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Giro 2021, De Marchi sublime e ora tutti conoscono la “rosa di Buja”

Fuga, inseguimento, secondo posto e simbolo del primato. Dietro i big se le suonano: Bernal e Landa stanno benone

SESTOLA. Fuoco e fiamme, sotto la pioggia. Il Giro d’Italia si incendia sulla strada, in salita e carica di trabocchetti, di Sestola e dall’acqua a catinelle e dalla fatica esce dopo 13 anni, da quei 4 giorni in rosa di Franco Pellizotti al Giro 2008, un’altra maglia rosa friulana. Bellissima, soffertissima, meritatissima: Alessandro De Marchi, 34 anni di Buja, ha vissuto una di quelle sue giornate da leone.

Solo che stavolta, anche se non ha vinto perché la tappa è andata all’americano Chris Dombrowski (Uae) che lo ha preceduto nella culla del mito Tomba di 13”, si è vestito di quella maglia che ogni corridore sogna prima o poi di indossare, anche se solo per un giorno.



“Ale”, da undici stagioni corre nei pro e si è guadagnato a suon di attacchi il soprannome di “rosso di Buja”. È stato il più combattivo al Tour 2014, ha vinto due tappe alla Vuelta, il Giro dell’Emilia, è caduto alla Grande Boucle 2019 buttando via oltre un anno. Ma come la sua Buja è risorta dopo il terremoto di 45 anni fa, anche lui lo ha fatto. Fatica, impegno civile (corre col braccialetto per chiedere giustizia per Giulio Regeni, il suo corregionale ucciso in Egitto nel 2016 e senza ancora responsabili al gabbio), impegno per la sicurezza stradale. E grinta.



Il passista della Israel Start Up Nation si è intrufolato in una fuga di 25 corridori tra i quali anche il 22enne osovano Nicola Venchiarutti (Androni) all’esordio al Giro e non a caso, come “il rosso” scuola Team Friuli, la “nostra” Continental fucina di talenti. Era a 33” dalla maglia rosa in classifica generale da Ganna, sull’ultima salita ha ingaggiato con l’americano a un duello all’ultimo secondo per il simbolo del primato.

Poi l’arrivo, le lacrime, la prima dedica alla moglie Anna, le parole per Regeni. Tante cose dette con una intelligenza rara. E un obiettivo: tenere la maglia almeno fino alla tappa sopra Ascoli.

Dietro? Il gruppo dei big prima ha lasciato fare, con la Ineos di Egan Bernal che ha fatto, discutibilmente, tirare come un mulo la maglia rosa Filippo Ganna (vabbé essere generosi, ma non c’erano altri a farlo senza sprecare un fuoriclasse?), poi sull’ultima salita i primi, parziali verdetti: Bernal sta benone, come Mikel Landa (Bahrain), o Alexander Vlasov (Astana). Così così Simon Yates (Exchange) ed Evenepoel (Deceuninck) e Romain Bardet (Dsm) a 24” dai rivali. Dieci secondi più dietro Vincenzo Nibali (Trek-Segafredo) e Jai Hindley (Dsm). È crollato Jaao Almeida (Deceuninck), quarto nel 2020 a quasi sei minuti. Il doppio ne ha presi, inaspettatamente piombato in una giornata no, un altro friulano ex Team Friuli, Matteo Fabbro (Bora). Ora gli toccherà provare a fare il De Marchi sognando un’impresa da lontano.

Sì, è tutto vero, il “rosso di Buja” è diventata la “rosa di Buja”. Meritatissima.

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