Quel gol al Camp Nou e ora la Manzanese, la seconda vita di Felipe in Friuli sognando la serie C: «Ora punto in alto»

Felipe nella prima presentazione con la maglia dell'Udinese e come difensore della Manzanese. Nell'ultima foto, a destra, il gol del momentaneo 1 a 1 al Camp Nou a Barcellona

L’ex difensore bianconero ha firmato per due anni con il club orange. Dall’arrivo a Udine ai maestri Sensini e Bertotto, ora il sogno è la serie C 

MANZANO. Dal Friuli al Friuli. Che poi lo si intenda come lo stadio dove calcisticamente è cresciuto o come il territorio che lo ha adottato 21 anni fa, per lui cambia poco: «Sempre di casa mia stiamo parlando. Ormai mi sento più friulano che brasiliano». A 36 anni (diventeranno 37 il 31 luglio) Felipe Dal Bello si è rimesso in gioco. Con un triplice salto “in giù”: dalla serie A, dove ha collezionato oltre 360 presenze con 8 maglie diverse impreziosite da 9 gettoni (e un gol segnato al Camp Nou di Barcellona) in Champions League con l’Udinese, alla serie D.

Una scelta e non un ripiego, considerando che il nuovo “contratto” che lo lega alla Manzanese vale anche per la prossima stagione.
 

Felipe torna in Friuli: "La Manzanese mi stuzzica"

 
Un tuffo in un mondo tutto nuovo, quello dei Dilettanti, per il difensore di Guaratinguetá, ma prima delle sue parole è stato il suo sorriso a chiarire, nella presentazione di ieri mattina al Polisportivo di Manzano, che per lui non è un passo indietro. Anche perché, con un simile curriculum, le offerte dalle categorie superiori non erano mancate.
 
«Alla fine è stata una scelta di vita, è la verità - confessa Felipe -. Ero svincolato e quando la Manzanese, lo scorso novembre, mi ha dato la possibilità di allenarmi per tenermi in forma mi sono trovato bene. Con tutti: presidente, mister, compagni. Mi sono sentito a casa. Mi hanno aspettato senza mettermi fretta e dopo aver valutato le altre offerte ho deciso, parlandone con la mia famiglia. Rimanere a casa, nella regione che mi ha adottato da quando ero un bambino, è stato facile».
 
Più difficile, invece, sarà realizzare il sogno che la classifica attuale (secondo posto a 5 punti dalla capolista Trento) quasi impone alla Manzanese: il salto in serie C. «A Manzano c’è voglia di dare tutto per arrivare più in alto possibile. Quello che posso promettere è quello che ho sempre dato nella mia carriera: passione, voglia, attenzione ai minimi particolari, la gioia di aiutare i compagni».
 
Felipe Dal Bello (secondo da sinistra) con al fianco il presidente Filippo Fabbro durante la presentazione al Polisportivo di Manzano
 
DILETTANTI PER I PROFESSIONISTI
Una scelta, quella della Serie D, che stanno facendo tanti colleghi di Felipe. «Ho avuto modo di vedere alcune partite della Manzanese, dalla tribuna, e devo dire la verità: mi ha sorpreso il livello tecnico della categoria, la qualità è molto alta. Non scherzo. Credo sia questo ad aver convinto tanti miei colleghi a scendere di categoria. E poi qui ci sono più contrasti, c’è battaglia: è un calcio che mi stuzzica. Certo, la Serie A è un’altra cosa, è tutto più estremo, dalla preparazione fisico a quella tattica, ma in serie D non vieni per svernare. Credetemi. Qui giochi se sei all’altezza di farlo e io mi sento ancora un giocatore. Anche se sto studiando per il patentino da allenatore, ma è un arricchimento che ho voluto per me, al momento non penso al salto dall’altra parte della barricata. L’infortunio? Un problemino muscolare, sto recuperando bene anche se non sarà in campo mercoledì nel turno infrasettimanale, nella partita casalinga contro la Virtus Bolzano».
 
