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Normative

L'Europa pubblica la "Dichiarazione per il futuro di internet"

L'Europa pubblica la "Dichiarazione per il futuro di internet"
È già stata sottoscritta da sessanta Paesi per guidare l’operato di governi, imprese e associazioni
2 minuti di lettura

Il 28 aprile la Commissione europea ha pubblicato la Dichiarazione per il futuro di internet, firmata da oltre 60 Paesi come Australia, Canada, Giappone, Israele, Nuova Zelanda, Regno Unito, Senegal, Ucraina.

Di cosa si tratta?

Non un testo giuridico vincolante ma una dichiarazione di intenti per guidare l’operato di governi, imprese e associazioni, perseguendo la tutela dei diritti umani e la garanzia di un'Internet “aperta, libera, globale, interoperabile, affidabile e sicura”.

Questa Dichiarazione nasce dal fatto che sempre più Stati autoritari usano il proprio potere per limitare la libertà d’espressione bloccando o limitando l’accesso a Internet e favorendo la disinformazione nel proprio territorio e nell’opinione pubblica dei Paesi presi come bersaglio, come avvenuto sia all’estero sia in Europa durante le elezioni. In questo contesto la libertà teoricamente promessa da Internet viene gradualmente messa in pericolo da una significativa concentrazione di servizi, ormai considerati essenziali, nelle mani di poche grandi imprese. Negli ultimi anni queste stesse piattaforme non sono state in grado di arginare il fenomeno della disinformazione e dell’hate speech, tanto che, almeno in Europa, dopo un primo tentativo di autoregolamentazione con l’adozione di codici di condotta, la Commissione ha optato per un aggiornamento normativo proponendo nuove regole con il Digital Services Act, urgenza sentita anche dalla democratica Hillary Clinton che ne ha festeggiato l’adozione.

La visione e i principi

Con questa Dichiarazione i partner firmatari e quelli futuri si impegnano a far sì che Internet resti un “network decentralizzato di network” dove siano garantiti e difesi i diritti umani.

In particolare gli Stati si impegnano a promuovere una società in cui “siano tutelate le libertà fondamentali; sia garantita la connessione a Internet a un prezzo accessibile e senza distinzioni geografiche, così come siano favorite le digital skills per sfruttare al meglio le potenzialità della rete; le tecnologie siano sicure e la privacy sia protetta; le imprese, piccole e grandi, possano innovare e competere; l'infrastruttura è progettata per essere sicura, interoperabile, affidabile e sostenibile; la tecnologia è usata per promuovere il pluralismo, la libertà d’espressione, la sostenibilità, una crescita economica inclusiva, la lotta al cambiamento climatico”.

I partner aderenti dovranno rispettare i principi dello “stato di diritto, non arbitrarietà, trasparenza, e non potranno usare strumenti tecnologici per attività illegale di sorveglianza, social scoring o altri meccanismi utili al controllo sociale o all’arresto preventivo alla commissione di un crimine”. Sul punto si è da poco pronunciato il Parlamento europeo nella prima bozza con gli emendamenti al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

 

Non uno scudo invincibile per i diritti umani

Come è evidente, mancano all’appello, forse senza molta sorpresa, tre importanti firmatari: Stati Uniti, Cina e India, tre potenze che, per motivi differenti, avrebbero molto da dire sull’uso della rete. Compare invece il Regno Unito che un anno fa è stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per violazione degli articoli 8 e 10 della Carta europea dei diritti dell’uomo, che tutelano la privacy e la libertà d’espressione, in seguito all’attività di sorveglianza di massa effettuata dai suoi servizi segreti e rivelata da Snowden nel 2013. La Corte, pur non escludendo l’attività di sorveglianza (Canada, Nuova Zelanda, Australia, Regno Unito e Stati Uniti sono parte dell'alleanza dei servizi segreti denominata Five Eyes), ha sosttenuto che tali richieste dovevano essere fatte con un mandato approvato da una autorità terza e indipendente rispetto al governo, a garanzia degli intercettati. C’è dunque da pensare che la firma della Dichiarazione non impedirà ad alcuni Stati di continuare a fare quello che hanno sempre fatto, in nome della “sicurezza nazionale”, chiudendo un occhio sul rispetto dei diritti umani. Del resto la Dichiarazione non è un testo vincolante giuridicamente. Anche il rispetto della privacy infatti viene citato insieme alle esigenze della sicurezza pubblica e del diritto nazionale e internazionale, che in alcuni Paesi può lasciare la porta molto aperta a possibili abusi.

 

Una dichiarazione per il Metaverso?

Forse questa Dichiarazione vuole preparare il terreno a un futuro in cui l’Internet che useremo sarà molto diverso da quello che conosciamo oggi. Se il Metaverso di cui tanto si parla si realizzerà, tutti quei principi enunciati, inclusa la decentralizzazione dell’infrastuttura, dovranno essere più garantiti che mai per evitare che, da terra di libertà, Internet diventi un luogo semi-privato, dove inevitabilmente il rischio di violazione dei diritti fondamentali sia ancora più consistente di quanto non lo sia ora.