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Inizia l’era della riparabilità degli smartphone: dopo Apple, anche Google e Samsung venderanno ricambi

Inizia l’era della riparabilità degli smartphone: dopo Apple, anche Google e Samsung venderanno ricambi
Non solo sensibilità ambientale dietro alle scelte di aprire al cosiddetto right to repair: sono in arrivo legislazioni sempre più stringenti che costringeranno le aziende ad adeguarsi
4 minuti di lettura

Qualcosa sta cambiando. Qualcosa di importante e fino a pochi anni fa impensabile nel mondo degli smartphone: qualche giorno fa, The Verge l’ha chiamata L’Era della Riparazione.

Fra le spinte legate a improrogabili sensibilità ambientali e valoriali, regolamentazioni in arrivo, pressioni di gruppi organizzati e mercato degli smartphone sempre più saturo, i colossi stanno timidamente aprendo alle riparazioni: chi a quelle fai-da-te, chi con un occhio alla sostenibilità dei ricambi, chi stringendo partnership più efficaci con network certificati di riparazione. Fra l’altro, il mercato dei ricondizionati incombe: il giro d’affari degli smartphone in Europa è di circa 100 miliardi di euro, ma usato e ricondizionato valgono già il 10% di questa torta. Il margine di crescita è dunque enorme, specialmente quando di nuovo se ne compra di meno, e i grandi brand lo sanno: le loro operazioni sono da leggere anche in quest’ottica di business. Pur sempre meglio tenere un utente all’interno del proprio ecosistema che lasciarlo passare ad altri.

Apple e Samsung, dal fai-da-te ai pezzi riciclati

Ha iniziato Apple qualche mese fa, dando il via (pur fra alcune strettoie) al Self Service Repair, un programma che in una prima fase riguarderà iPhone 12 e 13 e che proporrà pezzi ai costi di fabbrica per riparare da soli i dispositivi, a patto di restituirli all’azienda. Più avanti si allargherà l’operazione anche ai Mac con chip M1 e ad altri prodotti.

Adesso arriva anche Samsung, che nel contesto del programma sulle riparazioni dei Galaxy, gli smartphone di punta, promuoverà l’impiego di pezzi e componenti riciclati. Anzi: ricondizionati ma pari al nuovo. Così da ridurre il costo degli interventi di riparazione anche della metà, rendendo dunque questa scelta un’opzione percorribile: fino a oggi, per problemi di un certo calibro, è stata una strada sofferta e costosa tanto da spingere spesso all’acquisto di un nuovo dispositivo. Si tratta comunque di un’indiscrezione di Business Korea, l’ufficialità dovrebbe arrivare entro l’estate e il partner per il programma è iFixit, nota piattaforma specializzata di ecommerce (ma a partire dal Galaxy S20 del 2020, poi il programma si allargherà ad altri modelli). Fra l’altro, il colosso sudcoreano già utilizza plastica da reti da pesca riciclate per alcune componenti degli S22.

Arrivano anche Google e Valve, poi altri brand

Non basta: anche Google attiverà entro l’anno un programma di riparazione fai-da-te, dedicato ai telefoni dal Pixel 2 in poi fino agli attuali 6 e 6 Pro, in tutti i mercati in cui è presente, incluso quello italiano. Ovviamente chiunque non si senta in grado di aprire la scocca e mettersi al lavoro potrà rivolgersi a una rete di centri certificati da Big G: per ora sono uBreakiFix negli Stati Uniti e in Canada e simili accordi arriveranno anche per l’Europa, a iniziare da Regno Unito e Germania. Se invece si deciderà di procedere in autonomia a rimpiazzare (per esempio) uno schermo devastato da una brutta caduta, si potranno ordinare singoli pezzi o kit, inclusi di strumenti, sempre attraverso la iFixit di Kyle Wiens. Uno che per anni ha lottato contro quei giganti che oggi (un po’ a sorpresa, un po’ per interesse e un po’ perché il vento sta cambiando) fanno la fila per stringere patti con il suo gruppo in termini di distribuzione dei pezzi, dei manuali e degli attrezzi da usare. Oltre a Samsung e Google (e Motorola, che si è mossa già 4 anni fa) c’è anche Valve. Apple, invece, gestisce tutto in autonomia o con la sua rete di centri autorizzati.

