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Formazione
A scuola nel Metaverso
(ansa)

A scuola nel Metaverso

Come la realtà virtuale può rivoluzionare il modo in cui impariamo. A Stanford nasce il primo corso universitario interamente in realtà virtuale. Gaetano Tieri, direttore del Virtual Reality Lab di Unitelma Sapienza, ci racconta cosa cambia quando si studia in un ambiente immersivo

3 minuti di lettura

In una stanza colorata, che sembra quasi un cartone animato, ci sono trenta persone. Quindici sono Albert Einstein, le altre quindici hanno sembianze tutte diverse tra loro, come è normale che sia. No, non è l’inizio di una storiella divertente. È un esperimento condotto nel 2018 dall’Event Lab dell’Università di Barcellona, che aveva l’obiettivo di dimostrare l’effetto che ha la percezione del proprio corpo nelle capacità cognitive degli esseri umani. Ebbene, secondo quanto misurato nell’articolo, indossare il corpo di Einstein ha avuto un impatto positivo: le quindici repliche dello scienziato tedesco hanno ottenuto risultati migliori nei test di intelligenza proposti ai partecipanti all’esperimento. Nell’articolo, i ricercatori scrivono un corpo virtuale, in un ambiente immersivo, “può essere percepito come se fosse il proprio e questo può cambiare le percezioni, le attitudini e i comportamenti”.

La Dad in realtà virtuale

Qualche anno dopo, nel novembre del 2021, Jeremy Bailenson, lancia a Stanford il primo corso universitario interamente in realtà virtuale. Si chiama Virtual People ed è una sorta di metaverso didattico a cui accedono contemporaneamente alcune centinaia di studenti, per i quali la tanto discussa didattica a distanza – o il remote learning, come lo chiamano negli Usa – ha cambiato decisamente significato.

“Il punto – spiega a Italian.Tech Gaetano Tieri, direttore del Virtual Reality Lab dell’Unitelma Sapienza - è che quando c’è di mezzo la realtà virtuale non possiamo nemmeno chiamarla propriamente Dad. Cioè, è vero che non siamo fisicamente in presenza, ma la Vr garantisce l’illusione di trovarsi in uno spazio condiviso”. La Dad è stata una delle innovazioni forzate più discusse dell’intera pandemia. Secondo un’indagine condotta da Almalaurea, oltre 8 studenti universitari su 10 hanno dichiarato di preferire la didattica in presenza. Alla base di questa risposta, la mancanza di un rapporto diretto con insegnanti e compagni di studio.

(ansa)

Come cambia il nostro modo di imparare: il concetto di presenza

“In Dad – racconta Tieri - tutti coloro che partecipano alla lezione sono spalmati su uno schermo, quadratini in uno spazio che non riusciamo a percepire. Quando siamo in realtà virtuale, il nostro cervello percepisce di condividere uno spazio fisico con altre persone. Questo vuol dire che sentiamo la distanza dagli altri utenti, vediamo i movimenti del viso, di alcune parti del corpo. Creiamo, in altre parole, una sorta di contesto sociale, di ambiente, seppur virtuale”.

Il Virtual Reality Lab di Unitelma Sapienza sta lavorando per sfruttare le potenzialità della didattica in realtà virtuale anche nel nostro Paese. “Stiamo esplorando – spiega Tieri - la possibilità di effettuare webinar ed eventi in Vr, con l’obiettivo di abbattere la distanza fisica garantendo allo stesso tempo l’inclusione sociale attraverso una sensazione di presenza. In altre parole, sei sì a distanza, ma riesci a sentirti parte di un gruppo, di un momento di socialità”.

“In concreto - continua - abbiamo sperimentato la didattica in realtà virtuale in due progetti pilota. Uno ha coinvolto centinaia di studenti di scuole elementari e medie, che hanno avuto l’opportunità di imparare alcuni concetti di base di Economia e Finanza giocando in un ambiente in realtà virtuale. Un altro invece ha coinvolto delle esperienze con video immersivi in collaborazione con la Facoltà di Archeologia, che consente di visitare a 360 gradi una serie di monumenti di Roma, come l’Arco di Traiano o il Colosseo”.

In Future Presence, un libro estremamente importante per comprendere la realtà virtuale, il giornalista statunitense Peter Rubin spiega: “Quando la Vr funziona bene, i tuoi sensi dicono al tuo cervello che stai davvero vivendo ciò che stai vivendo virtualmente e il tuo cervello spinge il tuo corpo a rispondere di conseguenza. Questa è la presenza”. 

Ed è proprio quest’ultimo concetto a caratterizzare ogni tipo di esperienza in realtà virtuale. “La letteratura scientifica – precisa Tieri - indica che quando le persone si trovano all’interno di un’ambiente virtuale percepiscono in maniera concreta di trovarsi in uno spazio fisico. Questo agisce sul nostro cervello e attiva delle aree cerebrali che, generalmente, vengono stimolate esclusivamente quando stiamo effettivamente vivendo un’esperienza nel mondo reale. Dal punto di vista dell’insegnamento, questo ha un valore enorme di integrazione della didattica tradizionale: da un lato leggo un testo, dall’altro attraverso la realtà virtuale posso vivere delle esperienze”.

Il futuro della realtà virtuale

L’annuncio del metaverso da parte di Mark Zuckerberg ha dato una nuova spinta alla realtà virtuale. La Vr, infatti, è una tecnologia di cui si parla da molti anni ma che, al momento, non è mai riuscita a emergere e a diventare di uso comune. “Manca più di ogni altra cosa – conclude Tieri – una sensibilizzazione culturale: occorre raccontare cos’è questa tecnologia e il modo in cui può esserci utile. Su quest’ultimo punto c’è ancora un po’ di lavoro da fare, perché bisogna capire bene quali possono essere le applicazioni più utili per gli utenti. Credo che potremmo arrivare presto a una fase di diffusione di massa, dato anche il calo dei prezzi degli hardware”.