kinshasa, in un cammino pieno di risultati straordinari e tangibili. Dall’ingrato lavoro per mantenere funzionanti i servizi ai cittadini in Svizzera nonostante le chiusure di vari Consolati, al rifacimento del Consolato a Casablanca a seguito di una grande campagna di fund raising presso le aziende, fino al lavoro a fianco dei missionari e dei volontari italiani nelle foreste del Congo, Attanasio ha lasciato dietro di sé una scia di riconoscenza ed ammirazione quasi incredula in tutti coloro che ha potuto assistere lungo il cammino. Generava con progressione geometrica una legione di nuovi amici, fan e persone che gli volevano bene. Quando entrava in campo lui, i problemi si risolvevano, annose controversie trovavano soluzioni e vecchi mugugni venivano spazzati via. Nel 2020 questo suo impegno gli era valso il Premio Nassirya per la Pace 2020, un riconoscimento che con la sua abituale modestia aveva quasi paura di rivelare.

Il lavoro operativo sul campo non gli impediva affatto di coltivare le sue passioni intellettuali. Il collega Stefano Nicoletti ricorda che di recente aveva mandato a Roma “un articolato progetto per stimolare la presenza imprenditoriale italiana in tutta l'Africa Sub-sahariana, pieno di idee originali ed innovative che la Farnesina ha analizzato con cura per renderle operative.” Di recente, mi aveva invitato a guardare una serie di documentari su energia e terza rivoluzione industriale, sul possibile ruolo dello Stato nell’innovazione e sulla frontiera dell’intelligenza artificiale. Cito un suo messaggio di commento: “L’Italia in tutto questo come si sta posizionando? Si fará sommergere dall’onda di questo questo nuovo mondo, per ancora totalmente sconosciuto?”

Lavorando ai lati opposti del globo, l’ultima volta che lo vidi di persona fu alla conferenza degli ambasciatori del luglio 2019. Era emozionato all’idea di poter prendere parte alla kermesse, lui ultimo arrivato tra tanti colleghi piú senior che vedeva con ammirazione e un po’ di timore reverenziale. Si perse i primi due giorni di lavori essendo giunto a Fiumicino con un febbrone tropicale che lo costrinse a rimanere isolato in ospedale mordendosi le dita. Piaceri del vivere in Congo. La sera prima dell’ultimo giorno, su una pizza a Ponte Milvio, facendomi piangere dalle risate mi raccontó in chiave comica della sua vita africana, delle piccole e grandi disavventure che capitano vivendo a Kinshasa con moglie e tre figlie. Nonostante le difficoltá si sentiva realizzato. “Chi pensa al Congo come un postaccio”, mi disse, “non puó immaginare la bellezza di un tramonto sul fiume Congo.”

Col passare degli anni, al grillo parlante che scrive questo pezzo era apparso sempre piú chiaro come il giovane innovatore, in modo totalmente inatteso, fosse anche maestro di vita.

Mai l’ho sentito lamentarsi di problemi, difficoltá o di qualche rompiscatole. Mai un pettegolezzo maligno. Vedeva i difetti altrui con uno sguardo bonario e invariabilmente empatico. Ma insomma, gli dicevo, possibile non ti arrabbi con Tizio che ha combinato questo guaio o con Sempronio che si comporta in quella maniera indegna? Luca lasciava sbollire l’arrabbiatura e rispondeva: forse Tizio quel giorno aveva un problema in casa sua che non conosciamo e Sempronio semplicemente é inadeguato al suo compito. Ma fermiamoci un attimo, aggiungeva, e vediamo il mondo da un ottica diversa. Magari abbiamo davanti un’autostrada che ci sfugge fino a quando non cambiamo il modo di guardare.

Attanasio sapeva dare e condividere con gli altri, senza riserve, i suoi talenti, le sue risorse e anche il suo tempo. Per ognuno aveva una parola di incoraggiamento ed empatia e del tempo da dedicare. Come riuscisse a trovare il tempo per tutte le moltitudini di amici é difficile immaginare.

Come in controluce, la sua serenitá d’animo e la sua equanimitá lasciavano trasparire una profonda fede religiosa. Non ne parlava mai. Cercava di sviare l’attenzione, col suo acuto senso dell’autoironia, da quella sua straripante realtá interiore.

Lo sguardo é fisso sul volto di Luca e sulla mano che stringe quella del soccorritore. Mentre lotta col dolore lancinante al ventre e si affida al sostegno di quello sconosciuto, immagino i suoi pensieri aggrapparsi alla speranza di riuscire a fare in tempo per poter rivedere ed abbracciare e dedicare la sua vita intera e tutto il suo Amore indiviso all’adorata moglie Zaki e alle tre adorate bimbe, la piú grande delle quali –Sofia—é ormai abbastanza grandicella per sentire la mancanza di papá. Lo sento invocare Dio. Mi aggrappo alla speranza che quella luce che Luca ha portato dentro di sé nel corso della sua esistenza lo abbia accompagnato alla soglia del suo destino.

Mi congedo da Attanasio, che in greco significa “immortale”, con le parole della collega Federica Cattoi: “forse si può provare a farlo rivivere. Anch’io potrei vivere un po’ come hai fatto tu. Una parola, un gesto, un’iniziativa innovativa, volti a un bene più grande. Così so che la tua eredità è stata anche per me, nel mio piccolo: lo prometto, vivrò di più. Grazie Luca.”

* Ambasciatore d’Italia in Cile

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