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l’intervista

Da Lucinico alla panchina della nazionale albanese, Edy Reja aspetta l’Italia: «È una partita speciale, sfido il mio cuore»

«Ho 77 anni ma quando sentirò l’Inno di Mameli mi commuoverò». Il mister si racconta: dagli esordi da bimbo al Moretti al match di stasera

Pietro Oleotto
Aggiornato alle 4 minuti di lettura

Durazzo è sul mare. Durazzo è baciata dal sole dopo una pioggia leggera ma fitta, mentre l’Albania aspetta l’Italia di Mancini che atterrerà soltanto nel pomeriggio nella capitale Tirana a una quarantina di chilometri dal centro d’allenamento della federazione albanese, il Tropical, un resort a pochi metri dalla spiaggia, tre campi, due sintetici, uno in erba, la Coverciano di Edy Reja, il ct che sta facendo un po’ come il collega Roberto Mancini. Deve costruire la squadra per il futuro, per i prossimi Europei, anche se c’è un contratto in scadenza a dicembre ancora da rinnovare.

Il saluto di Reja a Cainero prima dell'amichevole con l'Italia: "Enzo, ci vediamo presto"

Dura la vita del ct. Non solo in Italia. «Ma sto facendo il lavoro che mi piace, che mi entusiasma ancora: pensate a questo appuntamento, quando sentirò l’inno italiano mi commuoverò», spiega il tecnico di Lucinico quando si parla di quel “nero su bianco” ancora da mettere sulla carta. «Ho 77 anni, so come funziona questo mondo e so anche di aver a che fare con un presidente Armand Duka, con il quale il rapporto è schietto. Sa come lavoro», sottolinea con un realismo a noi caro, da friulano, un friulano di frontiera come il papà, nato a Vipulzano, in quella parte di Collio ora in Slovenia, e la mamma di Lucinico, ma di lingua slovena. Ecco Edy, da più di cinquant’anni nel calcio di alto livello e prossimo avversario dell’Italia baby che oggi e la prossima domenica in Austria il “Mancio” Metterà ala prova.

Reja, cominciamo da lontano, dall’azzurro: non ha mai sognato di vestire quella maglia quando era un giocatore? In definitiva ha 123 presenze in serie A tra Spal e Palermo...

«A dire il vero io quella maglia l’ho vestita e con orgoglio. Era la maglia dell’Under 23, una volta l’anticamera della Nazionale maggiore. Nel 1967 giocai da titolare contro l’Inghilterra a Nottingham: perdemmo 1-0, ricordo che in squadra c’erano Anastasi e Bob Vieri, insieme a tanti giocatori di Cagliari e Fiorentina che in quelle stagioni riuscirono anche a vincere lo scudetto».

I suoi sogni azzurri invece si fermarono al City Ground di Nottingham...

«Tutta colpa di un infortunio al ginocchio. Menisco con interessamento dei legamenti: allora non era semplice superare un problema del genere e per me fu una mazzata, non solo in chiave azzurra, visto che ero stato anche opzionato dal Milan di Nereo Rocco. Ho perso quel treno e quella fu un’autentica botta per il morale».

Beh, ha continuato a giocare per altri dieci anni tra Alessandria e Benevento e due stagioni dopo era di nuovo nella mischia, da allenatore.

«Sì, il mondo del calcio è il mio mondo. Per questo continuo ancora e l’entusiasmo non mi manca mai è il mio carburante».

E fare l’allenatore le riesce bene: da allora l’hanno chiamata 23 tra club italiani, stranieri e ora rappresentative nazionali.

«Se i risultati non vengono nessuno ti regala un contratto. Per questo sono orgoglioso della mia carriera: ha fatto le serie minori, la A, le coppe, sono andato all’Hajduk in Croazia e ora in Albania. E ho avuto presidenti esigenti come De Laurentiis al Napoli e Claudio Lotito alla Lazio».

Insomma, non è spaventato dalle voci che riferiscono di una possibile candidatura di Gigi Di Biagio per la panchina dell’Albania. Che progetto proporrà al presidente Duka?