Come funzionerà la partnership con iFixit

Ogni brand avrà le sue regole e ovviamente si parla di sostituzione di display, batterie e moduli fotografici, impossibile arrivare a intervenire sul SoC anche se forse in futuro ci si potrebbe pensare. Ma è già moltissimo, per interventi visti fino a poco tempo fa come il male assoluto e destinati a innescare un business parallelo proprio in epoca di supply chain ingolfate. In ogni caso, non si tratta di beneficenza: iFixit ha spiegato che dovrà acquistare i pezzi di ricambio, stoccarli in magazzini sempre più capienti che sta affittando (perché al momento non ne dispone e nel giro di due mesi arriveranno altri accordi) e li rivenderà ai clienti. Dovendo pur ricavarci qualcosa.

Come stanno cambiando le regole negli Usa e in Europa

Non c’è solo la sensibilità, dietro queste scelte. C’è anzitutto un movimento legislativo che sta montando a cavallo dell’Atlantico e c’è poi una serie di evidenze che, nei Paesi in cui sono già obbligatorie le cosiddette scorecard, cioè i punteggi di riparabilità dei telefoni, premiano i modelli più virtuosi. Sul primo fronte, quello statunitense, lo scorso luglio un ordine esecutivo (il 14036) firmato dal presidente Biden ha indicato alla Federal Trade Commission di predisporre regolamenti utili in questa direzione, al fine di facilitare le riparazioni di prodotti elettronici da parte di tecnici e laboratori indipendenti. Quelle norme stanno arrivando: saranno raccolte nel Right to Repair Act, una legge federale che sostanzialmente non punirebbe come violazione del copyright le riparazioni esterne ai canali ufficiali con le quali si invalida la garanzia. Ma in fondo già dallo scorso autunno, con un’eccezione alla Sezione 1201 del Digital Millennium Copyright Act stabilita dall’US Copyright Office, intervenire è legalmente possibile.

Sempre rimanendo su questo fronte, ma tornando nel Vecchio continente, è la Francia ad avere mosso le acque in modo significativo, anticipando di fatto quella che potrebbe essere la strada di un prossimo regolamento europeo i cui elementi generali sono d’altronde indicati in una risoluzione appena votata dal Parlamento europeo. Si tratta di una risoluzione che di fatto spinge la Commissione UE ad agire nei tempi previsti, entro il terzo trimestre di quest’anno, sul tema del diritto alla riparabilità anche per gli smartphone. Per altri dispositivi, come gli elettrodomestici (lavatrici, televisori, frigoriferi), questo diritto è già sancito dall’inizio dello scorso anno, con il Regolamento 2021/341.

Come stanno cambiando gli atteggiamenti di consumo

Secondo un’indagine di Eurobarometer, il 79% dei cittadini europei pensa che “i produttori dovrebbero fare di più”, rendendo più semplici le riparazioni e più accessibili i pezzi di ricambi, mentre il 77% preferirebbe sistemare il proprio telefono rotto invece di essere costretto a comprarne uno nuovo.

La Francia, come si accennava, ha aperto la strada: oltre le Alpi, dallo scorso anno i prodotti elettronici devono disporre di una scorecard, una sorta di pagella che spiega (accanto al prezzo) il grado di riparabilità di quel dispositivo in una scala da 0 a 10. Quando Samsung ha commissionato uno studio per comprendere quanto questi punteggi pesassero sulla propensione all’acquisto dei consumatori, ha scoperto che addirittura l’80% dei clienti avrebbe serenamente fatto a meno del suo brand preferito pur di acquistare un prodotto con un punteggio più elevato. Insomma, queste schede funzionano, indirizzano gli atteggiamenti dei consumatori e i colossi non possono che prenderne atto oltre che, specialmente in Europa, giocare d’anticipo. Per assurdo, la partita va ben oltre la sostenibilità ambientale.