L'Apu molla gli ormeggi, Boniciolli: «Costruiamo un sogno»

Finalmente si parte, sotto attacco del virus «Giusto giocare, l’alternativa erano le domeniche con la D’Urso in tv» 

UDINE. «Vede su queste tribune ho visto la mia prima partita di pallacanestro dal vivo, era la stagione 1972/1973, i miei genitori mi portarono a vedere la Snaidero di David Hall contro Siena, fui stregato dalla divise arancioni».

Nemmeno il tempo di sedersi e dall’amarcord si passa alla realtà. Dagli spogliatoi, solitamente riservati agli ospiti, esce un tecnico in tuta bianca anti-Covid, sembra sbarcato dalla navicella Apollo, porta buone notizie: «Negativi, tutti negativi». I giocatori, che qua e là fanno esercizi sul parquet sotto gli occhi vigili del professor Sepulcri capiscono in un amen: dopo otto mesi di stop, per tutti loro domenica 22 novembre sarà campionato.


Dalla storia del basket udinese con la Snaidero di Hall e il futuro coach Matteo Boniciolli bimbo sognante alla realtà di una serie A2 che, nel mare in tempesta del mondo al tempo del Covid, tra tamponi, attese, editti delle Asl e altro prova a ripartire.

Coach, domani si riparte. Allenò Udine vent’anni fa con il trionfale biennio di Charlie Smith, che piazza ha ritrovato?

«E chi lo sa, purtroppo causa pandemia, l’ambiente di Udine non ho avuto ancora modo di viverlo. La società ha fatto un grande lavoro di recupero degli appassionati. E questa squadra mi da la sensazione che potrebbe, potrà, dare soddisfazioni».

Come ha ritrovato la città?

«Era bellissima, nella prima avventura con la Snaidero dell’ingegner Edi a cui sarò eternamente riconoscente. La sera in bici la percorro in lungo e in largo: scopro la sua bellezza e resto impressionato da questo coprifuoco causa virus».

Una città dai ritmi lenti. Non da basket che è dinamismo per eccellenza?

«Ritmi lenti, ma con una cultura del fare senza eguali».

Dopo 8 mesi torna il campionato, la situazione sanitaria è dura, ci sono squadre attanagliate da virus, in serie A Trieste non gioca da un mese, Venezia domani va a Milano con sei giocatori. È basket questo?

«È la vita. Quando penso che l’alternativa sarebbe non giocare e passare le domeniche a vedere la D’Urso in tv penso sia meglio giocare. Il mondo è in emergenza, il basket si deve adeguare. Certo, i risultati sportivi di quest’anno saranno probabilmente condizionati da un fattore esterno, ma è altrettanto chiaro che se nella prima ondata, di fronte a qualcosa di nuovo e terribile, andasse fermato tutto, ora bisogna provare ad andare avanti perché la pandemia non finirà per decreto il 1 gennaio. E poi non vorrei ritrovarmi tra qualche mese a rimpiangere le partite a porte chiuse. A noi e al pubblico non piacciono, ma tra le porte chiuse e il niente...».

Per qualche giocatore le porte chiuse potrebbero essere un alleato?

«Sì, per quelli più fragili emotivamente, ma poi col pubblico ritornerebbero tali. Gli spalti vuoti non credo siano una medicina, poi ci sono quelli che giocano male comunque».

Dove vuole arrivare l’Old Wild West?

«In una terra dove costruire e uno degli elementi fondamentali, partendo dalle fondamenta, la mia ambizione è condividere con appassionati udinesi un percorso, facendone percepire la continuità. Le cavalcate trionfali non esistono e la nostra vera solidità si verificherà quando capiterà di perdere tre partite di fila. Questo tipo di squadra ha l’obiettivo di entrare nei play-off nel miglior modo possibile, non nella migliore posizione. Siamo tra le sei-sette favorite, non nella prima fascia: giusto così, è quello che vogliamo ora»

Se le dico che l’Apu pare squadra “allenabile” e di prospettiva ?

«Col gm Martelossi abbiamo discusso a lungo. Così ho fatto alla Fortitudo con Stefano Comuzzo e ad Avellino e alla Virtus con Tonino Zorzi nelle mie annate migliori. Ho bisogno di un confronto continuo, è l’unico modo che conosco di allenare cercando di dare al mio mestiere la doppia prospettiva: vincere quanto si può e dare un senso profondo al mio lavoro. Sono felice di aver lasciato qualcosa nei giocatori, vedi ad esempio Candi e Campogrande alla Fortitudo».

Qui il lavoro non le mancherà...

«Sì, Deangeli, Mobio, il giovane Akbara, sfortunato per il guaio alla spalla ma che sotto canestro ha potenzialità enormi e una cultura del lavoro fuori dal comune, sono giocatori di prospettiva. Perché vittorie e sconfitte sono frutto di un tiro che entra e esce magari all’ultimo secondo, la crescita di un giocatore è un percorso più lungo e complicato ma che mi dà soddifazione».

Amato?

«Ho un’idea, non chiamiamolo progetto perché in Italia i progetti spesso sono infiniti. Andrea è un giocatore che dalla cintola in su vede cose che altri non vedono, forte, affidabile. In difesa non è adeguato al suo livello, glielo dico spesso con le buon e le cattive. Sarei felice se al termine della sua esperienza udinese potesse ambire a qualcosa di più che essere un giocatore rispettato in attacco in serie A2».

Altri nomi: Nobile?

«A Vito chiedo di uscire dal suo guscio del bravo ragazzo della città natia che si sbatte in difesa e faccia emergere le altre qualità che indubbiamente ha».

Giuri e Antonutti?

«Il primo dà solidità e concretezza. Ci siamo vicendevolmente conosciuti e rispettati subito. Michele sta prendendo il suo ruolo di capitano con grande entusiasmo. Con due così sei a metà dell’opera. E a questi aggiungerei Maganza, che in attesa di una squadra, ci ha dato molto in questi mesi di preparazione».

È tornato Pellegrino. Cosa si aspetta?

«Intensità e continuità. Ciccio deve capire cosa fare da grande».

Coach, infine i due americani. Come ha preso Johnson l’esclusione dalla Supercoppa per il mancato tesseramento?

«Vuole saperlo? Avrebbe dovuto marcare Roderick, l’americano di Forlì, si preparava da giorni. Si è arrabbiato, e, quando ha saputo che il compito sarebbe toccato a Nobile, l’ha preso da parte e riempito di consigli. Ha talento, ha costruito la sua carriera col lavoro duro, si è calato nella parte alla perfezione. Si confronta continuamente con me anche a suon di sms».

Foulland l’ha convinta?

«Di più, proveremo a confermarlo già per la prossima stagione. È già un lungo da Eurocup. Difende, in attacco sa giocare, è intelligente, ha ben capito in che contesto si trova. Ama lavorare e lo fa in prospettiva, sa bene dove vuole arrivare».

Dopo il terremoto di giugno con la lite Pedone-Micalich non tutti scommettevano sull’Apu.

«Invece, con concretezza ed entusiasmo, il presidente ha saputo metabolizzare una delusione, che io non commento perché non conosco la vicenda, creando una struttura solida di prospettiva. Partendo non dai giocatori ma dallo staff. In questo il ritorno di Luigino Sepulcri è una vittoria per la pallacanestro italiana. L’aver realizzato, ad esempio, una palestra al Carnera, ha dato quella sensazione di casa che mi fa andare a dormire, sfortunatamente molto tardi la sera, non vedendo l’ora di tornare in palestra ad allenare questo gruppo».

Coach, i difetti dell’Apu?

«Ci sono, ma non glieli dico. Col lavoro faremo in modo di nasconderli o eliminarli. Ripeto, diffido delle cavalcate trionfali, i 5 orribili minuti finali in Supercoppa contro Forlì, dopo 35’ di buon basket, ad esempio, ci hanno aiutato a capire meglio questa squadra».

Domenica l’esordio a Mantova, non un campo facile...

«È una squadra forte, in Supercoppa l’abbiamo provato. Per due settimane non si è allenata causa Covid, Ma in un paese sportivamente incolto come l’Italia non c’è nulla di meglio da fare che giocare da sfavoriti. Di una cosa sono sicuro: il mio gruppo per due mesi ha lavorato con inusitata durezza, unendosi ancora di più con la fatica».

Il piano è chiaro: fari spenti, lavoro duro, e sparata finale in primavera. Col palasport pieno come ai tempi della Snaidero di David Hall o quella di Charlie Smith. La più bella degli ultimi quarant’anni di storia Apu. Per distacco. —

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