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Intervista

L'errore più grande di chi ha creato l'intelligenza artificiale

L'errore più grande di chi ha creato l'intelligenza artificiale
Intervista ad Antonio Damasio, uno dei più grandi neuroscienziati viventi, che ha dedicato un capitolo del suo ultimo saggio (Sentire e conoscere, per Adelphi) alle "macchine che sentono"
3 minuti di lettura

Chiedete a una persona qualsiasi cosa siano i sentimenti. Vi sentirete rispondere, con ogni probabilità, che hanno a che vedere con affetti e relazioni amorose. Fate la stessa domanda a un neuroscienziato, e vi risponderà tutt'altro. "I sentimenti sono percezioni interattive" sostiene Antonio Damasio, 78 anni, una sorta di guru nel campo delle neuroscienze.

“I sentimenti contribuiscono alla gestione della vita - afferma Damasio, che è nato e ha completato i suoi studi a Lisbona -. Essi informano ciascuna mente dello stato della vita all’interno dell’organismo cui essa appartiene. I sentimenti offrono a quella mente un incentivo ad agire secondo i segnali positivi o negativi dei loro messaggi”.

Un capitolo di Sentire e conoscere, l’ultimo saggio di Damasio recentemente pubblicato in Italia dalla casa editrice Adelphi, parla di “macchine che sentono” e “macchine coscienti”. Macchine che, nella realtà, non esistono. Damasio lamenta proprio questo: i pionieri dell’intelligenza artificiale si sono concentrati solo sull’efficienza e sulla rapidità d’azione che caratterizza gli esseri umani, tralasciando “tutto il versante dei sentimenti” intesi, appunto, principalmente come informazioni.

Antonio Damasio è natop a Lisbona nel 1944. È uno dei più importanti neuroscienziati viventi
Antonio Damasio è natop a Lisbona nel 1944. È uno dei più importanti neuroscienziati viventi 

"I sentimenti - ci spiega Damasio - sono effettivamente informazioni. Nel caso dell'amore, ci informano di quanto desideriamo un’altra persona, o di quanto ce ne prendiamo cura. I sentimenti che abbiamo sviluppato per la prima volta, nel corso della nostra evoluzione, riguardavano la gestione della vita ed erano perfettamente reali e utili. E naturalmente sono stati anche informativi, perché ci hanno detto cosa c'era di giusto e sbagliato nel modo in cui regoliamo la nostra vita".

Le macchine dotate di intelligenza artificiale, insomma, sono efficienti. Ma senza i sentimenti il loro corso ‘evolutivo’ è fermo alle forme di vita primitive di miliardi di anni fa. Solo la comparsa dei sentimenti, e dunque di una coscienza, ha permesso all’uomo di mettere in atto meccanismi associati alla prosperità e alla formazione delle culture.

Cosa manca dunque a queste macchine per provare sentimenti 'reali', paragonabili a quelli degli esseri umani?
"
Il problema qui riguarda l'esperienza, ciò che un particolare organismo ‘sente’ personalmente. Quello che una macchina può fare è un conto: l'IA è pronta a offrire prestazioni. La difficoltà sta nel generare sentimenti interiori, cioè nel generare esperienze. Nel fare in modo, insomma, che una macchina senta nella sua carne che sta facendo qualcosa".

I sentimenti possono essere positivi o negativi. L'intelligenza artificiale e le macchine del futuro ci preoccupano: il loro lato oscuro ci turba. Possiamo immaginare e sviluppare una macchina rassicurante, che abbia solo sentimenti positivi? Oppure questa macchina, priva di sentimenti negativi, non potrà mai essere considerata completa dal punto di vista delle esperienze e, dunque, della consapevolezza?
"
Dobbiamo stare attenti. Agire positivamente è una cosa, sentire o sperimentare la positività è un'altra. In natura non abbiamo mai avuto creature di questo tipo. La necessità evolutiva ci ha sempre dato lati positivi e negativi. Ma posso certamente immaginare macchine che agirebbero solo positivamente. Le loro esperienze consapevoli sarebbero solo positive".

Crediamo che la paura, la gioia e la rabbia - solo per citarne alcune - siano ‘emozioni’ che difficilmente le macchine proveranno. Anche i film ambientati nel futuro spesso ritraggono robot incapaci di vivere appieno le emozioni degli esseri umani. Si pensi al film AI di Spielberg. Eppure, se dovessimo fare affidamento sulla base delle teorie che lei, e altri esperti, avete formulato in modo molto efficace sulla costruzione della coscienza, la ricetta dovrebbe essere più semplice di quanto si creda: basterebbe dotare le macchine di sensori per percepire davvero il mondo esterno e l'altro da sé. E a quel punto, la strada verso l'esperienza e la coscienza sarebbe in discesa. Sto semplificando troppo?
"
Penso che lei stia trascurando il fatto che il ‘substrato’ [le molecole e le reazioni chimiche, ndr] probabilmente conta. In altre parole, possiamo imitare il design dei nostri organismi affettivi, ma non possiamo costruire macchine che replichino tutti i fini dettagli a livello molecolare, da cui ritengo dipendano i sentimenti".

Le macchine di cui stiamo parlando, in grado di provare sentimenti, sono troppo difficili da creare o sono dietro l'angolo?
"
Non sono così vicino, quelle macchine. Non sono solo difficili da creare ma forse impossibili da creare. I sentimenti che io o lei proviamo, sono possibili solo negli organismi viventi, fatti del nostro tipo di molecole organiche. Questo è ciò che la scienza mi dice ad oggi. Potrei sbagliarmi ovviamente, ma tutto ciò che vedo possibile sono "imitazioni" di sentimenti. E questo non è abbastanza, al momento".

Gli umanoidi stanno diventando sempre più realistici. Alcuni robot non hanno un briciolo di coscienza, ma hanno tratti ed espressioni talmente umane da lasciare senza parole. Ma tutti sappiamo che umanoidi come questi sono poco più di marionette nelle mani dell’uomo. Per questo, secondo lei, noi esseri umani siamo incapaci di provare affetto o amore per queste macchine? Possibile che l'unica emozione che riescono a suscitare, in noi, sia lo stupore? Quando un giorno queste macchine saranno sofisticate, complesse, in grado di acquisire una coscienza come nella serie cult di Hbo, Westworld, allora e solo allora i nostri sentimenti nei loro confronti saranno diversi?
"
Nel rispondere alla sua domanda, dobbiamo separare la nostra percezione del robot dalla percezione potenziale del robot stesso. Noi possiamo essere perfettamente ingannati dall'apparenza, dato che siamo costantemente a teatro e nei cinema. Possiamo credere a una realtà che non esiste. Ma non esiste una “percezione” paragonabile a quella dell’uomo, dal punto di vista del robot, perché non esiste un macchinario simile, dal punto di vista biologico".