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Il mio smartphone mi ascolta oppure no?

Il mio smartphone mi ascolta oppure no?
Il sospetto c’è sempre: come fanno le aziende a sapere che cosa ci piace, quali banner proporci, a quali prodotti siamo interessati? I nostri telefonini ci spiano? No, ma in qualche modo sì
3 minuti di lettura

È capitato a tutti: dopo avere svelato a un collega il nostro piatto preferito, ecco comparire sullo schermo dello smartphone proprio la pubblicità di quel succulento manicaretto. Altre volte, le parole sembrano addirittura superflue: pensiamo al nostro prossimo viaggio o capo di abbigliamento e poi lo ritroviamo sponsorizzato in un accattivante banner su Internet.

Coincidenza o spionaggio?

L’idea che le app installate su cellulari e tablet, sfruttando l’accesso al microfono, registrino tutto quello che diciamo è allarmante. Soprattutto se consideriamo che, secondo i dati di App Annie, nel 2021 erano più di 21 milioni le applicazioni disponibili e noi tutti le abbiamo usate per quasi 5 ore al giorno. Se è vero poi, come rilevava qualche tempo fa il garante della Privacy, che di media sono 80 le app spia installate su ogni smartphone, ecco sopraggiungere anche una lieve tachicardia. Peraltro, la stessa Authority ha di recente avviato un’indagine per fare luce proprio sulle cosiddette app rubadati, cioè quelle che, sfruttando l’accesso ai microfoni dei telefoni, potrebbero carpire informazioni sulle nostre vite per rivenderle poi ad altri per fare proposte commerciali.

Come se non bastasse, non sono solo i cellulari ad avere le orecchie: le nostre case sono popolate da oggetti capaci di raccogliere, comunicare e scambiare dati e informazioni. È l’Internet delle Cose. Secondo l’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano, il 46% degli italiani già possiede in casa almeno un oggetto smart. Pensiamo agli speaker come Google Home o Amazon Echo. Il riferimento non è casuale. Sulle teste dei colossi della tecnologia pendono i più diffusi sospetti di origliare le nostre vite, e proprio a Mark Zuckerberg in audizione al Congresso degli Stati Uniti per il caso Cambridge Analytica è stato chiesto se la società di Menlo Park ascoltasse le conversazioni delle persone.

Siamo tutti intercettati?

Da un lato l’esperienza quotidiana, e dall’altro l’esistenza di tecnologie e di indagini delle autorità, sembrano confermare il sospetto. Tuttavia, parafrasando Agatha Christie, due indizi fanno una coincidenza ma non una prova. Ricerche come quelle condotte dalla società britannica Wandera o dalla Northeastern University di Boston parrebbero confermare la mancanza di generali captazioni occulte delle nostre chiacchierate private. Lo stesso fondatore di Meta lo ha negato davanti al Congresso (indizio cui ognuno è libero di dare il peso che ritiene). Peraltro, sembra ci siano anche ragioni tecniche a rendere di difficile attuazione un simile piano di sorveglianza. Come rivelato da un ex dipendente di Facebook qualche anno fa, raccogliere di nascosto tutte le conversazioni delle persone richiederebbe alla società californiana uno sforzo computazionale imponente. Senza contare che un simile dispendio di dati ed energia sarebbe difficilmente occultabile sui dispositivi degli iscritti. Peraltro, chi già abbia provato a dare istruzioni precise con espressioni come “ehi, Siri” e simili si sarà reso conto di quanto frequente sia il cosiddetto lost in translation tra uomo e macchina. La captazione delle infinite sfumature del linguaggio umano rende difatti complesso l’esercizio di traduzione in azioni compiuto dagli assistenti virtuali. Lo stesso finirebbe per valere nell’ambito della raccolta di parole da impiegare per attivare una pubblicità mirata.

Perché abbiamo l’impressione di essere sorvegliati?

Senza scendere nel fascino del complottismo, una prima spiegazione è offerta dal mondo della psicologia: esiste un particolare bias cognitivo, noto come effetto Baader-Meinhof, secondo cui, dopo essersi imbattuti per la prima volta in qualcosa di nuovo e curioso, tendiamo a notarlo con sempre maggiore frequenza, un po’ come se ci stesse perseguitando.

Oltre a questo, però, è un altro il motivo più convincente che svela il mistero delle apparizioni pubblicitarie. Ed è anche ciò che spiega come mai i grandi player tecnologici non abbiano bisogno (anche) delle nostre conversazioni: ogni click in Rete e qualsiasi azione che svolgiamo online può essere registrata. Pensiamo a like e cuoricini sui social, alle pagine che visitiamo a partire da un motore di ricerca, ai prodotti che inseriamo nel carrello di un sito di ecommerce. Dette informazioni, assieme a molte altre (come tutte le briciole della nostra navigazione tracciate tramite i cosiddetti cookie), sono oggetto di elaborazione e aggregazione, vengono incrociate e arricchite con altri dati, anche provenienti da diverse fonti o detenuti da soggetti terzi. A volte entrano in gioco persino informazioni che si riferiscono all’esperienza di navigazione di altri utenti, come un familiare, che magari condivide la nostra stessa posizione GPS. Chi fa inserzioni online, insomma, ci conosce molto meglio di qualunque vicino di casa dall’orecchio lungo. Ciò avviene grazie ad algoritmi sempre più evoluti, che macinano quantità di dati sempre maggiori, per profilare e conoscere così sempre meglio ogni cittadino della Rete. La precisione di questi sistemi è a tal punto in evoluzione che potrà persino sembrare che un banner pubblicitario ci legga nel pensiero. Niente stregoneria, ma solo capacità predittiva degli algoritmi fondata su basi di dati in continuo aumento.

Possiamo dunque stare tranquilli?

Dunque, sembra proprio che le aziende tecnologiche non ci ascoltino, anche se ogni tanto qualche app che ci spia si rivela. Alcuni anni fa, per esempio, è toccato a un’applicazione torcia per Android o al software Alphonso installato in molte app di gaming. Più di recente è stata la volta dell’applicazione della Liga, la massima serie calcistica spagnola. E naturalmente ci sono anche le compagnie della Silicon Valley. Per questo l’indagine avviata dal garante della Privacy è importante.

Nell’attesa, però, è la stessa Authority a suggerirci di “spegnere il microfono e accendere la privacy”: consigli come quello di limitare il download di applicazioni superflue (che spesso chiedono molte più autorizzazioni di quante ci aspetteremmo) o di disattivare le autorizzazioni di accesso al microfono da parte delle app già installate non sono affatto da trascurare. E non tanto (o non solo) per la paura di essere intercettati: le informazioni che ci riguardano, i nostri dati personali, sono pezzi del puzzle della nostra identità. E come riflettiamo attentamente prima di raccontare la nostra vita a uno sconosciuto incontrato per caso in un bar, così dovremmo fare anche quando condividiamo i nostri dati nel bar digitale. Le nostre scelte possono essere davvero libere solo se consapevoli.