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Filippo Tortu: “La curva di Berruti, il rettilineo di Mennea spero di essere ispirato e di onorarli”

Lo sprinter azzurro punta all’oro nei 200 agli Europei: «Erano un’incognita, ora mi sento sicuro. Da Monaco, dove si rivelò Pietro, parte il mio ciclo della memoria. Per me la nostalgia è essenziale»

Giulia Zonca
3 minuti di lettura

Creato da

Cinquant’anni in 200 metri: da Monaco 1972, con quei Giochi impossibili dove Borzov, Black e Mennea sono l’ultima luce prima di un massacro, alla Monaco 2022, una città che ha imparato a ricordare senza temere di crollare e può correre libera. Dal bronzo di Mennea alle ambizioni di Filippo Tortu che immagina la sua Monaco dal Golfo Aranci, nella Sardegna in cui prepara un Europeo in cui lasciare il segno. E per sfrecciare in avanti torna indietro nel tempo.

In ritiro nella casa sarda dopo un Mondiale dove ha trovato la confidenza con i 200 metri e si è sentito perso nella staffetta, alla prima uscita dopo l’oro olimpico. Che cosa si è portato a casa?

«Tutto. La brutta sorpresa della staffetta e la consapevolezza dei 200 metri, una distanza che fino agli Usa era un’incognita e in cui ora mi sento competitivo. Era la quarta uscita, nelle prime tre ho sparato e mancato il bersaglio, ai Mondiali l’ho preso».

Dove sta il suo bersaglio nei 200?

«L’uscita dalla curva».

Si è dato una spiegazione per la 4x100 così sotto le aspettative?

«Come a volte esce la gara perfetta, capita pure quella al contrario e non ne centri una. Abbiamo sbagliato. Tutti. Le situazioni negative però devono servire se non sarà una esperienza fine a se stessa sarà utile».

La seconda frazione, quella che Jacobs ha lasciato vuota dopo l’infortunio, è più difficile di quanto sembri?

«Ho fatto l’ultima per tutta la vita, non avevo i meccanismi. Se ricapitasse mi farei trovare preparato».

I 200 metri di Eugene dove la posizionano nella griglia dell’Europeo che inizia il 15 agosto?

«Siamo in 6 o 7 a giocarci la medaglia e ancora non si sa se l’israeliano che è andato sotto i 20” ai Mondiali Under 20 sarà al via. Non vedo uno che ammazza la gara. L’obiettivo è non fare errori, se riesco e gli altri sono più veloci. .. stavo per dire sarà più facile accettare, ma in quel caso digerirei a fatica. Io parto per vincere».

È la prima volta che succede?

«No. È il pensiero di ogni gara, anche se vicino ho Lyles e Knighton e lo so che tempi fanno, ma l’atteggiamento è provarci poi se non succede non casco dalle nuvole. Già sono fenomeni, però se parto battuto fin da quando ci penso in camera mia è finita».

All’Olympiastadion di Monaco Mennea ha vinto il bronzo nei 200 metri ai Giochi del 1972.

«Inizia il mio ciclo della memoria, questi Europei, nel posto dove Pietro si è rivelato, e i prossimi a Roma nello stadio dove Livio Berruti ha vinto le Olimpiadi nel 1960. Fa effetto, motiva. Spero di rendere onore e di essere ispirato: una curva come l’amico Livio, che mi ha mandato messaggi ai Mondiali tra un turno e l’altro, e il rettilineo con il finale di Mennea sarebbe ideale».

Monaco 1972, che cosa rappresenta per lei?

«La tristezza. Ovviamente per la tragedia, ma anche, vista da lontano, per quei Giochi che rimarranno solo un buco nero. Dici Monaco 1972 e pensi all’attentato, dici Pechino 2008 e pensi a Bolt e Phelps. È giusto che sia cosi, è necessario ricordare, però è anche tanto infelice che una intera Olimpiade sia stata seppellita».

L’Italia, idealmente, punta ai titoli di 100 e 200 metri e a rimettere in pista la staffetta oro olimpico. Siamo improvvisamente un Paese di velocisti?

«Difficile garantire, andiamo per 3 medaglie poi magari torniamo con zero ma la verità è che ce le giochiamo davvero, non sono proibite. Ormai è cambiata la mentalità, non ci poniamo più limiti».

Ha iniziato lei il nuovo corso, con la spallata al record dei 100 di Mennea poi abbassato da Jacobs?

«Se ho dato il mio contributo ne sono felice. Forse sì, qualcosa con quei primi 100 metri di rottura è successo. Davide Re mi ha detto che il mio tempo gli era servito come motivazione per andare sotto i 45” nei 400 metri. Sono convinto che tutti i risultati azzurri siamo legati: Gimbo e Marcell hanno portato a Palmisano e Stano e via così. Più l’Italia vince e più gli italiani puntano al successo. Senza remore».

Pensa che la fase nostalgica, fermi a Mennea e Simeoni, sia superata?

«Per il mio spirito romantico la nostalgia è essenziale e quel fascino resta. Se questa era lascia un’impronta così, lo scopriamo tra 30 anni».

Lei mantiene i suoi gusti retrò o ha aggiunto tocchi di contemporaneità?

«Ho inserito The Weekend che mi sta conquistando, ma a ben sentire pure lui ha sonorità Anni Ottanta quindi...».

Persino la foto sul suo profilo whatsapp è Ottanta, lo scopone in nazionale: fa tanto Mundial.

«Quello però è un rito nostro. Siamo io e il medico Billi più Pusceddu, il fisioterapista, che prima di ogni manifestazione passa settimane a cercare un compagno. Ho sempre perso pre gara e poi raggiunto la finale, a Eugene eravamo in stallo in pari e ho mancato l’obiettivo per 3 millesimi».

Al ritorno si è trovato senza governo in un’Italia divisa.

«Sto sotto una campana di cemento, non di vetro. A settembre mi ricollego al mondo. Ora, mi limito a giocare a carte, mi alleno e leggo “Il muto di Gallura”, storia che gira intorno a un noto bandito sardo. Ormai mi pare di vivere nell’ottocento pure io».

Lei pare immune al tormento genitore-allenatore.

«Mah, io non vedo il problema, in campo non c’è mio padre, c’è il mio allenatore e penso che per me sia il migliore al mondo. Se si escludono i Mondiali 2017, a Londra, con i 100 metri al freddo sotto il nubifragio, in ogni stagione, all’appuntamento clou ho dato il meglio. Quindi lui non ne ha sbagliata una. Studia, si aggiorna, mi conosce, mi migliora. Se scoprisse che esiste qualcuno capace di gestirmi meglio mi farebbe lui le valige. Però non credo sia possibile».

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