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Violentare la passione, ultima offesa del calcio

2 minuti di lettura

Se si vuol bene allo sport, prima ancora che a questo calcio insipido e sciatto, bisogna chiederselo se ha ancora un senso una Serie A con tante partite dall’esito scontato e con scenari deprimenti.

Bisogna chiederselo e, come per ogni “delitto”, pensare a chi giova. Di sicuro a chi pensa alla Superlega europea, a un calcio d’élite, a un cerchio magico che comprenda chi ha storia e soldi, più i secondi della prima, al riparo da “retrocessioni” e con la caramellina di pochi ingressi per merito.

Ormai da tempo il calcio va avanti basandosi sull’abuso di passione popolare. Ci fanno credere che non si possa far diversamente ma uccidono un modello basato su funzione sociale e valori della competizione leale per sostituirlo con qualcosa di diverso. Da tempo è emerso un progetto per spostare le coppe europee alla domenica e i tornei nazionali nei feriali, primo passaggio per ucciderli, con lo scudetto svuotato di valore e gioia. Puntano a questo, perché di fare calcio per creare calciatori alle big frega zero: hanno, o meglio avranno, i soldi per andare a comprarli da chi li ha, sottopagandoli con la prepotenza dei potenti impuniti e incontrollati. E per le Nazionali? Niente paura, arriverà anche il tempo delle naturalizzazioni selvagge, colonizzazioni del terzo millennio in salsa sportiva.

A questo sta puntando un Sistema calcio come il nostro, seduto su una montagna di debiti e sulla gigantesca catena di Sant’Antonio delle plusvalenze gonfiate o fasulle, su giocatori infortunati pagati come campioni «perché – parole di chi butta i soldi – bisogna tenere conto anche dei “rapporti”».

La gloria ormai conta solo per i tifosi, perché per i dirigenti vale ciò che confessa il presidente del Milan, Paolo Scaroni: «Meglio quattro quarti posti che uno scudetto e niente Champions negli altri tre anni». Perché la Champions è lo spartiacque fra essere élite o accattoni di briciole, cioè “dover” retribuire la squadra con meno di mezzo salario di Cr7.

La prossima frontiera è la battaglia degli stadi di proprietà, con i tifosi utilizzati (non sempre ma spesso) come scudi umani per sperare di realizzare speculazioni urbanistiche e non reali investimenti pro-calcio. Nell’attesa, a far la differenza nel confronto con gli altri tornei è soprattutto la torta dei diritti tv. Da noi pesa intorno al 50 per cento del fatturato con punte dell’80 per le piccole società: altrove si sta molto al di sotto. In più, la Serie A all’estero non “tira”. Chi ha acquistato i diritti tv è sotto di 100 milioni e non sa come rientrare dall’investimento.

Per questo i big prima o poi abbandoneranno la nave che affonda. Rendendo il calcio domestico sempre più residuale, simile alla Serie C e al mondo dei dilettanti, strozzati per mancanza di una politica di sviluppo. In meno di dieci anni si sono persi 10mila club e 80mila tesserati. Il serbatoio si sta esaurendo ma ci sono i nuovi mondi per far ingrassare anche quei procuratori che lucrano commissioni enormi, funzionali al sistema parallelo.

Tutto questo e quel che verrà è la sconfitta più grande. Violentare la passione è l’offesa peggiore al senso della parola sport. — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI

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