«Gli dirò semplicemente: che cosa vuoi fare adesso? È un uomo di calcio, oltre che un grande imprenditore: tv, supermercati, vigneti, allenamenti. E un ruolo attivo nel direttivo dell’Uefa. Lui sa tutto e conosce la mia passione. Per certi versi mi ricorda Percassi, il presidentissimo dell’Atalanta, uno che ha avuto successo negli affari, ma ha pure fatto il calciatore da giovane».

Che futuro ha il calcio in Albania?

«Il progetto albanese è già tracciato: sono reduce da due amichevoli, una ad Abu Dhabi contro l’Arabia Saudita, dove abbiamo pareggiato per 1-1, e una a Marbella con il Qatar che si sta preparando per i Mondiali: lì abbiamo perso per 1-0, ma con tutti ragazzi delle squadre del campionato albanese che non hanno l’intensità e la malizia che serve a livello internazionale».

L’Albania ha mancato di poco la qualificazione almeno ai play-off per il Mondiale.

«Meglio che non ci penso a quel gol preso dalla Polonia a pochi minuti dalla fine. Al posto loro potevamo andarci noi. Ci è mancato davvero poco, ma il girone, vinto dall’Inghilterra non era semplice, ci siamo messi alle spalle un’Ungheria che avete visto quanto vale in Nations League. Niente, si tratta di lavorare proseguendo su questa strada».

Una difficoltà in più: Reja è costretto a girare l’Europa per tastare il polso ai tanti albanesi che giocano all’estero...

«Ultimamente sono fortunato, tanti fanno i professionisti in Italia: Berisha, Ismajli, Hysaj, Kumbulla, Bajrami. Il problema delle nazionali in generale è rappresentato dal poco tempo che hai per incidere sul gioco, su quello che vuoi far proporre alla tua squadra. Per questo devi lavorare su uno zoccolo duro e aggiungere dei pezzi, dei giovani».

Mancini è rimasto un po’ fregato dallo zoccolo duro dopo la vittoria dell’Europeo.

«A volte noi allenatori ci lasciamo trasportare dalla riconoscenza. A volte è capitato anche a me. È successo anche a Mancini che aveva fatto un lavoro eccezionale vincendo gli Europei in Inghilterra. Ma in passato mi ricordo che accadde anche a Marcello Lippi, quando era in Nazionale».

Morale della favola, o dell’incubo calcistico, sta per partire un’altra edizione dei Mondiali senza l’Italia: che ne pensa?

«È un discorso lungo, legato anche all’elevato numero di stranieri nelle squadre di serie A, ma ho visto che sull’assenza della nostra Nazionale è già stato detto tutto e di tutto, compreso che Mancini non capisce più nulla, che è bollito. Figuratevi. Voglio invece parlare del Mondiale in Qatar in inverno, a metà della stagione in Europa: è uno scandalo. E non fatemi andare oltre».

Reja, si gioca troppo?

«Sì, bisognerebbe rivedere i calendari, il meccanismo delle qualificazioni forse, ma non è il mio mestiere, ci sono dei dirigenti e delle federazioni internazionali che devono pensarci. Io vedo solo che ci sono troppi infortuni».

Forse Uefa e Fifa si stanno facendo attrarre dal vortice dello spettacolo...

«Non lo so, anche se devo dire che dopo la pandemia il pubblico lo vedo più presente, partecipe ed entusiasta. Vedrete qui in Albania per questa amichevole, ci sarà il tutto esaurito».

Anche da noi: sarà per la ripresa dopo il Covid, sarà per i risultati dell’Udinese, certo è che lo stadio Friuli si riempie spesso.

«Ho visto. E lo sapete che mi fa un enorme piacere. Ho sempre avuto un debole per il bianconero friulano, fin da quando ero un ragazzino. Ricordo ancora quando papà mi portava al Moretti. Era il 1954 quando vidi Selmosson con l’Udinese. A livello professionale la carriera non mi ha mai portato a Udine, ma riconosco ai Pozzo grande lungimiranza e conoscenza del calcio. Altrimenti non stai lì per grazia ricevuta ad alti livelli per tanti anni».

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