IL RAGAZZINO E I MAESTRI
Felipe Dias da Silva Dalbelo, «oggi solo Felipe Dal Bello, ho cambiato il cognome quando sono diventato italiano, prendendo quello di parenti originari della provincia di Padova», è arrivato in Friuli «nel gennaio del 2000. Ero una scoperta di Manuel Gerolin. Quando sono stato aggregato alla prima squadra avevo 17 anni, mi sentivo spaesato, ma ho avuto la fortuna di incontrare tanti compagni di squadra eccezionali. E di trovare due maestri, due fari nella mia gioventù: Sensini e Bertotto. Gente esperta, difensori di grande livello: quando avevo dubbi, quando sbagliavo, io chiedevo consigli e loro me li davano. Sono stati importanti per me. Ecco, sono qui a Manzano anche per restituire ai più giovani quell’aiuto che è stato dato a me».
 
L’UDINESE NEL CUORE
Il sogno di tornare nella squadra dove è cresciuto per un po’ lo ha cullato. «Con l’Udinese ci siamo sentiti, certo, ma nulla di concreto. Solo una chiacchierata, come si fa tra buoni amici: è una società a cui dovrò sempre dire grazie».
 
FELIPE PROMUOVE SQUADRA E GOTTI
L’Udinese, comunque, Felipe ha sempre continuata a seguirla, perché quella maglia è un po’ una seconda pelle. «Mi piace come gioca, è un gruppo che ha saputo diventare squadra. Il pareggio di Parma, ad esempio: non rimetti in piedi una partita come quella se non hai la mentalità da Serie A. Non sono partite che recuperi se non sei squadra. E poi conosco bene Gotti. L’ho avuto come vice di Donadoni proprio al Parma: persona molto intelligente, davvero molto preparata. Se l’Udinese si salva? Ma certo. Sicuro».
 
VICINO A RONALDINHO
Una previsione credibile se si considera che a scommettere sulla salvezza dei bianconeri friulani è uno che, proprio con l’Udinese ha potuto calcare anche il palcoscenico più prestigioso: quello della Champions League. Segnando, il 27 settembre del 2005, anche un gol in uno dei templi del calcio mondiale. «Certo che mi ricordo il gol al Barcellona, al Camp Nou. Uno stadio pazzesco: quanto era grande. Enorme. Solo San Siro mi ha fatto un effetto simile la prima volta. A Barcellona perdemmo, ma quando segnai il gol del momentaneo 1-1 (al 24’ del primo tempo, ndr) guardai il tabellone, enorme anche quello: 1-1. Marcatori: Ronaldinho e Felipe. È stato bellissimo».
 
Felipe posa con la nuova maglia mentre sulla televisione c'è il fermo immagine della sfida di Champions League del 2005 contro il Barcellona di Ronaldinho
 
L’INCUBO INZAGHI
Bei ricordi, ma in 19 anni di serie A per Felipe non sono mancati nemmeno gli incubi. Uno su tutti ha un nome e un cognome: «Filippo Inzaghi, senza dubbio. Era tremendo. Mi ricordo ancora una partita che con l’Udinese abbiamo giocato a San Siro. Lui era in panchina, in campo c’erano Shevchenko e Pato: mica due qualsiasi - sorride -. Stavamo pareggiando. Pippo è entrato gli ultimi 15-20 minuti: oddio, mamma mia. Meno male che è entrato alla fine. Un palo, tre fuorigiochi al limite: era sempre lì, sempre pronto, sempre in movimento. Con lui non potevi mai distrarti.
 
L’EREDE
A Felipe piace Kevin Bonifazi. «Il mio erede all’Udinese? Ma no - sorride -, siamo giocatori diversi. Però è un ragazzo molto interessante, giovane, che ha davvero qualità importanti. Mi piace molto, quello sì. Ho avuto modo di conoscerlo alla Spal, è uno molto forte nell’uno contro uno, veloce, tecnico, sulla carta ha tutto ma deve fare ancora un po’ di esperienza, sia positiva che negativa. Però ha la testa giusta».
 
FRIULI CASA MIA
Il viaggio dal Brasile, dallo Stato di San Paolo, risale al gennaio 2000. Un amore non proprio a prima vista, ma a distanza di 21 anni ancora fortissimo. «Si, mi sento friulano, sono friulano. Questa terra è ormai casa mia. Quando sono arrivato ricordo che mi dicevano che i friulani sono “freddi”. Sarà anche vero, però quando entri nel loro cuore è dura andare via. Avevano 15 anni quando sono arrivato, mi hanno adottato. Per questo è un onore, per me, continuare a vestire la maglia di un club friulano». 

Pancake di ceci con robiola e rucola

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi