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Fenomenologia di Squid Game: perché ci piace e che c’entra il Minotauro

Fenomenologia di Squid Game: perché ci piace e che c’entra il Minotauro
La spiegazione semplice (e senza spoiler) di come i Bts, Fortnite e Netflix abbiamo generato la tempesta perfetta di un archetipo che risale e secoli fa
3 minuti di lettura

Un gruppo di persone, tendenzialmente appartenenti a una minoranza oppressa per motivi anagrafici, economici o politici, viene costretta dalle circostanze a partecipare a un gioco, spesso mortale, in cui le possibilità di sopravvivenza sono bassissime: in palio ce l’elevazione della propria condizione sociale e l’unica cosa certa è il diletto per una o più persone aderenti a una casta di privilegiati.

È Squid Game, la serie di Netflix di cui tutti parlano e che (più o meno) tutti guardano? O magari Has the gods will di Miike, in cui vediamo un gioco molto simile? Oppure lo storico libro Battle Royale? O magari L’uomo in fuga? Potrebbe essere Non si uccidono così anche i cavalli? o Hunger Games, addirittura Mai dire Banzai o ciò che viene sublimato nelle arene del videogioco Fortnite. E se, andando molto indietro nel tempo, arrivassimo addirittura al mito di Teseo e del Minotauro, con Minosse che chiede ad Atene ogni anno 7 ragazzi e 7 ragazze da sacrificare nel labirinto?

Squid Game, la serie nuova dal sapore antico
Come è facile capire, l’archetipo della battle royale è una delle narrazioni che accompagnano l’esistenza umana da tantissimo tempo, perché si basa su un altro fattore altrettanto antico: la disuguaglianza, la lotta tra classi, tra generazioni, tra dominatori e dominati. Una lotta che si alimenta anche del mito sportivo della competizione, dell’elemento che primeggia tra avversità e peripezie in quanto meritevole, anche se la meritocrazia è spesso un falso mito alimentato da chi sta in cima per fare credere a chi sta in basso di avere una chance concreta.

Squid Game quindi parte avvantaggiata, perché fa parte di una categoria di racconti che fanno rapidamente presa sul nostro inconscio: è una storia che conosciamo bene, perché l’abbiamo già sentita e quando una storia già la conosciamo, allora funziona. Anche se ci illudiamo di volere cose nuove.

Ma come ha fatto a diventare la serie più vista su Netflix? È una tempesta perfetta che mescola varie influenze della cultura popolare contemporanea. Intanto, la storia funziona di per sé, perché l’idea di vedere uno show dove bisogna indovinare chi vincerà fa scattare immediatamente la voglia di gamification, per quanto crudele possa essere ammetterlo. A questo si aggiungono alcuni elementi legati specificatamente alla cultura coreana, che da un po’ di tempo è diventata la nuova subcultura da cui attingere mode, spunti e simbologie. Vuoi per Parasite, che ha bucato definitivamente una bolla da cui era già uscito (almeno in parte) Old Boy, vuoi per Psy qualche anno fa e in generale una maggior accessibilità di film e serie coreane.

Per certi versi Netflix, con la sua ricchezza di materiale coreano, rappresenta la versione moderna delle vecchie emittenti private che fecero man bassa dei cartoni giapponesi, esponendo un'intera generazione a qualcosa di alieno rispetto allo status quo della Rai.

La forza del K-Pop
La fascinazione coreana passa anche dai Bts, che magari a molto adulti non dicono niente, ma a ragazzine e ragazzini dicono molto: parliamo di una boy band coreana che ha sdoganato il K-Pop e la cultura coreana in tutto il mondo da circa 7 anni, dominando ogni classifica di vendita e di esposizione social. I gruppi di fan dei Bts sono altamente organizzati e in grado di creare potenti sfere di influenza in grado di oscurare qualsiasi altra cosa e di schierarsi anche in contesti politici come Black Lives Matter.

L’influenza del K-Pop si è fatta sentire anche nella politica italiana, anche se in modo ironico. Ricordate quando durante la pandemia spuntavano fuori video di Giuseppe Conte mostrato come un idolo pop incorniciato di cuoricini e fiorellini? Bene, quelle sono le cosiddette fancam, ovvero video amatoriali con cui le fan esprimono affetto verso i loro beniamini e sono un fenomeno tipico del K-Pop e in generale del pop di matrice asiatica.

In questa alchimia entrano di soppiatto anche i videogiochi: i cosiddetti battle royale sono il genere che, Fortnite in testa, ha dominato gli ultimi 5 anni del settore e il gioco di Epic in particolare ha imposto un’estetica giocosa, buffa e colorata, fatta di costumi stravaganti e atmosfere da cartone animato. Difficile non vedere nelle scenografie di Squid Game una strizzata d’occhio a questa visione artistica, oltre che ovviamente ai giochi fanciulleschi virati al crudele che scandiscono la narrazione.

Infine c’è TikTok, social giovane per eccellenza dove Squid Game è diventato rapidamente un meme in grado di cementare tutti gli affluenti di cui abbiamo parlato per diventare un vero fiume di viralità che ha rapidamente scalato le classifiche di Netflix. Questo ha permesso allo show di essere notato sempre di più e di uscire sempre di più dai margini, diventando la classica cosa di cui devi parlare se vuoi restare nel flusso, un flusso nato dai più giovani, ma che ha contagiato anche gli adulti, grazie al fatto che in Squid Game sono rappresentato fasce demografiche molto eterogenee.

L'attacco al capitalismo
La cosa non era assolutamente scontata perché, al di là dell’ottima qualità, dei colori pastello e dei giochi crudeli guardati con piglio ironico, abbiamo una feroce satira del capitalismo, delle classi sociali, del concetto di merito, della società coreana, delle bolle speculative e di tutto ciò che ci sta attorno. E rispetto ad altre opere nello stesso filone, Squid Game introduce una novità abbastanza importante per il genere: i partecipanti tornano a rischiare la vita perché nella società la situazione è ancora peggiore. Uno spettacolo in cui alla fine noi, i fruitori, siamo sia nella veste di protagonisti, perché certi meccanismi colpiscono tutti quanti, sia in quella di spettatori che, guardando, fanno la fortuna dei gruppi di potere.

Gli spettatori percepiscono tutto questo? Non è detto. Anzi, per molti è solo una serie da guardare per capire chi vive e chi muore, senza farsi troppe domande, però intanto siamo tutti là, testimoni più o meno consapevoli di un fenomeno che rappresenta la perfetta unione tra archetipi classici e narrazioni contemporanee.