De Vitis, passato e futuro: «Che festa promozione al Friuli contro il Genoa»

L'ex bianconero ricorda l'atto conclusivo della stagione 1988-89 col "salto" in serie A. Padre del pisano Alessandro, adesso è capo degli osservatori del vivaio del Sassuolo

UDINE. I “bomber di categoria”. Sono gli attaccanti con cui si può vincere un campionato, perché è certa la loro abilità ad andare in doppia cifra. Antonio De Vitis è uno dei capi di quella famiglia. Se c’è stato un centravanti in grado di far la differenza in serie B e di trascinare il gruppo in A questo è stato Totò, capace di conquistare cinque promozioni dai cadetti al massimo campionato italiano: la prima della serie – le altre quattro le centrò a Piacenza e a Verona – arrivò a Udine, stagione 1988-’89, quella della festa finale al Friuli col Genoa vincitore del torneo.

Una sentenza, il salentino, 15 gol, secondo nella classifica marcatori solo a Totò Schillaci (23), lanciato a Messina da Zeman. Totò, capo degli osservatori del vivaio del Sassuolo, ricorda quell’annata mentre segue con interesse chi, nella “sua” categoria, la B, dove a Pisa milita anche suo figlio Alessandro, sta facendo bene.

Partiamo subito da qui: il Pordenone, se si riprende a giocare, può lottare per la serie A?

«Lo dico per esperienza: tra i cadetti si decide tutto nelle ultime dieci giornate. Ecco, nell’attuale serie B, in cui mancano proprio dieci turni, penso che i neroverdi possano dire la loro sino in fondo. Sono quarti in classifica, arrivavano da un bel periodo, giocano un buon calcio. Direi che ci sono tante cose che funzionano».

A proposito di ripartenza: secondo lei è fattibile in B?

«Mi piacerebbe molto, ma ho tante perplessità. Io vivo a Piacenza, l’incubo coronavirus l’ho toccato con mano. Codogno, Lodi, Casalpusterlungo, poi, sono a pochi passi da qui. Siamo stati chiusi in casa per mesi, io sono stato fortunato a non risultare positivo. Vedo che a Lecce, dove sta la mia famiglia d’origine, l’emergenza viene vissuta in maniera più tranquilla. Forse sono condizionato, ma vedo anche tante difficoltà date dal protocollo: se si trova un positivo, si deve fermare tutta la squadra».

Meglio parlare di cose piacevoli e fare un passo indietro: estate del 1988.

«Arrivai a Udine. Ero reduce da due campionati col Taranto in serie B: ottimo il primo con 18 reti, giocavo assieme a Maiellaro, poi approdato a Bari; buono il secondo con 10 gol. Mi contattò la società, andai a Milano a trattare assieme al mio procuratore, Dario Canovi. Di fronte c’erano Gianpaolo Pozzo e il ds Marino Mariottini. Sentii subito la fiducia che avevano nei miei confronti. Non ci pensai molto a dire di “sì” anche perché, dopo essersi salvato la stagione precedente, il club voleva tornare in A».

In panchina Nedo Sonetti: scese in B dopo tre anni nella massima serie con l’Atalanta.

«All’epoca ero uno degli allenatori più considerati. Era bravo, aveva una grande personalità. Da parte nostra rispettammo gli obiettivi, d’altronde eravamo una squadra forte, basta leggere i nomi: Garella, Orlando, Galparoli, Minaudo, per citarne alcuni. Riuscimmo a rimanere sempre nelle prime tre. Poi ricordo la festa al Friuli col Genoa, il calore dei tifosi. A Udine sembra non esserci passione, invece è tutto il contrario: c’è grande interesse per la squadra, mantenendo sempre riservatezza».

Celebre, durante il torneo, il suo duello con Schillaci, che poi diventò quello delle Notti Magiche. A distanza di 30 anni, rimpiange di non essere stato al posto di Totò?

«Ricordo che sino a tre quarti della stagione ci giocammo alla pari il titolo di capocannoniere. Poi mi feci male, persi poco più di un mese e lui prese il là. Io al suo posto? Sono onesto con me stesso, non ero al suo livello. La stagione successiva, inoltre, quella in serie A, mi infortunai seriamente per la prima volta in carriera e retrocedemmo inoltre in B. Udine per me fu gioie e dolori».

De Vitis, come si muoveva un attaccante con la marcatura a uomo? Quali i segreti?

«Innanzitutto ricordo i difensori che mi facevano impazzire: Caricola, Loseto, Baldacci. Gente che picchiava forte. Era una lotta uno contro uno. Io cercavo l’appoggio al marcatore, puntavo a fargli perdere equilibrio e andavo incontro alla palla. Dovevo essere veloce, dovevo prendere il tempo per lo smarcamento. Ora è tutto più semplice: con la zona e due difensori centrali i tempi si dilatano».

Cleto Polonia, friulano doc, suo compagno di squadra a Piacenza, l’ha definito un professore dell’area di rigore.

«Lui era un difensore fortissimo. Era rapido e con un gran colpo di testa, a dispetto dell’altezza. Una grande persona, come anche l’altro friulano del “Piace”, Papais. Giorgio era un centrocampista completo, sapeva fare tutto molto bene. Tatticamente era un fenomeno».

Lei ha giocato in B tra la fine degli anni ’80 e per gran parte dei ’90: come vede ora la categoria?

«Devo dire che in questa stagione ho notato una crescita dal punto di vista tecnico. Non c’è soltanto agonismo. Inoltre è un campionato interessante, si lanciano anche i giovani. Il migliore, per me, è Pobega del Pordenone. Ha tutto: corsa, tiro, personalità. È destinato a una carriera di serie A di alto livello, anche al Milan, che detiene il suo cartellino».

Una grande investitura. E De Vitis adesso cosa si augura?

«Di essere sempre in salute. E dal punto di vista lavorativo, di continuare a scovare talenti, anche se ora ne vedo meno, rispetto a un tempo, ma sui giovani si può sempre lavorare».

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